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Sviluppato un test rapido per monitorare lo stato di salute dei polmoni

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Un gruppo di ricercatori dell’Università di Trieste ha sviluppato un metodo diagnostico innovativo, rapido ed economico, che sfrutta la risonanza magnetica nucleare a basso campo (LF-NMR), per analizzare le proprietà dell’espettorato e fornire un indicatore affidabile della funzionalità e infiammazione dei polmoni, evidenziandone eventuali alterazioni patologiche. 
Il test sviluppato dai ricercatori potrebbe essere particolarmente utile per pazienti affetti da patologie polmonari croniche produttive, come fibrosi cistica e broncopatia cronico ostruttiva (BPCO), caratterizzate dalla produzione di muco viscoso e difficile da eliminare. Potrebbe, inoltre, essere di supporto nella gestione dell’asma. 

Il campione di espettorato, prelevato dal paziente, viene analizzato dalla tecnologia della risonanza magnetica nucleare a basso campo, che in pochi minuti restituisce il risultato. Il test, unico nel suo genere, valuta il comportamento degli atomi di idrogeno dell’acqua nel muco e traduce il segnale in parametri clinicamente rilevanti, come viscosità, elasticità, contenuti di solidi e struttura del reticolo polimerico. Questi dati sono strettamente correlati allo stato clinico del paziente e possono supportare il medico nelle decisioni terapeutiche. 

Mario Grassi, professore ordinario di Principi di ingegneria chimica presso il Dipartimento di ingegneria e architettura dell’Università di Trieste e la dottoressa Michela Abrami dello stesso Dipartimento, spiegano: “L’idea di applicare la risonanza magnetica nucleare a basso campo allo studio dell’espettorato nasce da una riflessione interdisciplinare: la tecnologia, già diffusa nel controllo della qualità in campo alimentare, si è rivelata uno strumento economico, portatile e facilmente integrabile nella pratica clinica. Il test è rapido, ripetibile, non invasivo, non richiede personale altamente specializzato e può essere eseguito durante una visita ambulatoriale”.

La risonanza magnetica a basso campo (LF-NMR) è una tecnologia che utilizza campi magnetici di intensità ridotta per analizzare le proprietà dei materiali, come i tessuti biologici, in modo veloce e non invasivo. A differenza delle tradizionali risonanze magnetiche ad alto campo, gli strumenti a basso campo sono più compatti, economici e facilmente utilizzabili anche in contesti non ospedalieri.

Gabriele Grassi, professore ordinario di Biochimica clinica e biologia molecolare clinica presso il Dipartimento universitario clinico di scienze mediche chirurgiche e della salute dell’Università di Trieste, commenta: “Il nuovo metodo rappresenta un passo avanti nella diagnosi e nel monitoraggio delle malattie respiratorie. Con l’obiettivo di migliorare sempre più la qualità di vita dei pazienti e ottimizzare le strategie terapeutiche, stiamo inoltre implementando un software specifico (SOFT NMR), ad oggi in fase di sviluppo. I centri clinici coinvolti partecipano con noi alla discussione dei risultati, alla luce della storia clinica dei pazienti, e alla messa a terra di campagne sperimentali in risposta ai quesiti clinici che di volta in volta sorgono, con l’obiettivo ultimo di rendere sempre più solide le nostre conclusioni.”

I campioni di espettorato sono forniti dall’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste, dall’Unità di pneumologia dell’Ospedale di Cattinara (Trieste), dall’Unità di Radiologia dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso e dal Department of Radiology dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam. 

Tra i partner del progetto anche PROTOS, centro di ricerca senza scopo di lucro con sede a Trieste attivo nel campo dei biopolimeri, dispositivi medici e della diagnostica in vitro. 

Il progetto è finanziato con bando PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale – Prot. 2022K4Y33B) e con bando Regione Friuli Venezia Giulia per il sostegno a progetti di validazione di idee e tecnologie innovative che prevedano il raggiungimento di un TRL 6, 7 o 8 (L.R. 22/2022, articolo 7, commi 56 – 61).

NELLA FOTO IL TEAM DI RICERCA, da sinistra a destra: Mario Grassi, professore ordinario di Principi di ingegneria chimica presso il Dipartimento di ingegneria e architettura; Michela Abrami, ricercatrice presso il Dipartimento di ingegneria e architettura; Alice Biasin, assegnista di ricerca presso il Dipartimento universitario clinico di scienze mediche chirurgiche e della salute; Federica Tonon, ricercatrice presso il Dipartimento universitario clinico di scienze mediche chirurgiche e della salute; Gabriele Grassi, professore ordinario di Biochimica clinica e biologia molecolare clinica presso il Dipartimento universitario clinico di scienze mediche chirurgiche e della salute; Domenico Tierno, assegnista di ricerca presso il Dipartimento universitario clinico di scienze mediche chirurgiche e della salute. 

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Il metodo, basato sulla risonanza magnetica a basso campo, potrebbe rivoluzionare la gestione delle malattie respiratorie croniche
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L’Adriatico perde le sue praterie marine: il riscaldamento del mare tra le cause principali

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Il riscaldamento del mare, insieme alle alterazioni ambientali causate dalle attività antropiche, sta provocando un progressivo declino delle praterie di piante marine dell’Alto Adriatico. Lo dimostra un nuovo studio pubblicato recentemente sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science. La ricerca testimonia che le praterie di Posidonia oceanica, Cymodocea nodosa e di altre piante marine, vitali per la biodiversità, la stabilità costiera e lo stoccaggio del carbonio, sono messe a rischio da una molteplicità di fattori.

Lo studio, coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS, ha coinvolto un gruppo internazionale di ricercatori e ricercatrici dell’Area Marina Protetta di Miramare, dell’Università degli Studi di Trieste, dell’Istituto Nazionale di Biologia di Slovenia - NIB e dell’Università di Maribor (Slovenia), e ha evidenziato come l’alterazione ambientale e il riscaldamento del mare contribuiscano in maniera significativa al declino delle praterie di fanerogame marine, in particolare Cymodocea nodosa, nelle aree costiere dell’Adriatico settentrionale. 

L’analisi si è concentrata soprattutto sulle coste slovene e italiane del Golfo di Trieste e ha utilizzato un approccio integrato di monitoraggio sul campo e analisi statistiche per valutare la relazione tra pressione antropica e risposta della vegetazione marina. La relazione tra le dinamiche delle fanerogame marine e le variazioni ambientali è stata, infatti, studiata analizzando i pattern spazio-temporali delle variabili ambientali e applicando modelli matematici riferiti a due distinti intervalli temporali: 2009-2013 e 2014-2018.

Lo studio dimostra come il declino delle praterie di piante marine nel golfo sia causato sia da impatti locali (inquinamento, urbanizzazione, alterazioni idrologiche) sia da stress climatici globali (riscaldamento marino).

Nell’Adriatico settentrionale, Cymodocea nodosa risulta essere la specie dominante, mentre la Posidonia oceanica e diverse specie di Zostera mostrano una distribuzione decisamente più frammentata, spesso ridotta a piccole aree isolate.

“I risultati indicano che Cymodocea nodosa è ancora presente nel Golfo, in particolare lungo la costa da Monfalcone alla foce del Tagliamento, ma nel periodo 2014-2018 si sia registrata una diminuzione della sua copertura pari al 30% nelle acque slovene e fino all’89% lungo la costa vicino a Trieste” spiega Vinko Bandelj, oceanografo dell’OGS, precisando che “l’analisi delle variabili fisico-chimiche ha rivelato un aumento della temperatura dell’acqua marina in tutto il Golfo e una variazione del carico di nutrienti, con una riduzione particolarmente significativa nelle acque slovene”.

Il gruppo di ricercatori e ricercatrici ha identificato la luce nella colonna d’acqua, la disponibilità di nutrienti, la temperatura e la tipologia di sedimento come i principali fattori determinanti per la presenza delle piante marine. Tuttavia, molto probabilmente anche altri fattori su scala locale, ad esempio interventi antropici costieri e urbanizzazione, hanno contribuito a ridurre la resilienza di queste specie nei confronti delle perturbazioni ambientali.

La conservazione di questi habitat è considerata essenziale per la mitigazione del cambiamento climatico e per la salvaguardia della biodiversità marina del Mediterraneo. Per raggiungere tale scopo, lo studio evidenzia come sia necessario sviluppare strategie integrate di pianificazione spaziale, includendo la riduzione delle pressioni antropiche locali, la protezione delle aree costiere meno degradate e il monitoraggio a lungo termine dei parametri climatici e biologici. Sebbene studi su larga scala siano utili per prevedere l’impatto dei cambiamenti climatici, rimangono altrettanto fondamentali indagini locali, come quella svolta in questo studio, per sviluppare strategie di conservazione mirate.

Leggi lo studio

 

Abstract
Pubblicati sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science i risultati dello studio che ha analizzato il periodo dal 2009 al 2018
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Federico Becca nominato Fellow dell'American Physical Society (APS)

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Federico Becca, professore associato di Teoria della Materia Condensata al Dipartimento di Fisica dell'Università di Trieste, è stato nominato Fellow dell'American Physical Society (APS), su indicazione della Divisione di Fisica della Materia Condensata (Division of Condensed Matter Physics).

Il Programma Fellowship dell'APS è stato istituito per riconoscere i membri che hanno promosso il progresso della Fisica attraverso la ricerca originale e che hanno apportato contributi eccezionali al settore.

In particolare, Federico Becca è stato selezionato per i suoi "contributi fondamentali alla comprensione dei sistemi fortemente correlati, inclusi gli stati di spin liquid e i superconduttori di Mott drogati, e per gli sviluppi nei metodi variazionali quantum Monte Carlo".

Il numero di candidati raccomandati ogni anno non può superare lo 0.5% dell'attuale membership della Società, esclusi i membri studenti. Questo prestigioso riconoscimento da parte dell'American Physical Society sottolinea ulteriormente gli importanti successi del prof. Becca come scienziato di spicco di fama mondiale nel suo campo. Il fatto che pochissimi Fellow abbiano un'affiliazione al di fuori degli Stati Uniti rafforza ulteriormente il significato e l'importanza di questa onorificenza.

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È uno dei pochissimi Fellow non statunitensi
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Studio UniTS: nella rianimazione cardiopolmonare extraospedaliera conta più la rapidità che l'esecutore

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Quando si tratta di arresto cardiaco ogni secondo conta e la vera differenza la fa la rapidità con cui viene iniziata la rianimazione cardiopolmonare, non tanto chi la esegue. È quanto emerge da un importante studio presentato al congresso ESC Acute CardioVascular Care 2025.

La ricerca è frutto del lavoro di un team coordinato dalla Prof.ssa Aneta Aleksova, cardiologa e docente del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Trieste e dell'Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina. Il gruppo di studio è parte integrante della Struttura Complessa di Cardiologia, diretta dal Prof. Gianfranco Sinagra, e ha visto il contributo della Dott.ssa Alessandra Lucia Fluca, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Trieste, e del Dott. Andrea Perkan, cardiologo interventista della medesima Struttura Complessa di Cardiologia.

Lo studio ha analizzato 21 anni di dati (dal 2003 al 2024) relativi a 3.315 pazienti colpiti da infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), una forma particolarmente grave di attacco cardiaco, in cui un'importante arteria coronarica risulta completamente bloccata, impedendo l’afflusso di sangue a una parte del cuore. Tra questi pazienti, 172 hanno subito un arresto cardiaco extraospedaliero (OHCA) e 44 di loro hanno ricevuto manovre di rianimazione cardio-polmonare (RCP) da parte di persone che si trovavano nelle vicinanze.

La risposta urgente è decisiva 

I risultati parlano chiaro: ogni 5 minuti di ritardo nel ritorno della circolazione spontanea (ROSC) aumenta del 38% il rischio di morte in ospedale. Anche una lieve riduzione della frazione di eiezione del ventricolo sinistro (un indicatore della funzione cardiaca) o l’aumento dell’età sono associati a un incremento significativo della mortalità.

«Abbiamo osservato che, indipendentemente dal fatto che a praticare la rianimazione cardiopolmonare fosse un soccorritore professionista o un passante, l’elemento determinante era la rapidità con cui iniziava la rianimazione», spiega la Prof.ssa Aleksova, sottolineando il valore della prevenzione attiva. «È fondamentale sensibilizzare la popolazione e promuovere corsi di rianimazione cardiopolmonare e utilizzo del defibrillatore. Anche un intervento imperfetto, se tempestivo, può salvare una vita. Meglio agire subito che attendere i soccorsi senza fare nulla».

Un trend positivo, ma ancora insufficiente

Lo studio mostra un netto miglioramento nel tempo: la percentuale di RCP eseguita da astanti è passata dal 26% nel periodo 2003–2007 al 69% nel quadriennio 2020–2024. Tuttavia, considerando che circa l’80% degli arresti cardiaci avviene in ambito domestico, il coinvolgimento del pubblico resta cruciale.

Nonostante i tempi medi di ROSC siano più lunghi per gli interventi da parte di passanti (20 minuti contro 5 nei casi gestiti da operatori sanitari), le probabilità di sopravvivenza a lungo termine non differiscono. Questo suggerisce che anche un intervento da parte di persone comuni, purché tempestivo, può avere un impatto salvavita comparabile a quello dei professionisti.

Un appello alla formazione pubblica

L’indagine segnala inoltre che chi riceve RCP da astanti è più frequentemente sottoposto a intubazione endotracheale (91% contro 65%), indicando una gestione clinica più intensiva. Ma l’elemento chiave resta il tempo. A parità di altri fattori, un intervento tempestivo può fare la differenza tra la vita e la morte.

Lo studio rilancia un messaggio semplice ma urgente: formare più persone alle tecniche di rianimazione di base (BLS) è una priorità di salute pubblica. Perché ogni minuto conta. E chiunque, con la giusta preparazione, può fare la differenza.

Abstract
Guidato dalla prof.ssa Aneta Aleksova (DSM) e diffuso in occasione della Giornata mondiale per la rianimazione cardiopolmonare, lo studio sottolinea l'importanza della formazione alle manovre salvavita
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Lupus: spiegato il meccanismo che aumenta il rischio di trombosi

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Uno studio pubblicato su Arthritis & Rheumatology chiarisce con dati clinici, tissutali e di laboratorio perché nel lupus eritematoso sistemico (LES) il rischio di eventi cardiovascolari sia così elevato. La ricerca vede una collaborazione tra Giacomo Emmi, immunologo e docente di Medicina interna dell’Università di Trieste, con i gruppi di ricerca di Matteo Becatti, Claudia Fiorillo e Domenico Prisco dell’Università di Firenze.

Il LES è una malattia autoimmune sistemica che può colpire diversi organi. In Italia riguarda oltre 60 mila persone, soprattutto donne in età fertile. Per chi ne è affetto, il rischio di trombosi arteriosa e venosa può essere da due a dieci volte superiore rispetto alla popolazione generale. Non è solo questione di colesterolo o pressione, ma a pesare sarebbe l’infiammazione cronica della malattia. 

Al centro ci sarebbe lo stress ossidativo, cioè lo squilibrio tra sostanze ossidanti prodotte dalle nostre cellule e le difese antiossidanti che dovrebbero neutralizzarle. Nei pazienti con LES, in particolare, alcune cellule di difesa – i neutrofili – risultano più attive del normale e alimentano questo squilibrio. In un ambiente così “ossidante” cambia il comportamento del fibrinogeno, la proteina che fa da rete al coagulo: le fibre che si formano diventano più fitte e poco permeabili, e i coaguli risultano più difficili da sciogliere. È il passaggio che collega direttamente infiammazione e rischio trombotico.

Lo studio ha coinvolto 144 pazienti adulti con LES e 90 soggetti sani come controllo. Le analisi del sangue documentano lo stress ossidativo più alto nei pazienti e la correlazione con l’attività di malattia. Le osservazioni nei tessuti confermano il quadro: nelle biopsie renali di persone con nefrite lupica attiva (ovvero infiammazione dei reni) compaiono i segni dello stesso meccanismo proprio dove l’infiammazione è più intensa, a dimostrazione che non si tratta solo di un fenomeno circolante ma che il danno si manifesta anche a livello d’organo.

Per verificare che il legame fosse davvero causale, il gruppo ha riprodotto il fenomeno in laboratorio. Quando il fibrinogeno viene esposto a un ambiente ossidante, i coaguli diventano più compatti e resistenti; quando si aggiunge un antiossidante di riferimento, l’effetto scompare. La sequenza risulta così chiara: più infiammazione → più stress ossidativo → fibrinogeno alterato → coaguli più difficili da dissolvere.

“Questi risultati forniscono una comprensione più profonda del legame tra la malattia autoimmune e le complicanze cardiovascolari”, sostiene il prof. Giacomo Emmi, che insegna al Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute dell’Ateneo triestino, è Direttore dell’UCO Medicina Clinica e Coordinatore Scientifico dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina. 

“Lo stress ossidativo – spiega Emmi - emerge come un nuovo potenziale bersaglio terapeutico. Accanto al controllo dei fattori di rischio tradizionali e dell'attività della malattia, future terapie potrebbero essere mirate a modulare questi circuiti ossidativi per proteggere in modo più efficace il cuore e i vasi sanguigni dei pazienti affetti da Lupus”. 

Riferimento: ROS‑induced modifications of fibrin clots connect immune responses to atherothrombosis in systemic lupus erythematosus, in Arthritis & Rheumatology. DOI: 10.1002/art.43371.

Abstract
Studio UniTS-UniFI coordinato da Giacomo Emmi (DSM): lo stress ossidativo è all’origine di un rischio da 2 a 10 volte superiore per chi soffre della patologia autoimmune
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Packaging biodegradabile: partito il progetto Be – UP, UniTS unico ateneo italiano coinvolto

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E’ partito il nuovo progetto di ricerca finanziato con 8,5 milioni di euro dal Programma Horizon Europe “Be-UP”, per la realizzazione di nuovi polimeri rinnovabili per la produzione e uso di packaging biodegradabile in tutta Europa. 

Coordinato da ITENE (Spagna), Be-UP riunisce un consorzio di 17 organizzazioni private e pubbliche da 9 Paesi con UniTS come unica Università italiana presente. Coinvolte le aziende Novamont, Particula, Hybrid Catalysis, Isotech, Aptar Group, Imerys, Innotech (Grupo Lantero) e i laboratori Polinivo, Normec, Cebimat, FTPO e IDENER. European Bioplastics e il cluster di competitività Polymeris garantiranno l'amplificazione dei risultati di Be-UP con il supporto dell’associazione spagnola per la standardizzazione (UNE).

In dettaglio, il progetto Be-UP intende sviluppare metodi pionieristici per la sintesi e processamento industriale (estrusione, stampaggio a iniezione e termoformatura) di poliesteri ottenuti con materie prime a base biologica. Be-UP utilizzerà bio-catalizzatori e additivi sostenibili ma integrerà anche strumenti avanzati di modellazione digitale multi-oggetto in modo da raggiungere contemporaneamente alte prestazioni tecniche, sostenibilità e biodegradabilità dei polimeri.

Il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università di Trieste è coinvolto nel progetto con un team multidisciplinare che integra biocatalisi (prof.ssa Lucia Gardossi), chimica computazionale (prof. Emanuele Carosati) e spettroscopia (prof.ssa Fioretta Asaro). La ricerca viene portata avanti grazie a un finanziamento di circa 330.000 €  per quattro anni, che ha permesso l’avvio di un contratto di ricerca e di una borsa di dottorato. Un’ulteriore posizione verrà aperta nel 2026

Negli ultimi anni il team di UniTS ha progettato e sintetizzato enzimaticamente nuovi poliesteri a base biologica che, grazie alla collaborazione con il gruppo di ecologia della prof.ssa Monia Renzi del Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS, hanno anche posto le basi per la realizzazione di test rapidi in grado di valutare l’ecotossicità e la biodegradabilità marina dei poliesteri. Questi studi aprono nuove prospettive per la progettazione razionale di polimeri sostenibili per l’ambiente e dimostrano l’importanza delle collaborazioni multidisciplinari per la soluzione delle complesse sfide ambientali che la scienza si trova ad affrontare.  Risultati che hanno portato alla partecipazione al progetto Be-UP e ottenuti grazie a due finanziamenti Marie Skłodowska-Curie (RenEcoPol e InterFACES) e tramite PNRR - NextGenerationEU (ICSC—Centro Nazionale di Ricerca in High Performance Computing, Big Data and Quantum Computing, Spoke 7).

Al termine di Be - UP saranno realizzati prototipi di imballaggio con un livello elevato di maturità tecnologica (TRL7) in modo da convalidare i materiali sviluppati. La loro biodegradabilità sarà valutata in vari scenari di fine vita, che includono sia ambienti naturali aperti che condizioni controllate, ed il team di UniTS svilupperà modelli computazionali capaci di correlare la struttura dei polimeri alla loro biodegradabilità marina.

Questo approccio, basato su dati concreti, contribuirà a migliorare le conoscenze su cui si basano le normative europee, sosterrà la competitività industriale e accelererà la transizione verso una bioeconomia realmente circolare, fornendo un contributo diretto a diversi piani d'azione e strategie europee, come la strategia sulla plastica, la direttiva sulla plastica monouso, il piano d'azione per l'economia circolare e il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti. 

 

 

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Finanziato dal Programma Horizon Europe con 8,5 milioni di Euro
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Sicurezza antincendio delle facciate fotovoltaiche: si conclude il progetto 3FiRES Italia - Cina

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Sono stati presentati all'Università di Trieste i risultati del progetto 3FiRES - Research on BIPV Photovoltaic Facades for Fire Spread Mechanisms, Structural Failures and Resilience Improvement Methodologies, che ha visto la partnership dell'Ateneo triestino e della University of Science and Technology of China (USTC).

3FiRES è uno dei dieci progetti di grande rilevanza selezionati all'interno del Programma Esecutivo di Cooperazione Scientifica e Tecnologica tra Italia e Cina,  iniziativa bilaterale co‑finanziata dal MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dal MOST – Ministry of Science and Technology of China.

La collaborazione, di durata biennale e con un finanziamento complessivo di 500 mila euro, è stata coordinata dalla prof.ssa Chiara Bedon (UniTS) e dal prof. Yu Wang (USTC).

Collocato nell’ambito “Green Energy and related research”, 3FiRES ha studiato – con metodi analitici, numerici ed esperimentali – il comportamento delle facciate fotovoltaiche integrate (BIPV, Building Integrated Photovoltaics) sottoposte ad azioni estreme e accidentali, in particolare l’incendio. Questi sistemi innovativi per la generazione elettrica contribuiscono in modo significativo alla sostenibilità delle costruzioni green e devono al contempo garantire prestazioni strutturali e architettoniche adeguate anche in condizioni limite.

Per l’Università di Trieste lo studio ha visto la collaborazione di un gruppo multidisciplinare del Dipartimento di Ingegneria e Architettura (DIA), che ha messo a sistema competenze di ingegneria civile, elettrica e architettura, grazie al coinvolgimento di Alessandro Massi Pavan, Vanni Lughi, Luca Cozzarini, Marco Fasan, Adriano Venudo e con la partecipazione di diversi giovani ricercatori.

L’attività ha compreso estese campagne sperimentali svolte nei laboratori del DIA a Trieste e, soprattutto, presso lo State Key Laboratory of Fire Science (USTC) a Hefei e il Fire Laboratory dello Slovenian National Building and Civil Engineering Institute (ZAG) a Logatec. I dati raccolti hanno consentito di sviluppare e affinare strategie di modellazione numerica ad elementi finiti. 

I risultati sono stati disseminati attraverso numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e presentazioni in conferenze di primo piano, oltre a due volumi editi da EUT – Trieste University Press. Un esito di particolare rilievo è il brevetto depositato presso la China National Intellectual Property Administration (CNIPA) e concesso nell’aprile 2025.

Il brevetto riguarda la prototipazione di un dispositivo e metodo di indagine sperimentale per l’analisi di vetri fotovoltaici integrati sottoposti a incendio, che permette di variare diversi parametri di prova. La proprietà intellettuale dell'opera è dei seguenti ricercatori: prof. Yu Wang, dott. Haonan Chen, dott. Dezhi Ran, dott. Wei Chu, prof. Chiara Bedon.

Alcune prime applicazioni e risultati dello studio alla base del brevetto sono stati pubblicati sull’International Journal of Thermal Sciences.

Abstract
Finanziato dal MAECI e dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese, lo studio ha visto la partecipazione dei ricercatori del DIA coordinati da Chiara Bedon. Tra gli output anche il deposito di un brevetto
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Realizzato a Trieste il primo cristallo bidimensionale di ossido di boro

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Una ricerca svolta congiuntamente dal CNR - Istituto Officina dei Materiali (CNR-IOM), dalle Università di Trieste e Innsbruck e da Elettra Sincrotrone Trieste ha sintetizzato una nuova forma cristallina di triossido di diboro, integralmente composta da unità strutturali finora osservate solo nella sua forma vetrosa, cioè disordinata. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, conferma sperimentalmente l’esistenza di questa struttura, finora prevista solo teoricamente, e apre l’esplorazione di futuri utilizzi applicativi di questo nuovo materiale.

L’ossido di boro è comunemente utilizzato come componente fondamentale per la fabbricazione di vetri super resistenti come il pyrex e degli smalti. In particolare, l'aggiunta di triossido di diboro migliora significativamente la capacità del vetro di resistere agli shock termici e alle reazioni chimiche, rendendolo ideale per le applicazioni più impegnative.

Il processo di vetrificazione dell’ossido di boro è però ancora poco conosciuto, e anzi presenta delle anomalie non riscontrate negli altri ossidi, come ad esempio la silica, che esistono sia in forma di cristallo che in forma amorfa.

“La differenza principale tra cristallo e vetro è la presenza nel primo di una disposizione ordinata degli atomi, assente invece nel secondo” spiega Alessandro Sala, ricercatore del CNR-IOM che ha ideato il progetto. “Entrambi i sistemi sono normalmente costituiti da una stessa unità strutturale fatta da pochi atomi, che viene ripetuta nello spazio. Nei cristalli tale “mattoncino” si ripete periodicamente con ordine geometrico, mentre nel vetro si ripete in modo disordinato. Il boro fa eccezione a questa regola: sappiamo che la fase vetrosa presenta un’unità elementare, chiamata borossina, fatta da un anello di tre atomi di boro e tre di ossigeno, che però finora non era stata osservata in una fase cristallina. Noi siamo riusciti per la prima volta a ottenere una fase cristallina bidimensionale composta esclusivamente dai “mattoncini” presenti nella fase vetrosa”.

Il gruppo scientifico internazionale che ha realizzato questa ricerca è stato in grado non solo di elaborare la “ricetta” per ottenere questo materiale, usando il platino come base su cui formarlo, ma anche di caratterizzarne in dettaglio le principali proprietà fisiche. Maria Peressi, professore ordinario dell’Università di Trieste, commenta: “Le nostre simulazioni numeriche indicano che questo materiale, poroso per costruzione, è costituito da una maglia di atomi di boro e ossigeno estremamente flessibile, al punto da essere il materiale con spessore monoatomico più elastico mai riportato – dieci volte più del grafene! Questa peculiare caratteristica è dovuta al fatto che i “mattoncini” rigidi (gli anelli di borossina) da cui è costituito sono legati tra loro da un atomo di ossigeno che funge da cardine, attorno al quale possono ruotare sul piano. Prove sperimentali e risultati delle simulazioni numeriche indicano inoltre che questo materiale interagisce assai debolmente con la base di platino su cui viene prodotto, suggerendo la possibilità di utilizzare metodi convenzionali per separarlo da essa al fine di impiegarlo in dispositivi innovativi.”

“Le misure complementari realizzate a Trieste e a Innsbruck utilizzando la microscopia a scansione a effetto tunnel”, prosegue Laerte Patera, professore dell’Università di Innsbruck, “hanno consentito di osservare la struttura cristallina del materiale bidimensionale fino ai suoi componenti più fondamentali. Con la risoluzione spaziale raggiunta siamo ora in grado di valutare la posizione di ogni atomo all’interno della maglia bidimensionale. Questo risultato assume grande valore in prospettiva futura: saremo finalmente capaci di osservare dal vero come gli atomi si riarrangiano nel passaggio del materiale dalla forma cristallina alla forma disordinata caratteristica del vetro”

Andrea Locatelli, responsabile della linea di luce Nanospectroscopy del sincrotrone triestino Elettra, conclude: “L’impiego della luce di sincrotrone è stato fondamentale per determinare con precisione l’abbondanza relativa degli elementi costituenti, l’assenza di contaminanti e la cristallinità del nuovo materiale prodotto. Già ora siamo in grado di realizzare cristalli omogenei di questo materiale grandi decine di micron quadrati. La complementarità delle tecniche sperimentali e delle simulazioni teoriche impiegate in questo studio è risultata decisiva per la riuscita dell’intero progetto scientifico. Le peculiari caratteristiche di questo nuovo materiale - un semiconduttore a larga banda proibita, estremamente flessibile e poroso - stimolano l’esplorazione di un suo possibile impiego in applicazioni relative a settori molto diversi, dall’elettronica, alla catalisi, alle tecnologie quantistiche”.

Infine, è motivo di grande soddisfazione il fatto che i primi autori di questo importante lavoro, Teresa Zio e Marco Dirindin, siano due dottorandi dell’Università di Trieste, con curriculum sperimentale la prima e teorico il secondo, che così coronano in modo brillante un percorso di eccellenza di alta formazione e di introduzione alla ricerca.

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Una ricerca UniTS, CNR-IOM, Università di Innsbruck e da Elettra Sincrotrone ha sintetizzato una nuova forma cristallina di triossido di diboro. Lo studio, pubblicato su Science, conferma sperimentalmente l’esistenza di questa struttura.
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È iniziata la tre giorni di Trieste Next 2025: UniTS in piazza con 18 incontri e 10 spazi interattivi

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È partita oggi, venerdì 26 settembre, la XIV edizione di Trieste Next, dedicata al tema “La vita dentro. Dialoghi tra scienza e tecnologie”. L’Università di Trieste è protagonista del festival con un programma pensato per il grande pubblico: da oggi a domenica 28 settembre sono previsti 18 incontri a cura dell’Ateneo (sei oggi, nove sabato e tre domenica), con oltre cinquanta relatrici e relatori coinvolti, e lo stand UniTS in Piazza Unità con dieci spazi interattivi e un punto informativo “UniDiversitas”

Due le serate speciali di richiamo internazionale: David Quammen, questa sera al Teatro Verdi, e Brian K. Kobilka, Nobel 2012, domani sera sullo stesso palco.

Nel panel inaugurale, la rettrice Donata Vianelli, al suo primo Trieste Next come massima autorità dell’Ateneo, ha riaffermato la centralità di un approccio sistemico e aperto: «L’innovazione non nasce dal singolo, nasce dal sistema: università, istituzioni e imprese che lavorano insieme, in reti aperte, con multidisciplinarità e apertura nazionale e internazionale. È così che la ricerca smette di essere autoreferenziale e si traduce in soluzioni per il territorio e per la società».

Il programma della prima giornata prevede incontri dedicati alla città in transizione e al turismo che include, per proseguire con un focus sulla fusione nucleare e sulla sicurezza nella ricerca; in serata sono in programma lo spettacolo “Storie dentro” e l’incontro con David Quammen al Teatro Verdi. 

Domani, sabato 27 settembre, il programma attraversa l’intelligenza artificiale generativa e la trasparenza degli algoritmi, l’energia tra miti e realtà, il dialogo tra medicina tradizionale africana e ricerca, la microscopia avanzata (All-Micro), il “piatto ambientale” (un tavolo interdisciplinare che, a partire dagli avanzi di una cena, mette insieme statistica, economia, psicologia, viticoltura e Slow Food per bilanciare gusto, sostenibilità e salute), i ghiacci e la vita tra scienza e alpinismo, fino alla robotica spaziale, con la serata speciale di Brian K. Kobilka al Verdi. 

Domenica 28 settembre chiuderanno la rassegna gli incontri su giustizia di comunità, neuroscienze e musica, e turismo dell’“aver cura”.

Lo stand UniTS in Piazza Unità propone una rassegna che restituisce la varietà dell’offerta: dal viaggio nello spazio con ASTREO alla quantistica; dalla salute – con focus su dolore cronico e riabilitazione digitale – alla giustizia riparativa; dal diritto comparato alle scienze del mare e alle geoscienze; dalla “Rogue AI” (per distinguere l’intelligenza artificiale generativa sicura da quella ingannevole), alla chimica dei materiali del futuro; fino al merito e alla comunità con il Collegio Fonda, con l’aggiunta del punto informativo UniDiversitas.

In questa prospettiva, Trieste Next è per l’Università di Trieste l’habitat ideale per tradurre in pratica questa impostazione: «Trieste Next è la nostra palestra ideale: tre giorni di dialogo e confronto per analizzare i problemi da prospettive diverse e costruire soluzioni condivise. Un festival della ricerca che è anche un crocevia multiculturale e multidisciplinare, dove ciascun attore porta una parte essenziale per migliorare la vita delle persone e il nostro futuro», ha concluso la rettrice Vianelli.

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La rettrice Vianelli ha inaugurato il suo primo Festival della Ricerca scientifica: «L’innovazione non nasce dal singolo, ma dal sistema: università, istituzioni e imprese che lavorano insieme, in reti aperte, con multidisciplinarità e apertura nazionale e internazionale»
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Mattia Zulianello premiato al convegno nazionale SISP per il miglior articolo inedito

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Mattia Zulianello, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste, ha vinto il Premio Santoro 2025, conferito durante il convegno della Società Italiana di Scienza Politica (SISP) che si è svolto nei giorni scorsi all’Università Federico II di Napoli.

Il premio individua il paper inedito di maggior interesse tra quelli presentati nell’edizione precedente del convegno, al quale hanno partecipato più di 700 studiosi italiani e internazionali. Il riconoscimento, che Zulianello condivide con il coautore Mirko Crulli (LUISS Guido Carli di Roma), riguarda l’articolo The populist radical right and climate change: a demand-side perspective, pubblicato sulla rivista Environmental Politics.

Il paper analizza la relazione tra i partiti della destra radicale populista e il cambiamento climatico da una prospettiva ancora poco esplorata: quella della domanda degli elettori. L’indagine si basa sui dati più recenti della European Social Survey (2020–2022) relativi a 22 Paesi membri dell’UE e dell’OCSE.

I risultati mostrano che gli elettori della destra radicale populista sono mediamente meno preoccupati per il cambiamento climatico rispetto agli altri elettori, anche tenendo conto di variabili socio-demografiche. Inoltre, emerge come fattore chiave il contesto politico: lo scetticismo climatico è più marcato nei Paesi dove i partiti verdi sono più forti, dove il tema ambientale è maggiormente rilevante nel sistema politico e dove i partiti oggetto di studio esprimono posizioni più apertamente anti-ecologiste. Al contrario, in assenza di queste condizioni, l’ostilità verso le politiche ambientali tende ad attenuarsi.

La ricerca si distingue anche per l’attenzione a possibili direzioni alternative di influenza tra voto e atteggiamenti climatici, e per l’adozione di strategie metodologiche innovative già sperimentate in studi comparati internazionali. La giuria del premio ha sottolineato la solidità scientifica e l’originalità del lavoro, che apre nuove prospettive nello studio del rapporto tra destra radicale populista e cambiamento climatico.

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Il docente del DiSPeS ha ottenuto assieme al coautore Mirko Crulli (LUISS) il riconoscimento conferito dalla Società Italiana di Scienza Politica
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