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Screening neonatale, la genomica può rafforzare la diagnosi precoce delle malattie rare

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Individuare le malattie genetiche rare nei primi giorni di vita, prima della comparsa dei sintomi, e rendere più tempestivo l’accesso a cure e percorsi assistenziali mirati. È la prospettiva al centro dello studio del gruppo di Genetica Medica dell’Università di Trieste, diretto da Paolo Gasparini, professore ordinario di Genetica Medica UniTS e direttore della Struttura Complessa di Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo.

Il lavoro, condotto in collaborazione con Stefania Zampieri, dirigente biologo della Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo, ha valutato l’impatto clinico ed economico dell’integrazione della genomica nei programmi di screening neonatale, prendendo come modello il Friuli Venezia Giulia e confrontando l’approccio tradizionale con uno scenario “genomic first”, basato sul sequenziamento dell’esoma — Whole Exome Sequencing, WES — come primo livello di indagine.

Lo screening neonatale rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci di prevenzione: consente di identificare precocemente alcune patologie trattabili e di intervenire prima che possano determinare complicanze gravi, disabilità o danni irreversibili. Il modello tradizionale si basa però prevalentemente sull’analisi di marcatori biochimici e può quindi riconoscere solo le malattie per le quali esistono segnali già noti e rilevabili.

«Oggi lo screening neonatale è molto efficace, ma può identificare solo le patologie associate a specifici biomarcatori – spiega Paolo Gasparini –. Con un approccio genomico possiamo intercettare le malattie genetiche direttamente alla radice, anche in assenza di segnali precoci evidenti».

La differenza non riguarda soltanto la tecnologia utilizzata, ma l’intero percorso diagnostico. Nel modello tradizionale lo screening parte dal test biochimico, seguito, in caso di positività, da eventuali approfondimenti genetici. Nel modello genomico, invece, il sequenziamento dell’esoma diventa il primo passaggio dell’indagine, seguito quando necessario da test biochimici mirati o da ulteriori conferme diagnostiche. In questo modo la genomica consente di ampliare il campo di osservazione anche a patologie oggi non incluse nei pannelli tradizionali.

Lo studio ha preso in esame la coorte dei neonati del Friuli Venezia Giulia nel 2023, pari a 7.543 bambini. In quell’anno lo screening ha individuato un caso di atrofia muscolare spinale, un caso di fibrosi cistica e undici casi di malattie metaboliche. Applicando a questa coorte il confronto tra i due modelli, l’analisi stima per lo screening tradizionale un costo diretto di 131 euro per neonato e per lo screening genomico un costo di 183 euro, con un incremento di 51 euro per neonato.

A fronte di questo aumento iniziale, il modello genomico mostra però un rapporto costo-efficacia positivo. Secondo le stime, in Friuli Venezia Giulia l’approccio “genomic first” potrebbe generare risparmi complessivi per circa 2,2 milioni di euro, considerando i vantaggi economici legati all’anticipo della diagnosi, alla riduzione delle complicanze e al contenimento dei percorsi assistenziali più lunghi e complessi. Lo screening genomico potrebbe inoltre consentire di identificare ogni anno ulteriori 7-8 casi di malattie rare non diagnosticabili con i test biochimici tradizionali.

«Investire nella diagnosi precoce significa rendere il sistema più sostenibile nel medio-lungo periodo – aggiunge Gasparini –. È una logica di sanità orientata alla prevenzione».

Il valore della genomica applicata allo screening neonatale non si misura quindi soltanto nel numero di patologie individuabili, ma anche nella possibilità di ridurre la cosiddetta “odissea diagnostica” che molte famiglie affrontano prima di arrivare a una diagnosi. Una diagnosi più precoce può favorire l’accesso tempestivo a terapie più efficaci, migliorare gli esiti clinici e funzionali, ridurre il carico assistenziale e contenere l’impatto sociale della disabilità.

Lo studio sottolinea anche la necessità di definire con attenzione le patologie da includere in un eventuale programma di screening genomico neonatale. Tra i criteri principali rientrano la possibilità di un intervento terapeutico, la validità clinica del test, l’età di esordio della malattia, la severità del quadro clinico, la penetranza e la fattibilità tecnica dell’analisi genetica. La prospettiva, quindi, non è quella di un uso indiscriminato della genomica, ma di un’applicazione guidata da criteri clinici, scientifici ed etici.

Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra screening genomico e screening metabolico. I due approcci non devono essere considerati alternativi, ma complementari. La genomica permette di individuare le varianti genetiche associate alla malattia; lo screening metabolico può contribuire a validarne l’effetto funzionale, distinguendo tra varianti patogenetiche, risultati di significato incerto e forme cliniche diverse, comprese quelle a esordio tardivo.

La riduzione dei costi di sequenziamento, l’aumento delle terapie geniche e cellulari e l’identificazione di nuovi bersagli terapeutici rendono oggi la genomica uno strumento sempre più rilevante per la medicina preventiva e personalizzata. Restano aperte questioni decisive, dalla gestione delle varianti di significato incerto alla protezione dei dati genomici dei neonati, fino alla necessità di infrastrutture bioinformatiche adeguate e di studi pilota condivisi tra laboratori e sistemi sanitari.

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Uno studio del gruppo di Genetica Medica dell’Università di Trieste, diretto da Paolo Gasparini, valuta l’impatto clinico ed economico di un approccio “genomic first” applicato al modello del Friuli Venezia Giulia
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Silvia Marchesan eletta nella Divisione di Chimica dell'Accademia Europea delle Scienze (EurASc)

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Silvia Marchesan, Professoressa Ordinaria di Chimica Organica al Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche (DSCF), è stata eletta Membro della Divisione di Chimica dell'Accademia Europea delle Scienze (European Academy of Sciences – EurASc).

Il prestigioso riconoscimento premia i contributi pionieristici della prof.ssa Marchesan nel campo della scienza dei nanomateriali, con particolare riferimento ai suoi studi sul ruolo della chiralità nell'autoassemblaggio dei peptidi, che hanno fornito nuove conoscenze fondamentali per la progettazione e lo sviluppo di nanomateriali peptidici funzionali. L'elezione riconosce inoltre il suo impegno nella promozione della ricerca interdisciplinare, della comunicazione scientifica e del dialogo tra discipline, culture e generi.

«Sono profondamente onorata di entrare a far parte della Divisione di Chimica di EurASc», ha dichiarato Silvia Marchesan «Questo riconoscimento rappresenta un importante traguardo per il lavoro di ricerca del mio gruppo e per il nostro impegno nel costruire collaborazioni che superino i confini tra discipline e comunità scientifiche. Sono lieta di poter contribuire alla missione dell'Accademia nella promozione dell'eccellenza scientifica e della cooperazione internazionale.»

L'Accademia Europea delle Scienze (EurASc) è un'organizzazione internazionale indipendente che riunisce alcuni tra i più autorevoli scienziati e ingegneri europei con l'obiettivo di promuovere l'eccellenza nella ricerca fondamentale e interdisciplinare, rafforzare la cooperazione scientifica internazionale e favorire il progresso della scienza e della tecnologia a beneficio della società. L'obiettivo di EurASc è affiancare e integrare l'azione delle accademie nazionali e dell'European Academies Science Advisory Council (EASAC). 

La Prof.ssa Marchesan si unisce alla Divisione di Chimica di EurASc, di cui, nella Divisione dei Materiali, fanno parte i proff. Paolo Fornasiero, Federico Rosei del Dipartimento Scienze chimiche e Farmaceutiche e Maurizio Prato, Professore Emerito UniTS. 

 

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UniTS è orgogliosa di annunciare l’ingresso nella prestigiosa Accademia della docente ordinaria di Chimica Organica
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I partiti come brand, le immagini come strategia

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Si è da poco concluso VIPoP – The Visual Politics of Populism, un ambizioso progetto di ricerca finanziato dal PRIN 2022 con uno stanziamento di 217.940 euro che, nell'arco di ventinove mesi, ha indagato in chiave comparata le strategie di comunicazione visiva dei partiti politici in Europa. A guidare il progetto in qualità di Principal Investigator è stato il prof. Mattia Zulianello, professore associato di Scienza Politica al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Trieste, che ha coordinato un consorzio di tre unità di ricerca comprendente anche l'Università degli Studi di Milano e l'Università di Milano-Bicocca.

VIPoP rappresenta la prima analisi comparata sistematica del populismo visivo in Europa e si distingue per un approccio profondamente innovativo, che apre una nuova frontiera negli studi di settore: per la prima volta, infatti, l'approccio ideativo al populismo è stato esteso in modo strutturato alla dimensione visiva, fino ad oggi rimasta ai margini della letteratura internazionale. Il progetto guarda ai partiti come a veri e propri brand politici, e ai loro simboli (loghi, palette cromatiche, codici visivi ricorrenti) come a marcatori identitari che obbediscono a logiche di marketing non dissimili da quelle che governano la competizione tra imprese sui mercati. In questa prospettiva, VIPoP ha adottato un disegno multi-piattaforma, integrando migliaia di dati provenienti da Facebook e Instagram, e una metodologia all'avanguardia che coniuga computer vision, analisi automatizzata dei testi, interviste qualitative alle élite di partito ed esperimenti conjoint randomizzati.

«Quello che ci ha colpiti, lavorando sul campo, è la consapevolezza con cui i team di comunicazione dei partiti gestiscono ogni dettaglio visivo come farebbe un ufficio marketing con la propria brand identity: dalle interviste è emerso chiaramente come la scelta di un colore, il taglio di un'immagine o la posizione di un logo non siano mai casuali, ma il risultato di una strategia precisa. Ricostruire questa grammatica visiva in chiave comparata europea è stato uno degli aspetti più rivelatori del progetto», spiega Zulianello.

La rilevanza di VIPoP si gioca su una scala dichiaratamente europea: in un momento storico in cui la sfida populista interroga la tenuta delle democrazie liberali del continente, il progetto fornisce strumenti analitici e interpretativi essenziali per comprendere come questi attori politici costruiscano consenso attraverso le immagini.

«Oggi l'immagine è il vettore primario della comunicazione politica digitale: capirne i meccanismi populisti non è un esercizio accademico, ma una precondizione di cittadinanza democratica. VIPoP risponde così all'Obiettivo 16 dell'Agenda 2030 — pace, giustizia e istituzioni forti — fornendo gli strumenti per difendere la qualità del dibattito pubblico e la tenuta delle democrazie europee», sottolinea Zulianello.

La produzione scientifica del prof. Zulianello nell'ambito di VIPoP è stata particolarmente ricca e collocata in riviste internazionali di fascia A. Tra i risultati più significativi del progetto spicca il PopulisTree, una mappatura sistematica dei partiti populisti europei dal 1979 a oggi, accompagnata da dataset liberamente accessibili relativi alle elezioni nazionali ed europee. Sviluppato dal prof. Zulianello e presentato in un articolo pubblicato sulla rivista European Union Politics, il PopulisTree costituisce la spina dorsale classificatoria dell'intero progetto e si propone come strumento di riferimento per la comunità scientifica internazionale, oltre che come risorsa aperta per chiunque voglia studiare il fenomeno con rigore.

Tra le altre pubblicazioni del prof. Zulianello legate al progetto si segnalano la rassegna sullo stato dell'arte della comunicazione visiva populista (Political Studies Review, con Francesco Melito, assegnista di ricerca assunto nell'ambito del progetto VIPoP); lo studio sui loghi dei partiti della destra radicale populista come elementi di brand identity (The International Journal of Press/Politics, con Luigi Curini e Benjamin Moffitt); l'analisi delle percezioni del mainstreaming della destra radicale populista (South European Society and Politics, con Antonella Seddone); e l'articolo "Show, Don't Tell" in Political Studies (2026, sempre con Melito), nato direttamente dal lavoro sul campo con le interviste ai team di comunicazione dei principali partiti italiani. A questi contributi si affiancano due volumi scritti con Petra Guasti: Capire il Populismo (UTET, 2024) e Understanding Populism, di prossima uscita per Karolinum Press / University of Chicago Press.

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Populismi europei e sostenibilità delle democrazie: concluso il PRIN coordinato da Mattia Zulianello
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Il telescopio spaziale Euclid cattura il cuore della Via Lattea: ecco le straordinarie immagini

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L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha presentato la più grande e dettagliata immagine mai realizzata del centro della Via Lattea, il cosiddetto Bulge galattico, una zona estremamente luminosa e popolata di stelle. La straordinaria “fotografia” apre nuove possibilità per gli scienziati, che potranno confermare l’esistenza di eventuali esopianeti in questa regione e misurarne la massa attraverso le minime variazioni della luce stellare nel tempo.

Il telescopio spaziale Euclid ha acquisito questa enorme immagine in circa 26 ore. Si tratta di un mosaico composto da nove puntamenti della sua camera nel visibile, ciascuno dei quali copre una porzione di cielo più estesa dell’intera Luna.

Euclid ha catturato in questa fotografia oltre 60 milioni di stelle, insieme a nebulose e ammassi stellari. Questa regione estremamente popolata della nostra galassia rappresenta il luogo ideale per la ricerca di esopianeti mediante microlensing.

La notizia di Euclid è straordinaria: mappare con tale precisione il bulge galattico apre prospettive uniche – commenta Gabriele Cescutti, docente UniTS di Astrofisica Stellare - Sebbene questa specifica campagna osservativa sia nata per sfruttare il microlensing e cercare esopianeti, una simile densità di dati stellari è preziosissima anche per le nostre linee di ricerca a UniTS. Nel nostro Dipartimento di Fisica ci occupiamo da anni di evoluzione chimica e "astroarcheologia galattica". Utilizziamo i dati spettroscopici e chimici delle stelle per ricostruire, tramite modelli teorici, la storia primordiale, i tempi di formazione e l'origine degli elementi nel bulge e nel nucleo della Via Lattea. Mosaici ad alta risoluzione, come quello di Euclid, sono fondamentali per comprendere la distribuzione precisa e la natura di queste popolazioni stellari. 

L’Università di Trieste ha la responsabilità delle operazioni dei due strumenti scientifici che sono il cuore della missione Euclid: Vis (Visible Instrument) Nisp (Near Infrared Spectrometer Photometer).  In dettaglio, i ricercatori UniTS ricoprono ruoli di responsabilità e coordinamento di diversi Key Projects dedicati allo sfruttamento della Data Release 1 (DR1), che avverrà verso la metà del 2027, che riguarda lo studio della cosmologia attraverso le proprietà statistiche della distribuzione ed evoluzione delle galassie. UniTS partecipa inoltre alla produzione di simulazioni numeriche cosmologiche basate su metodologie di High Performance Computing.   

Crediti immagine: European Space Agency - ESA.

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Il ruolo UniTS nella missione di ESA che aprirà nuove frontiere nella cosmologia
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Analisi genomiche fino a quaranta volte più veloci grazie a DEVIL

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Dieci milioni di cellule analizzate in meno di due ore, con un consumo di memoria circa tre volte inferiore rispetto ai migliori strumenti esistenti e una velocità fino a quaranta volte superiore sui dataset più grandi rispetto ai migliori strumenti esistenti. È questo lo straordinario risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Trieste e di Area Science Park, della SISSA e dello Human Technopole che ha sviluppato DEVIL (Differential Expression with Variational Inference Learning), un nuovo strumento di calcolo ad altissime prestazioni. Il lavoro è stato pubblicato su Nature Communications

Capire quali geni sono attivi nelle cellule è una delle chiavi per comprendere le malattie e sviluppare nuove terapie. Oggi le tecnologie più avanzate consentono di misurare l’attività genica in milioni di cellule provenienti da decine o centinaia di pazienti, generando una quantità di dati senza precedenti per la ricerca biomedica. Questa rivoluzione porta però con sé due grandi questioni: da un lato il rischio di errori nell’interpretazione dei dati, dall’altro la difficoltà di analizzare volumi così elevati di informazioni.  

La prima sfida è computazionale: analizzare milioni di cellule richiede una potenza di calcolo enorme. I metodi tradizionali sono troppo lenti e consumano troppa memoria per gestire questi volumi: un collo di bottiglia che rischia di vanificare il vantaggio delle nuove tecnologie di raccolta dati. La seconda sfida è statistica. Le cellule prelevate dallo stesso paziente si somigliano tra loro più di quanto si somiglino le cellule di pazienti diversi perché condividono la stessa biologia individuale, lo stesso ambiente e le stesse caratteristiche individuali. Ignorare questo fatto — come fanno molti degli strumenti attualmente in uso — può portare a conclusioni statistiche distorte, con il rischio di identificare come "significativi" cambiamenti cellulari che in realtà non lo sono, o viceversa di perderne di reali.  

Per tentare di risolvere i due problemi, i ricercatori, grazie a DEVIL, sono riusciti a unire in modo inedito il rigore statistico con la rapidità di calcolo. Sul piano computazionale, DEVIL, che è stato sviluppato anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC, è stato progettato per sfruttare in modo efficiente le più moderne architetture di calcolo parallelo tipiche dell’intelligenza artificiale. Inoltre, DEVIL non è solo più rapido, ma utilizza anche meno memoria, un dettaglio non da poco. Infatti, questo significa che analisi prima riservate ai grandi centri di calcolo, diventano ora accessibili ad infrastrutture e a laboratori di ricerca più piccoli. Sul piano statistico, DEVIL risolve il problema con un approccio bayesiano che tiene correttamente conto della struttura dei dati, trattando le cellule di uno stesso paziente come correlate, separando quindi le differenze tra pazienti dalle vere differenze nell’attività cellulare.  

“Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza ORFEO, il data center di Area Science Park, recentemente potenziato grazie ai fondi del PNRR – sottolinea Stefano Cozzini, Direttore Istituto Ricerca e Innovazione Tecnologica di Area. La disponibilità di GPU di ultima generazione, caratterizzate da prestazioni di calcolo estremamente elevate, insieme a un’attenta ottimizzazione degli algoritmi su questa architettura, sviluppata dal nostro team, permette ora di usare DEVIL  per affrontare e risolvere problemi su una scala significativamente più ampia. La soddisfazione è grande: non è frequente poter contare su una squadra di così elevata competenza, capace di valorizzare al meglio le risorse acquisite.”. 

”La differential expression, cioè l'analisi statistica che identifica quali geni sono significativamente più o meno attivi tra due o più condizioni biologiche diverse - spiega Giulio Caravagna dell’Università di Trieste - è una tecnologia matura. Tuttavia, il passaggio al single-cell ha introdotto problemi statistici e computazionali che rendono complessa l’analisi integrata di grandi coorti di pazienti. Il nostro lavoro nasce proprio per risolvere questo collo di bottiglia, combinando innovazione metodologica e calcolo ad alte prestazioni per scalare alla possibilità di analizzare milioni di cellule da centinaia di pazienti”. 

“Nello sviluppo di DEVIL, la sinergia di strumenti statistici classici e bayesiani rappresenta un fiore all’occhiello nel panorama della letteratura oncologica di riferimento – sottolinea Leonardo Egidi dell’Università di Trieste – e rende DEVIL un protocollo computazionale efficiente e dalla forte caratterizzazione metodologica. Sviluppi futuri potrebbero coinvolgere modelli spazio-temporali per più pazienti e apportare ulteriori approssimazioni di calcolo basate su alcune proprietà teoriche attualmente oggetto di studio: un bel mix di competenze statistiche, informatiche e biologiche”. 

DEVIL è stato testato su due casi biologici concreti. Nel primo, dedicato all’identificazione di cellule del sistema immunitario, lo strumento si è dimostrato più preciso e specifico nel riconoscere le funzioni biologiche rilevanti. Nel secondo, relativo all’invecchiamento del tessuto muscolare umano, ha individuato in modo più stabile e biologicamente fondato i cambiamenti trascrizionali legati all’età, riducendo il rumore e mettendo in evidenza i processi chiave per le analisi successive. 

DEVIL è stato rilasciato come software libero e gratuito, a disposizione di laboratori e ospedali di tutto il mondo, aprendo la strada a una nuova generazione di analisi genomiche su larga scala per lo studio dei tumori, delle malattie degenerative e per lo sviluppo della medicina personalizzata. 

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Il nuovo strumento sviluppato da UniTS, Area Science Park, SISSA e Human Technopole analizza oltre dieci milioni di cellule in meno di due ore
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Malattia di Kawasaki: finanziato da AIFA un progetto guidato da Andrea Taddio

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Un progetto dedicato alla malattia di Kawasaki, coordinato dall’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo con il contributo scientifico dell’Università di Trieste, è stato ammesso al finanziamento del bando di ricerca indipendente AIFA 2025 sulle malattie rare.

Lo studio, finanziato con 983.000 euro, è uno dei 19 progetti selezionati a livello nazionale dall’Agenzia Italiana del Farmaco e vede il Burlo capofila con il prof. Andrea Taddio, direttore della struttura di Reumatologia pediatrica e Immunologia clinica dell’Istituto e professore associato di Pediatria dell’Università di Trieste.

Il progetto nasce per valutare l’impiego dell’anakinra, un farmaco biologico diretto contro una proteina infiammatoria chiamata IL-1, come possibile trattamento di prima linea per la malattia di Kawasaki. L’approccio previsto è innovativo anche sul piano metodologico: la ricerca utilizzerà gruppi di controllo costruiti a partire da dati clinici preesistenti, analizzati anche attraverso strumenti di intelligenza artificiale.

La malattia di Kawasaki è una patologia infiammatoria rara dell’età pediatrica che colpisce i vasi sanguigni, in particolare le arterie coronarie, e può causare complicanze cardiache. La terapia standard prevede l’uso di immunoglobuline per via endovenosa, ma una quota significativa di pazienti — pari al 20-25% — non risponde adeguatamente al trattamento, con un aumento del rischio di esiti clinici severi.

L’obiettivo dello studio è quindi produrre nuove evidenze sull’efficacia dell’anakinra, valutandone anche sicurezza, tollerabilità, durata del ricovero ospedaliero e risultati clinici complessivi.

«Aver ricevuto quasi un milione di euro di finanziamento rappresenta un importante riconoscimento della qualità scientifica del progetto e della capacità dei centri coinvolti di collaborare per affrontare sfide cliniche complesse. L’obiettivo è produrre nuove evidenze scientifiche che possano tradursi in migliori opportunità di cura per i bambini affetti da questa patologia rara», dichiara il prof. Andrea Taddio, responsabile scientifico del progetto.

«Essere stati ammessi nella graduatoria nazionale AIFA attesta il valore della ricerca clinica sviluppata dalla rete dei professionisti del nostro IRCCS e delle istituzioni che collaborano all’interno del Consorzio Incipit. Un risultato che conferma l’efficacia della ricerca partecipata nel generare innovazione e nuove opportunità per i pazienti», dichiara Anna Arbo, direttrice della Farmacia Ospedaliera del Burlo.

La ricerca è stata messa a punto con il contributo del prof. Gabriele Simonini, direttore dell’Unità operativa di Reumatologia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria IRCCS Meyer di Firenze, e del prof. Marco Cattalini, responsabile della Reumatologia pediatrica dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale degli Spedali Civili di Brescia. 

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Lo studio sulla patologia rara coordinato dal docente UniTS di Pediatria è uno dei 19 selezionati a livello nazionale: previsto un finanziamento da 1 mln di euro
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Valutazione qualità della Ricerca 2020-2024: UniTS prima in Italia in 5 discipline

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Il Rapporto Finale della Valutazione della Qualità della Ricerca 2020-2024 (VQR4) di ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) colloca l’Università di Trieste prima tra gli atenei italiani nei seguenti settori scientifici disciplinari:

- Composizione architettonica e urbana
- Chimica generale e inorganica
- Genetica medica
- Fisica per le scienze della vita, l'ambiente e i beni culturali
- Psicologia sociale

UniTS risulta inoltre seconda nei settori:

- Chimica fisica
- Geologia stratigrafica e sedimentologia
- Anatomia patologica
- Malattie dell'apparato cardiovascolare 

“Il risultato dell’ultima indagine ANVUR fotografa un Ateneo con una valutazione complessiva delle pubblicazioni al di sopra della media nazionale, dove si promuovono i ricercatori meritevoli e, soprattutto, fucina di ricerca con un forte impatto sulla società – commenta Paolo Fornasiero, Prorettore alla Ricerca – gli ultimi dati presentati potrebbero anche essere sottostimati in quanto discipline che impiegano pochi ricercatori, o che non hanno presentato almeno 10 lavori scientifici, per privacy non sono considerate nel rapporto”.

Il rapporto finale conferma i dati diffusi da ANVUR lo scorso 16 aprile: non solo la valutazione media delle 1.789 pubblicazioni sottoposte alla valutazione è superiore a quella nazionale, ma per quanto riguarda la valorizzazione delle conoscenze, ossia l'impatto della ricerca sul territorio e la società, l'Ateneo si posiziona al sesto posto.

La VQR4 fotografa i risultati della produzione scientifica, delle attività di valorizzazione delle conoscenze, della capacità di attrarre progetti competitivi internazionali e, per la prima volta in via sperimentale e limitatamente agli enti di ricerca e alle istituzioni volontarie, delle infrastrutture di ricerca

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Anvur colloca l’Ateneo ai vertici nazionali
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La Royal Society of Chemistry premia UniTS per risultati scientifici di eccellenza

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La Royal Society of Chemistry ha conferito a Federico Rosei il Centenary Prize for Chemistry and Communication 2026Il riconoscimento gli è stato attribuito per il contributo alla progettazione, sintesi e caratterizzazione di nanomateriali con applicazioni nel campo delle energie rinnovabili, oltre che per la sua eccellenza nella comunicazione scientifica.

Il premio fa parte dei Research & Innovation Prizes della Royal Society of Chemistry, istituiti per celebrare persone straordinarie che promuovono il progresso delle scienze chimiche sia nel mondo accademico che nell’industria. Nella lista dei vincitori delle edizioni precedenti troviamo oltre 20 premi Nobel.

“Si tratta di un grande onore, soprattutto guardando la lista dei premiati in anni passati”, commenta il prof. Rosei.

L’Università di Trieste è anche tra i vincitori dell’Environment, Sustainability and Energy Horizon Prize 2026, assieme al Dalian Institute of Chemical Physics della Chinese Academy of Sciences (Cina).

Il riconoscimento premia lo sviluppo di nuovi approcci fotocatalitici per la produzione di idrogeno solare a partire da biomasse sostenibili, una tecnologia promettente per la transizione energetica e la decarbonizzazione.

Per l’Università di Trieste il team comprende i proff. Tiziano Montini e Paolo Fornasiero, Prorettore alla Ricerca. Il gruppo internazionale include inoltre i proff. Nenchao Luo e Feng Wang del Dalian Institute of Chemical Physics, partner di una collaborazione scientifica consolidata da oltre dieci anni.

La cooperazione tra i due gruppi è stata sostenuta nel tempo dal programma bilaterale finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e dal Ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese (MOST), a testimonianza del valore strategico delle relazioni scientifiche tra Italia e Cina.

«Questo prestigioso riconoscimento conferma come solo attraverso collaborazioni internazionali solide e di lungo periodo sia possibile affrontare e risolvere le grandi sfide globali, dall’energia sostenibile alla tutela dell’ambiente», sottolineano i ricercatori coinvolti.

A commento del conferimento dei premi ai ricercatori UniTS, Helen Pain, Amministratrice Delegata della Royal Society of Chemistry, ha dichiarato:

«La chimica e i chimici sono presenti ovunque nella vita quotidiana e nella nostra società, e i nostri premi vogliono celebrare questa pervasività. I vincitori dei premi Research & Innovation comprendono gruppi e singoli individui, professori e studiosi, nonché persone provenienti da tutto il mondo e attive in una vasta gamma di ruoli e settori. Il contributo di ciascuno svolge un ruolo fondamentale nell’avanzamento della conoscenza umana e nel miglioramento del mondo in cui viviamo. Desidero porgere le mie più sentite congratulazioni ai docenti dell’Università di Trieste. Vincere un premio della RSC rappresenta un risultato straordinario: entrano a far parte di un prestigioso elenco di premiati che ha preso il via oltre 150 anni fa e comprende diverse decine di persone che hanno successivamente ricevuto il Premio Nobel”.

La Royal Society of Chemistry è un’organizzazione internazionale che mette in contatto gli scienziati chimici tra loro, con altri scienziati e con la società nel suo complesso. Fondata nel 1841 e con sede a Londra, conta oltre 60.000 membri tra gli scienziati chimici a livello internazionale.

FOTO: Federico Rosei, Paolo Fornasiero e Tiziano Montini

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Tre docenti del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Paolo Fornasiero, Tiziano Montini e Federico Rosei premiati per le loro attività di ricerca
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Trovato il granato su Marte: è un nuovo tassello nella storia geologica del pianeta rosso

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Uno studio internazionale ha svelato un nuovo tassello del puzzle geologico di Marte. La ricerca guidata da Brock University (St. Catharines, ON, Canada), in collaborazione con il Royal Ontario Museum (Toronto, ON, Canada) e con il contributo dell’Università di Trieste, ha identificato per la prima volta la presenza di granato in una meteorite marziana, aprendo nuove prospettive sulla complessità dei processi che hanno modellato il pianeta rosso.

Allo studio, pubblicato sulla rivista internazionale peer-reviewed Geochemical Perspectives Letters della European Association of Geochemistry, ha partecipato la ricercatrice dell'ateneo triestino Ana Černok.

Il granato è un minerale molto comune sulla Terra, spesso associato a rocce metamorfiche e a processi che avvengono in condizioni di alte temperature, pressioni elevate o in presenza di fluidi caldi. Finora, tuttavia, non era mai stato riconosciuto in campioni provenienti da Marte né direttamente sulla superficie marziana. La sua identificazione amplia quindi la diversità mineralogica nota del pianeta e suggerisce la possibilità che Marte abbia conosciuto processi geologici più complessi di quanto documentato finora.

Il campione analizzato è un frammento della meteorite marziana NWA 8171, conservata nelle collezioni del Royal Ontario Museum. Durante le analisi mineralogiche e chimiche, il gruppo di ricerca ha individuato una composizione inattesa, inizialmente ricondotta a un minerale più comune come il pirosseno. Ulteriori verifiche, condotte con strumentazioni specialistiche, hanno invece permesso di riconoscere la presenza del granato.

La scoperta potrebbe indicare l’esistenza di una tipologia di roccia marziana finora sconosciuta, formatasi attraverso processi metamorfici, metasomatici o nuove forme di differenziazione magmatica. Gli autori dello studio mantengono tuttavia una posizione cauta: saranno necessarie ulteriori indagini, in particolare sulle firme isotopiche del campione, per stabilire se il granato si sia formato effettivamente su Marte o se abbia un’origine “extra-marziana”, legata a un corpo celeste successivamente incorporato nella superficie del pianeta.

Il contributo di Ana Černok si è concentrato sull’interpretazione mineralogica e geochimica del campione, valorizzando la sua esperienza nello studio delle meteoriti e dei materiali planetari. La collaborazione scientifica nasce nell’ambito del percorso di dottorato della prima autrice, Tanya Kizovski, allora al Royal Ontario Museum di Toronto e oggi docente a Brock University, al quale Černok ha contribuito come componente del team di supervisione e mentor scientifico.

«Se gli elementi chimici sono le lettere dell’alfabeto, allora i minerali sono le parole con cui i pianeti raccontano la loro storia – spiega Ana Černok –. Scoprire un nuovo minerale su un altro mondo è come ritrovare una parola perduta di un’antica lingua. Il granato ci racconta che Marte ha vissuto processi geologici più complessi di quanto pensassimo e aggiunge un nuovo tassello alla storia della sua evoluzione».

Il lavoro rappresenta il risultato di una collaborazione internazionale che coinvolge istituzioni di Canada, Regno Unito e Italia, tra cui Brock University, Royal Ontario Museum, University of Toronto, University of Portsmouth, The Open University e Università di Trieste.

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Lo studio Expanding Mars’ lithologic diversity: discovery of a garnet-bearing clast in NWA 8171 è stato pubblicato su Geochemical Perspectives Letters.

Publication link https://doi.org/10.7185/geochemlet.2619

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Identificato per la prima volta il minerale in una meteorite marziana, grazie a uno studio internazionale guidato da Brock University e Royal Ontario Museum con la collaborazione dell'Università di Trieste
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Oltre l’effetto calmante: nuovo studio rivela come il movimento ritmico può suscitare stati piacevoli nei pulcini

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Uno studio pubblicato su Annals of the New York Academy of Sciences ha rilevato, in modo inatteso, che i movimenti ritmici passivi, come il dondolio o le oscillazioni simili al trasporto, possono modificare lo stato emotivo dei pulcini domestici, inducendo sia risposte di calma sia risposte piacevoli. La ricerca, condotta da Cinzia Chiandetti, Andrea Dissegna e Paolo Gallina dell’Università di Trieste e Lorenzo Scalera dell’Università di Udine, indaga gli effetti del movimento ritmico in animali non appartenenti alla classe dei mammiferi.

Nei mammiferi, il movimento passivo ritmico lento è da tempo riconosciuto come una componente rilevante delle cure parentali: può ridurre il pianto, abbassare la frequenza cardiaca e favorire l’addormentamento. Nell’essere umano, inoltre, osservazioni di carattere aneddotico suggeriscono che movimenti ritmici più rapidi nei neonati e nei bambini piccoli, come il lancio giocoso in aria, il dondolio sull’altalena o le giostre come le montagne russe, possano suscitare piacere ed eccitazione.

Per verificare se questi effetti siano presenti anche al di fuori dei mammiferi, e per comprendere quando il movimento passi da una funzione prevalentemente calmante a una potenzialmente piacevole, il gruppo di ricerca ha osservato pulcini domestici mentre venivano sottoposti a dondolio. L’impiego dei pulcini per studiare questo fenomeno rappresenta un elemento inedito: questi animali, infatti, sono in grado di camminare subito dopo la schiusa e, a differenza dei piccoli dei mammiferi, non vengono trasportati dalla madre.

Nel corso dell’esperimento, i singoli pulcini sono stati collocati all’interno di una scatola opaca collegata a un braccio robotico di precisione, programmato per riprodurre movimenti di dondolio e oscillazioni simili al trasporto, variandone frequenza lenta o rapida e direzione orizzontale o verticale. Lo stato emotivo degli animali è stato monitorato in modo non invasivo attraverso la registrazione delle vocalizzazioni.

I risultati mostrano che il dondolio lento e i movimenti lenti simili al trasporto determinano una riduzione dei cosiddetti “richiami di contatto”, vocalizzazioni associate a condizioni di disagio, isolamento o separazione. Questo dato richiama gli effetti calmanti del trasporto materno già documentati nei mammiferi.

Un risultato particolarmente significativo riguarda però la possibilità che specifiche forme di movimento ritmico inducano anche una risposta positiva. Quando i pulcini venivano esposti a un dondolio orizzontale rapido o a movimenti rapidi simili al trasporto, emettevano infatti un numero significativamente maggiore di vocalizzazioni affiliative i cosiddetti brood calls normalmente prodotte in contesti sicuri e socialmente favorevoli, e considerate indicatori di uno stato piacevole.

Nel loro insieme, i risultati suggeriscono che gli effetti calmanti del trasporto e del dondolio osservati nei mammiferi possano derivare da una sensibilità diffusa degli animali al ritmo e al movimento.

Come osservano gli autori dello studio: “I nostri risultati ampliano l’ambito funzionale della stimolazione ritmica, configurandola come un regolatore dello stato affettivo, capace di produrre sia effetti calmanti sia esperienze piacevoli lungo diverse linee evolutive dei vertebrati”.

Poiché, nella loro storia naturale, i pulcini non sperimentano il trasporto materno, la loro sensibilità al movimento ritmico sembra riflettere un meccanismo profondamente conservato nei vertebrati, più che una risposta a specifiche strategie di cura parentale.

 

Annals of the New York Academy of Sciences è una rivista multidisciplinare con oltre due secoli di storia, che pubblica articoli di ricerca, rassegne e contributi prospettici ad alto impatto, dedicati a progressi significativi in tutti gli ambiti della conoscenza scientifica.

La rivista ha un profilo autenticamente multidisciplinare e accoglie contributi di ricercatori di tutto il mondo nelle scienze della vita, nelle scienze fisiche, nelle scienze sociali e comportamentali, nelle scienze ambientali e nelle aree di intersezione tra questi settori.

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Pubblicata su Annals of the News York Academy of Sciences, la ricerca suggerisce l’esistenza di meccanismi profondamente conservati nei vertebrati
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