Leggere i cambiamenti climatici e lo stato della biodiversità attraverso i licheni: UniTS ospita i principali studiosi mondiali Read more about Leggere i cambiamenti climatici e lo stato della biodiversità attraverso i licheni: UniTS ospita i principali studiosi mondiali Immagine IMG_8121 (1).JPG Data notizia Mon, 27/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Testo notizia Ha preso il via oggi, lunedì 27 luglio, all’Università di Trieste il 10th Symposium of the International Association for Lichenology – IAL10, il maggiore appuntamento scientifico internazionale dedicato alla lichenologia. Il congresso, organizzato ogni quattro anni dall’International Association for Lichenology, si svolge per la prima volta in Italia e riunisce nel campus di Piazzale Europa studiose e studiosi provenienti da tutto il mondo.La lichenologia studia i licheni, organismi complessi che si sviluppano attraverso l’associazione stabile tra un fungo e uno o più partner capaci di svolgere la fotosintesi. Presenti negli ambienti più diversi, comprese alcune delle regioni più estreme del pianeta, i licheni rappresentano un importante modello per comprendere i meccanismi della simbiosi, dell’adattamento e dell’evoluzione. La loro sensibilità alle condizioni ambientali ne consente inoltre l’impiego nel monitoraggio della qualità dell’aria e degli ecosistemi, mentre la loro interazione con rocce, edifici e monumenti è oggetto di studio nell’ambito della conservazione del patrimonio culturale.I lavori scientifici, inaugurati oggi nell’edificio H3, proseguiranno fino a venerdì 31 luglio. Il programma comprende cinque conferenze plenarie, oltre venti sessioni tematiche, quattro workshop, comunicazioni scientifiche e sessioni poster. Gli interventi affrontano le più recenti acquisizioni nel campo della genomica e delle scienze “omiche”, della tassonomia e della sistematica, della biologia delle simbiosi, dell’ecofisiologia e della biodiversità. Ampio spazio è riservato anche alle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla conservazione degli ecosistemi, al monitoraggio delle città e degli ambienti naturali e al rapporto tra licheni e beni storico-monumentali.Le conferenze plenarie sono affidate a Nina Gunde-Cimerman dell’Università di Lubiana, Pavel Škaloud della Charles University di Praga, Theo Llewellyn dell’Imperial College London, Daniel Stanton dell’Università del Minnesota e Gulnara Tagirdzhanova dell’Università di Stoccolma. Tra i temi affrontati figurano le simbiosi capaci di svilupparsi negli ambienti estremi, le analogie ecologiche ed evolutive tra licheni e coralli, i meccanismi genetici alla base della produzione di sostanze protettive, le risposte dei licheni al cambiamento climatico e le interazioni molecolari tra i diversi organismi che compongono la simbiosi.L’organizzazione locale è coordinata da docenti del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste. La presidente del congresso è Lucia Muggia, docente di Botanica sistematica; il vicepresidente è Mauro Tretiach, docente di Botanica generale. Fanno parte della segreteria scientifica e organizzativa Stefano Martellos, docente di Botanica sistematica, e Fabio Candotto Carniel, docente di Botanica generale. Al gruppo triestino si affiancano un comitato organizzatore nazionale e un comitato scientifico composto da esperte ed esperti provenienti da Europa, Asia, Australia e Stati Uniti.La candidatura di Trieste era stata scelta nel 2021, durante la precedente edizione del congresso, organizzata online. La designazione ha riconosciuto il ruolo svolto nel tempo dal gruppo di ricerca dell’Ateneo nell’ambito della lichenologia italiana e internazionale, insieme alla posizione geografica della città, alla sua dimensione multiculturale e alla presenza di una rete particolarmente articolata di istituzioni scientifiche.Il programma è completato da escursioni scientifiche dedicate all’osservazione dei licheni nei loro ambienti naturali. Due itinerari hanno preceduto il congresso, attraversando le Alpi sud-orientali e l’Italia centrale, mentre dal 1° al 3 agosto è prevista un’escursione nel Carso classico italiano e sloveno, con tappe nella Riserva naturale della Val Rosandra, nell’area delle Grotte di San Canziano, sull’altopiano di Trnovo e nel territorio di Duino.Il programma completo e tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale di IAL10. Abstract Al via IAL10, il più importante appuntamento scientifico internazionale dedicato allo studio dei licheni. Al centro del programma biodiversità, genomica, cambiamenti climatici, biomonitoraggio e conservazione del patrimonio culturale Mostra nel diario Off
Alla ricerca di acqua dolce in fondo al mare: missione RESCUE in Adriatico Read more about Alla ricerca di acqua dolce in fondo al mare: missione RESCUE in Adriatico Immagine team_Missione_RESCUE.jpeg Data notizia Fri, 24/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Mappare gli acquiferi a oltre 400 metri sotto il fondale marino nell’area costiera tra Jesolo e Lignano. È quanto realizzato nella missione appena conclusa grazie al progetto RESCUE e svoltasi a bordo della nave da ricerca Laura Bassi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS.RESCUE, progetto coordinato dall’Università degli Studi di Trieste e di cui l’OGS è partner, mira infatti a rafforzare la sicurezza idrica attraverso la ricerca e l'innovazione per localizzare l'acqua dolce in acquiferi costieri e offshore inesplorati. Sulla base di recenti scoperte scientifiche, il progetto sta mappando acquiferi profondi (oltre 400 metri) a bassa salinità, sia a terra che in mare, che in un contesto come quello attuale in cui le risorse idriche dolci nelle regioni costiere sono sottoposte a una crescente pressione dovuta alla crescita demografica, all'inquinamento e al cambiamento climatico, potrebbero integrare le forniture di acqua potabile, per l'agricoltura e per l'industria, contribuendo al contempo a ridurre i costi della desalinizzazione.A bordo della Laura Bassi erano presenti ricercatori e studenti dell’OGS, dell’Università di Trieste, dell’Università di Pisa, del CNR-ISMAR di Bologna, dell’Università di Malta e del Monterey Bay Aquarium Research Institute (MBARI), in California. Durante la campagna sono state condotte indagini geofisiche di sismica a riflessione per ottenere immagini ecografiche del sottosuolo marino e di mappatura del fondale. Inoltre, per la prima volta sono state eseguite indagini di tipo elettromagnetico con lo scopo di identificare la presenza di acquiferi di acqua dolce nel sottosuolo marino. Le indagini, che non hanno coinvolto attività di campionamento del fondale, hanno interessato un’area a circa 10 km dalla costa dalla città di Jesolo in provincia di Venezia, fino al delta del Tagliamento, al largo di Lignano.“Le indagini sono state eseguite in ottime condizioni ambientali e tutto si è svolto secondo i piani. I dati sono di ottima qualità ma richiederanno molti mesi di elaborazione in laboratorio a terra prima di poter confermare la presenza degli acquiferi nel sottosuolo marino dell’Alto Adriatico” ha detto Cristina Corradin, ricercatrice dell’OGS e coordinatrice scientifica della spedizione.“Le operazioni hanno richiesto l’integrazione di diverse strumentazioni geofisiche e una stretta collaborazione tra i diversi gruppi di ricerca, personale tecnico-scientifico ed equipaggio della nave”, ha spiegato Daniela Accettella dell’OGS e capomissione a bordo della Laura Bassi.“Dopo due anni di attività scientifica, il team RESCUE ha applicato i metodi geofisici integrati innovativi per lo studio delle falde acquifere profonde offshore ad una delle aree di studio più promettenti: i fondali dell’Alto Adriatico e del Friuli-Venezia Giulia in particolare. La raccolta di nuovi dati migliorerà la comprensione delle risorse idriche nella regione e contribuirà ad affrontare le carenze d'acqua associate al cambiamento climatico e agli eventi estremi, come l'ondata di caldo e la siccità che attualmente colpiscono l'Europa" ha detto il Prof. Michele Pipan dell’Università di Trieste, Coordinatore del progetto RESCUE.Questa spedizione oceanografica ha posto le basi per un secondo progetto finanziato dall’associazione intergovernativa europea JPI Oceans che su iniziativa di Malta e Italia ha finanziato un progetto di ricerca che porterà alla conferma della presenza di acqua dolce nel sottosuolo dell’Alto Adriatico tramite un sondaggio del sottosuolo in mare, il primo in Europa. Il progetto, coordinato dall’Università di Malta, con la partecipazione di OGS, Università di Trieste, Polo Tecnologico dell’Alto Adriatico e di altri istituti tedeschi e greci, beneficia di un finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.Il progetto RESCUERESCUE - Resources in Coastal Groundwater Under Hydroclimatic Extremes è un progetto cofinanziato dalla Partnership Water4All e dall’Unione Europea. Affronta il tema della scarsità d’acqua nelle regioni costiere attraverso lo studio delle falde acquifere presenti a grande profondità e sotto i fondali marini. L’iniziativa prevede la mappatura di queste risorse, la valutazione della loro sostenibilità e la definizione di politiche mirate al loro utilizzo. L’Università degli Studi di Trieste coordina il progetto mentre l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS è partner. Gli altri partner sono: University of Derby (Regno Unito), Ruden AS (Norvegia) e l’Università di Malta. Abstract A bordo della nave da ricerca Laura Bassi, in collaborazione con OGS Mostra nel diario Off
WASTEREDUCE, da UniTS nuovi strumenti per prevenire e monitorare l’abbandono dei rifiuti nelle aree protette Read more about WASTEREDUCE, da UniTS nuovi strumenti per prevenire e monitorare l’abbandono dei rifiuti nelle aree protette Immagine Titolo (63).jpg Data notizia Thu, 23/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Comprendere dove si accumulano i rifiuti, individuare le aree maggiormente esposte all’abbandono e intervenire sui comportamenti che alimentano il fenomeno. È il contributo scientifico portato dall’Università di Trieste a WASTEREDUCE – Integrated waste reduction strategies and solutions in protected and Natura 2000 areas, progetto europeo giunto alla conclusione dopo due anni e mezzo di attività transfrontaliere.Avviato nel febbraio 2024 e finanziato dal Programma Interreg Italia–Croazia 2021–2027, WASTEREDUCE ha avuto un valore complessivo di circa 1,66 milioni di euro, coperto per l’80% dal Fondo europeo di sviluppo regionale. Il progetto ha coinvolto otto partner italiani e croati e ha sperimentato soluzioni in tre aree pilota: il Medio Brenta, la costa occidentale dell’Istria e la baia di Sakarun, sull’isola croata di Dugi Otok.L’obiettivo era sviluppare un approccio integrato per prevenire l’abbandono dei rifiuti, individuarne le zone di accumulo, migliorare la raccolta e ridurne gli effetti sugli ecosistemi terrestri, fluviali e marini.Il contributo dell’Università di TriesteIl Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS ha sviluppato due linee di ricerca complementari: l’analisi dei comportamenti umani e il monitoraggio ambientale mediante tecniche di osservazione da remoto.La componente relativa alle scienze comportamentali, coordinata dal professor Fabio Del Missier, ha approfondito i fattori cognitivi, motivazionali e contestuali che favoriscono oppure ostacolano il corretto conferimento dei rifiuti. Il gruppo UniTS ha anche predisposto due indagini rivolte ai visitatori delle aree protette e agli stakeholder territoriali, per analizzare abitudini, percezione del problema e possibili soluzioni.I risultati mostrano come la sola informazione non sia sufficiente a modificare i comportamenti. È necessario intervenire anche sull’organizzazione concreta degli spazi: posizione e riconoscibilità dei punti di raccolta, chiarezza delle indicazioni, accessibilità dei servizi e gestione delle aree ricreative.«Per contrastare efficacemente l’abbandono dei rifiuti è necessario operare sulla consapevolezza, sulla motivazione e sulla facilitazione dei comportamenti corretti», sottolinea Del Missier. «Le infrastrutture ambientali devono quindi essere progettate tenendo conto non soltanto delle esigenze tecniche della raccolta, ma anche del modo in cui le persone percepiscono gli spazi e prendono le proprie decisioni».Il professor Giovanni Bacaro ha coordinato le attività di analisi spaziale e monitoraggio degli accumuli negli ambienti terrestri e marini. Immagini satellitari, rilievi con droni, informazioni territoriali e verifiche sul campo sono stati integrati per individuare le aree più vulnerabili e indirizzare in maniera più efficace sopralluoghi e interventi. I rilievi con droni nel Medio Brenta sono stati condotti in collaborazione con ARPAV.L’approccio consente di passare da interventi prevalentemente reattivi, avviati dopo una segnalazione, a una sorveglianza più sistematica del territorio. In ambiente marino sono state inoltre sperimentate procedure per riconoscere nelle immagini satellitari anomalie potenzialmente associate alla presenza di rifiuti, eutrofizzazione o contaminazioni superficiali, da verificare successivamente attraverso osservazioni dirette.«La presenza dei rifiuti non è distribuita casualmente nello spazio», evidenzia Bacaro. «Gli accumuli riflettono le caratteristiche del paesaggio, l’accessibilità e la frequentazione delle aree, le attività ricreative e le dinamiche di trasporto terrestre e marino. Integrare telerilevamento, analisi spaziale e monitoraggio sul campo permette di indirizzare meglio le misure di prevenzione e gestione».Dalla ricerca agli interventi sul territorioWASTEREDUCE ha combinato ricerca scientifica, partecipazione degli enti locali e sperimentazione di soluzioni operative. Sono stati realizzati sopralluoghi, attività di videosorveglianza, raccolta e classificazione dei rifiuti, campagne di sensibilizzazione e incontri con amministrazioni, gestori delle aree protette, associazioni e operatori turistici.Nel Medio Brenta il monitoraggio ha rilevato sia rifiuti prodotti dalle attività ricreative, come picnic e bivacchi, sia abbandoni di materiali ingombranti o potenzialmente pericolosi. Le operazioni condotte sul territorio hanno consentito di recuperare, in un solo anno, circa 40 tonnellate di rifiuti. Il coinvolgimento dei dieci Comuni dell’area ha inoltre portato alla sottoscrizione del Brenta Mayors’ Agreement, con il quale le amministrazioni hanno formalizzato il proprio impegno nella tutela del sito Natura 2000.Sul versante croato è stato installato nella baia di Santa Marina, vicino a Parenzo, un sistema mobile per la raccolta dei rifiuti galleggianti. Le analisi condotte dai partner su oltre quaranta uccelli marini rinvenuti morti hanno inoltre rilevato plastica nell’apparato digerente della quasi totalità degli esemplari esaminati.Tra i risultati finali figurano piani di azione, metodologie di monitoraggio, strumenti educativi e soluzioni pratiche destinate agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione territoriale ed è stato progettato per poter essere adattato ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico.Un patrimonio di conoscenze per le aree protetteLa conclusione di WASTEREDUCE lascia agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali un insieme di metodologie, piani di azione, strumenti educativi e indicazioni operative utilizzabili anche oltre la durata del progetto. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione con i soggetti del territorio, offrendo un approccio adattabile ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico. Un patrimonio di conoscenze che potrà contribuire a rendere più tempestive le attività di monitoraggio e più efficaci gli interventi di prevenzione, raccolta e gestione dei rifiuti. Abstract Si conclude il progetto Interreg dedicato alla gestione dei rifiuti nelle aree Natura 2000. Il DSV ha integrato scienze comportamentali, telerilevamento e monitoraggio negli ambienti terrestri e marini. Nel Medio Brenta recuperate 40 tonnellate di rifiuti Mostra nel diario Off Video notizia Fotogallery Wastereduce
Paolo Fornasiero nominato Socio ordinario dell'Accademia Italiana di Ingegneria e Tecnologia (ITATEC) Read more about Paolo Fornasiero nominato Socio ordinario dell'Accademia Italiana di Ingegneria e Tecnologia (ITATEC) Immagine fornasiero.png Data notizia Sat, 18/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Il professor Paolo Fornasiero, Professore Ordinario di Chimica Generale e Inorganica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Trieste e Prorettore alla Ricerca, è stato nominato Socio ordinario dell’Accademia Italiana di Ingegneria e Tecnologia (ITATEC), in riconoscimento del suo contributo scientifico e della sua attività di ricerca nel campo della chimica dei materiali, della catalisi e delle tecnologie per la sostenibilità.Fondata nel 2022, su iniziativa e con il sostegno dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ITATEC riunisce personalità di eccellenza provenienti dai settori dell’ingegneria, della tecnologia e delle scienze applicate, con l’obiettivo di promuovere la cultura tecnico-scientifica e favorire il dialogo tra ricerca, innovazione e società.Tra le finalità dell’Accademia figurano il rafforzamento dello scambio di conoscenze tra università, enti di ricerca e industria, l’elaborazione di pareri e raccomandazioni su temi di rilevanza strategica, il supporto ai decisori pubblici e privati attraverso una consulenza tecnico-scientifica indipendente e la valorizzazione dell’eccellenza italiana nei settori dell’ingegneria e della tecnologia.Sul piano internazionale, ITATEC rappresenta il punto di riferimento italiano nel dialogo con le principali organizzazioni europee del settore e partecipa alle attività dello European Council of Academies of Applied Sciences, Technologies and Engineering (Euro-CASE), la rete che riunisce le accademie nazionali di ingegneria e tecnologia di 23 Paesi europei e che fornisce consulenza scientifica e tecnologica alle istituzioni dell’Unione Europea e ad altri organismi internazionali.La nomina del professor Fornasiero rappresenta un importante riconoscimento del valore della ricerca sviluppata presso l’Università degli Studi di Trieste e del contributo che l’Ateneo offre allo sviluppo della scienza, dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, a livello nazionale e internazionale. Abstract Il riconoscimento premia il contributo scientifico del Prorettore alla Ricerca nei campi della chimica dei materiali, della catalisi e delle tecnologie per la sostenibilità Mostra nel diario Off
Graduation Day in Piazza Verdi: la ricerca che incontra la città Read more about Graduation Day in Piazza Verdi: la ricerca che incontra la città Immagine photo_5967710127420804798_w.jpg Data notizia Fri, 17/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Post lauream Testo notizia Il Graduation Day dell’Università di Trieste è tornato nel cuore della città per celebrare la ricerca, la conoscenza e le nuove generazioni.Giovedì 16 luglio, Piazza Verdi ha ospitato la cerimonia di proclamazione dei Dottori di Ricerca del 38° ciclo, che si è conclusa con il caratteristico e tradizionale lancio del tocco. Inserito nel calendario di Trieste Estate, l’evento ha trasformato uno dei riti più significativi della vita accademica in un momento pubblico di incontro tra Università e cittadinanza.Dopo l’esordio dello scorso anno, il Graduation Day in città si conferma un appuntamento attraverso cui UniTS condivide con il territorio il valore della formazione dottorale e il contributo della ricerca allo sviluppo culturale, scientifico, sociale ed economico della comunità.Il primo Graduation Day della rettrice Donata VianelliPer la rettrice Donata Vianelli è stato il primo Graduation Day alla guida dell’Ateneo.«La cerimonia di quest’anno è stata la prima che ho vissuto da rettrice dell’Università di Trieste e ha rappresentato il consolidarsi di una nuova tradizione per l’Ateneo e per la città. Le dottoresse e i dottori di ricerca sono il punto più alto della formazione universitaria e l’ingresso di nuove generazioni nella comunità della ricerca. Celebrare questo passaggio in Piazza Verdi significa portare la conoscenza fuori dai luoghi in cui nasce e condividerla con la società, perché la scienza non è solo avanzamento del sapere: è responsabilità, fiducia nel futuro e capacità di contribuire al bene comune».I numeri del Graduation Day 2026L’edizione 2026 ha confermato la crescita dei percorsi di dottorato dell’Università di Trieste. I 187 nuovi dottori di ricerca proclamati in Piazza Verdi rappresentano un nuovo numero record per l’Ateneo.Come evidenzia Francesco Longo, docente UniTS e Delegato della Rettrice ai Dottorati di Ricerca, «il dato è legato anche all’impatto delle borse finanziate dal PNRR: il 38° ciclo è infatti il primo a giungere alla proclamazione dopo aver incluso per intero le borse avviate nell’anno accademico 2022/2023, a cui si è affiancata la scelta dell’Università di Trieste di continuare a investire anche con risorse proprie nella formazione dottorale».La classe 2026 dei nuovi dottori di ricerca è composta da 89 donne, pari al 47,6%, e 98 uomini, pari al 52,4%. La componente internazionale rappresenta il 14,4% del totale, con dottorandi provenienti da 14 Paesi: Austria, Brasile, Cina, Costa Rica, Croazia, Etiopia, Filippine, Francia, India, Iran, Nicaragua, Pakistan, Ruanda e Tunisia. Complessivamente, considerando anche l’Italia, le cittadinanze rappresentate sono 15 e confermano una comunità dottorale aperta a Europa, Asia, Africa e America.I 13 corsi: una ricerca trasversaleI 187 nuovi dottori di ricerca provengono da 13 corsi di dottorato, che restituiscono la trasversalità della ricerca sviluppata all’Università di Trieste: dalle scienze della vita alla fisica, dalla chimica all’ingegneria, dall’intelligenza artificiale alle nanotecnologie, dalla sostenibilità alle scienze cognitive, fino alla storia, all’architettura e agli studi sul territorio.I corsi coinvolti sono: Ambiente e Vita; Applied Data Science and Artificial Intelligence; Biomedicina Molecolare; Chimica; Circular Economy; Fisica; Ingegneria Civile-Ambientale e Architettura; Ingegneria Industriale e dell’Informazione; Nanotecnologie; Neuroscienze e Scienze Cognitive; Scienze della Riproduzione e dello Sviluppo; Scienze della Terra e Meccanica dei Fluidi; Storia delle Società, delle Istituzioni e del Pensiero. Dal Medioevo all’Età Contemporanea.Ospiti, istituzioni e partnerLa serata ha avuto come ospite d’eccezione Alberto Di Minin, professore ordinario di Innovation Management alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ricercatore e divulgatore, che ha tenuto la lectio magistralis “Il futuro ha bisogno di maestre e maestri. Una riflessione su Ricerca, Innovazione aperta e Responsabilità umana”.Al centro dell’intervento il ruolo della ricerca nelle grandi trasformazioni tecnologiche e sociali. Ogni epoca ha immaginato il futuro attraverso la scienza e la tecnologia del proprio tempo, ma le rivoluzioni non sono mai prodotte dalle tecnologie da sole. Hanno bisogno di persone capaci di trasformare la conoscenza in possibilità, di costruire ponti tra ricerca, impresa e società, di dare senso umano all’innovazione.Accanto alla scienza, anche la musica ha avuto un ruolo centrale nella serata, grazie alla performance di Pierpaolo Foti, violinista e compositore.La cerimonia, condotta dalla giornalista Marinella Chirico, ha visto la partecipazione della rettrice dell’Università di Trieste Donata Vianelli, del Delegato della Rettrice ai Dottorati di Ricerca Francesco Longo, del Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e del Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza. Sono intervenuti inoltre l’Amministratore Delegato di Bluenergy Group S.P.A. Alberta Gervasio e il Direttore Generale di CiviBank Luca Cristoforetti, in rappresentanza dei partner che sostengono l’iniziativa e condividono con l’Ateneo l’impegno verso innovazione, crescita e sviluppo della comunità.Il lancio del toccoLa serata è culminata con la proclamazione dei nuovi dottori di ricerca attraverso il rito del lancio del tocco. Il gesto, una delle immagini più riconoscibili delle cerimonie di laurea, viene fatto risalire alla U.S. Naval Academy: nel 1912 i nuovi ufficiali lanciarono in aria i vecchi copricapi da allievi. Da allora il lancio del tocco è diventato un simbolo immediato di passaggio e festa collettiva.L’evento è stato reso possibile anche grazie al sostegno di CiviBank e Bluenergy Group S.P.A., partner del territorio.La rassegna Trieste Estate è organizzata e promossa dal Comune di Trieste - Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, con la collaborazione dell’Assessorato alle Politiche dell’Educazione e della Famiglia e dell’Assessorato alle Politiche del Territorio, il supporto di PromoTurismoFVG e la collaborazione del Trieste Convention & Visitors Bureau. Abstract L’Università di Trieste ha proclamato ieri 187 nuovi dottori di ricerca: un numero record per l’Ateneo, anche grazie all’impatto delle borse PNRR Mostra nel diario Off
“Ascoltare” la materia quantistica: il suono rivela la struttura microscopica nascosta nei gas di Fermi superfluidi Read more about “Ascoltare” la materia quantistica: il suono rivela la struttura microscopica nascosta nei gas di Fermi superfluidi Immagine ChatGPT Image 17 lug 2026, 10_19_35.png Data notizia Fri, 17/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Studenti iscritti Post lauream Testo notizia Un team di ricerca che coinvolge il Laboratorio europeo di spettroscopia non lineare LENS, l’Istituto nazionale di ottica del CNR di Sesto Fiorentino e le Università di Firenze, Trieste e Trento ha sviluppato una tecnica innovativa basata sulla propagazione di onde sonore per studiare la materia in condizioni estreme. Il risultato è pubblicato sulla rivista Nature Physics.Il gruppo di ricerca ha sviluppato una tecnica innovativa per studiare il comportamento della materia quantistica che sfrutta un fenomeno comune, l’effetto Doppler, per cui quando la sirena di un'ambulanza ci supera la percepiamo più acuta mentre si avvicina e più grave quando si allontana. “Allo stesso modo, il suono che si propaga in un superfluido in rotazione cambia a seconda che si muova nella stessa direzione od opposta rispetto al superfluido: grazie a queste minuscole variazioni che il team è riuscito a svelare la struttura interna nei gas di Fermi superfluidi, sistemi costituiti da atomi raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto. In tali condizioni, le particelle di Fermi si accoppiano dando origine alla superfluidità, uno stato della materia in cui scompare l’attrito”, spiegano Marcia Fròmeta Fernandez e Diego Hernandez-Rajkov, ricercatori Cnr-Ino e principali autori del lavoro. “Abbiamo creato un superfluido di Fermi a forma di anello, in cui onde sonore si propagano simultaneamente in direzioni opposte. Quando viene messo in rotazione, le onde sonore risentono in modo diverso del flusso, accumulando una piccolissima differenza di frequenza: l’effetto Doppler”.Misurando questo effetto con estrema precisione, “si è dimostrato che la circolazione del superfluido nell'anello non può assumere valori arbitrari, ma solo valori quantizzati, cioè discreti, determinati dal rapporto tra la costante di Planck e la massa delle particelle. In questo caso, tali valori risultano dimezzati rispetto a quelli previsti per particelle singole”, chiarisce Francesco Scazza, docente di Fisica della materia dell’Università di Trieste. “La nostra osservazione dimostra che il superfluido è costituito da fermioni che si accoppiano due a due, formando unità quantistiche composite di massa doppia, le cosiddette coppie di Cooper, analogamente a quanto avviene nei superconduttori. Il risultato conferma che, anche in questi sistemi gassosi ultrafreddi, la superfluidità nasce dalla formazione di coppie di fermioni”, conclude Giacomo Roati, dirigente di ricerca Cnr-Ino e responsabile del gruppo sperimentale.Lo studio conferma le potenzialità dell'interferometria atomica, una tecnica che sfrutta le proprietà ondulatorie degli atomi per effettuare misure di elevatissima precisione. In questo lavoro, la tecnica è stata implementata utilizzando onde sonore nel superfluido, dimostrandosi un efficace strumento per indagare sistemi quantistici fortemente correlati. Tra i primi risultati ottenuti vi è l'osservazione della progressiva riduzione della superfluidità con l'aumento della temperatura. Si apre una nuova strada per studiare il comportamento collettivo delle particelle e approfondire la comprensione dei meccanismi alla base della superfluidità e della superconduttività, di dinamiche della materia quantistica ancora misteriose e di fondamentale importanza per le moderne tecnologie quantistiche”, concludono Massimo Inguscio (LENS) e Sandro Stringari (Pitaevskii BEC Center Università di Trento), protagonisti di sviluppi della fisica atomica dalla cui sinergia nasce il lavoro svolto presso il laboratorio del LENS. Che arriva nell'anno del centenario della formulazione della statistica ideata da Enrico Fermi nel 1926 sulle colline di Arcetri, presso l’Università di Firenze, per descrivere il comportamento di particelle come elettroni, protoni e neutroni. Abstract Sfruttando l’effetto Doppler delle onde sonore, un team internazionale ha messo a punto un nuovo metodo per indagare i sistemi quantistici ultrafreddi. Lo studio è pubblicato su Nature Physics. Mostra nel diario Off
Fauna selvatica a Trieste: i risultati del primo studio con metodi all’avanguardia Read more about Fauna selvatica a Trieste: i risultati del primo studio con metodi all’avanguardia Immagine NEWS UNITS.png Data notizia Thu, 09/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Quali mammiferi vivono nel territorio comunale di Trieste? Dove si concentrano? Quanto sono numerosi? Per la prima volta è possibile rispondere a queste domande grazie a una ricerca coordinata da Alessio Mortelliti, docente di Ecologia al Dipartimento di Scienze della Vita dell'Università di Trieste.Lo studio rappresenta la prima indagine sistematica mai condotta nel Comune di Trieste sulla presenza, la distribuzione e l'abbondanza dei mammiferi di media e grande taglia. Un lavoro che colma una significativa lacuna nelle conoscenze del patrimonio naturale cittadino e mette a disposizione dati fondamentali per la tutela della biodiversità e la pianificazione del territorio.La ricerca è stata realizzata tra novembre 2025 e febbraio 2026 utilizzando una metodologia completamente non invasiva basata sul fototrappolaggio. Sono state installate 156 fototrappole, organizzate in 78 siti di monitoraggio distribuiti negli habitat naturali e periurbani del Comune, per un totale di oltre 2.300 notti di osservazione. Le telecamere, attivate automaticamente dal passaggio degli animali, hanno consentito di documentare la presenza della fauna senza interferire con il suo comportamento.Complessivamente sono state rilevate 18 specie di mammiferi, confermando l'elevato valore naturalistico del territorio triestino. Tra le specie più diffuse il capriolo, il cinghiale e lo sciacallo dorato. Di particolare interesse i rilevamenti di gatto selvatico e puzzola, specie di rilevanza conservazionistica la cui presenza in un contesto così vicino alla città rappresenta un dato di grande valore scientifico.Oltre ad effettuare una checklist delle specie presenti, i ricercatori hanno elaborato, attraverso modelli statistici avanzati, le prime mappe della probabilità di presenza e dell'abbondanza delle diverse specie nei vari ambienti del territorio comunale, dalle aree forestali agli ambienti carsici, fino alle zone agricole e periurbane. Queste informazioni permetteranno di comprendere meglio il rapporto tra fauna e habitat e di individuare le aree dove alcune specie risultano maggiormente concentrate."I risultati mostrano che Trieste ospita una comunità di mammiferi particolarmente ricca e diversificata", spiega Alessio Mortelliti "Non si tratta di un fenomeno legato ai cambiamenti climatici, ma della particolare posizione del territorio triestino, strettamente connesso dal punto di vista ecologico con il Carso e con le aree naturali della Slovenia. Questa continuità ambientale, insieme all'espansione dei boschi sul Carso negli ultimi decenni, ha favorito la presenza di numerose specie selvatiche anche vicino alla città."I dati raccolti costituiscono uno strumento prezioso per aggiornare le conoscenze sulla fauna del territorio comunale e potranno supportare le future attività di conservazione della biodiversità, la gestione faunistica e la pianificazione urbanistica e ambientale del Comune di Trieste. Abstract UniTS rileva 18 specie, tra cui gatto selvatico e la rarissima puzzola Mostra nel diario Off
Screening neonatale, la genomica può rafforzare la diagnosi precoce delle malattie rare Read more about Screening neonatale, la genomica può rafforzare la diagnosi precoce delle malattie rare Immagine Gasparini.png Data notizia Thu, 02/07/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Individuare le malattie genetiche rare nei primi giorni di vita, prima della comparsa dei sintomi, e rendere più tempestivo l’accesso a cure e percorsi assistenziali mirati. È la prospettiva al centro dello studio del gruppo di Genetica Medica dell’Università di Trieste, diretto da Paolo Gasparini, professore ordinario di Genetica Medica UniTS e direttore della Struttura Complessa di Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo.Il lavoro, condotto in collaborazione con Stefania Zampieri, dirigente biologo della Genetica Medica dell’IRCCS-Burlo Garofolo, ha valutato l’impatto clinico ed economico dell’integrazione della genomica nei programmi di screening neonatale, prendendo come modello il Friuli Venezia Giulia e confrontando l’approccio tradizionale con uno scenario “genomic first”, basato sul sequenziamento dell’esoma — Whole Exome Sequencing, WES — come primo livello di indagine.Lo screening neonatale rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci di prevenzione: consente di identificare precocemente alcune patologie trattabili e di intervenire prima che possano determinare complicanze gravi, disabilità o danni irreversibili. Il modello tradizionale si basa però prevalentemente sull’analisi di marcatori biochimici e può quindi riconoscere solo le malattie per le quali esistono segnali già noti e rilevabili.«Oggi lo screening neonatale è molto efficace, ma può identificare solo le patologie associate a specifici biomarcatori – spiega Paolo Gasparini –. Con un approccio genomico possiamo intercettare le malattie genetiche direttamente alla radice, anche in assenza di segnali precoci evidenti».La differenza non riguarda soltanto la tecnologia utilizzata, ma l’intero percorso diagnostico. Nel modello tradizionale lo screening parte dal test biochimico, seguito, in caso di positività, da eventuali approfondimenti genetici. Nel modello genomico, invece, il sequenziamento dell’esoma diventa il primo passaggio dell’indagine, seguito quando necessario da test biochimici mirati o da ulteriori conferme diagnostiche. In questo modo la genomica consente di ampliare il campo di osservazione anche a patologie oggi non incluse nei pannelli tradizionali.Lo studio ha preso in esame la coorte dei neonati del Friuli Venezia Giulia nel 2023, pari a 7.543 bambini. In quell’anno lo screening ha individuato un caso di atrofia muscolare spinale, un caso di fibrosi cistica e undici casi di malattie metaboliche. Applicando a questa coorte il confronto tra i due modelli, l’analisi stima per lo screening tradizionale un costo diretto di 131 euro per neonato e per lo screening genomico un costo di 183 euro, con un incremento di 51 euro per neonato.A fronte di questo aumento iniziale, il modello genomico mostra però un rapporto costo-efficacia positivo. Secondo le stime, in Friuli Venezia Giulia l’approccio “genomic first” potrebbe generare risparmi complessivi per circa 2,2 milioni di euro, considerando i vantaggi economici legati all’anticipo della diagnosi, alla riduzione delle complicanze e al contenimento dei percorsi assistenziali più lunghi e complessi. Lo screening genomico potrebbe inoltre consentire di identificare ogni anno ulteriori 7-8 casi di malattie rare non diagnosticabili con i test biochimici tradizionali.«Investire nella diagnosi precoce significa rendere il sistema più sostenibile nel medio-lungo periodo – aggiunge Gasparini –. È una logica di sanità orientata alla prevenzione».Il valore della genomica applicata allo screening neonatale non si misura quindi soltanto nel numero di patologie individuabili, ma anche nella possibilità di ridurre la cosiddetta “odissea diagnostica” che molte famiglie affrontano prima di arrivare a una diagnosi. Una diagnosi più precoce può favorire l’accesso tempestivo a terapie più efficaci, migliorare gli esiti clinici e funzionali, ridurre il carico assistenziale e contenere l’impatto sociale della disabilità.Lo studio sottolinea anche la necessità di definire con attenzione le patologie da includere in un eventuale programma di screening genomico neonatale. Tra i criteri principali rientrano la possibilità di un intervento terapeutico, la validità clinica del test, l’età di esordio della malattia, la severità del quadro clinico, la penetranza e la fattibilità tecnica dell’analisi genetica. La prospettiva, quindi, non è quella di un uso indiscriminato della genomica, ma di un’applicazione guidata da criteri clinici, scientifici ed etici.Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra screening genomico e screening metabolico. I due approcci non devono essere considerati alternativi, ma complementari. La genomica permette di individuare le varianti genetiche associate alla malattia; lo screening metabolico può contribuire a validarne l’effetto funzionale, distinguendo tra varianti patogenetiche, risultati di significato incerto e forme cliniche diverse, comprese quelle a esordio tardivo.La riduzione dei costi di sequenziamento, l’aumento delle terapie geniche e cellulari e l’identificazione di nuovi bersagli terapeutici rendono oggi la genomica uno strumento sempre più rilevante per la medicina preventiva e personalizzata. Restano aperte questioni decisive, dalla gestione delle varianti di significato incerto alla protezione dei dati genomici dei neonati, fino alla necessità di infrastrutture bioinformatiche adeguate e di studi pilota condivisi tra laboratori e sistemi sanitari. Abstract Uno studio del gruppo di Genetica Medica dell’Università di Trieste, diretto da Paolo Gasparini, valuta l’impatto clinico ed economico di un approccio “genomic first” applicato al modello del Friuli Venezia Giulia Mostra nel diario Off Fotogallery
Silvia Marchesan eletta nella Divisione di Chimica dell'Accademia Europea delle Scienze (EurASc) Read more about Silvia Marchesan eletta nella Divisione di Chimica dell'Accademia Europea delle Scienze (EurASc) Immagine marchesan.png Data notizia Mon, 29/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Silvia Marchesan, Professoressa Ordinaria di Chimica Organica al Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche (DSCF), è stata eletta Membro della Divisione di Chimica dell'Accademia Europea delle Scienze (European Academy of Sciences – EurASc).Il prestigioso riconoscimento premia i contributi pionieristici della prof.ssa Marchesan nel campo della scienza dei nanomateriali, con particolare riferimento ai suoi studi sul ruolo della chiralità nell'autoassemblaggio dei peptidi, che hanno fornito nuove conoscenze fondamentali per la progettazione e lo sviluppo di nanomateriali peptidici funzionali. L'elezione riconosce inoltre il suo impegno nella promozione della ricerca interdisciplinare, della comunicazione scientifica e del dialogo tra discipline, culture e generi.«Sono profondamente onorata di entrare a far parte della Divisione di Chimica di EurASc», ha dichiarato Silvia Marchesan «Questo riconoscimento rappresenta un importante traguardo per il lavoro di ricerca del mio gruppo e per il nostro impegno nel costruire collaborazioni che superino i confini tra discipline e comunità scientifiche. Sono lieta di poter contribuire alla missione dell'Accademia nella promozione dell'eccellenza scientifica e della cooperazione internazionale.»L'Accademia Europea delle Scienze (EurASc) è un'organizzazione internazionale indipendente che riunisce alcuni tra i più autorevoli scienziati e ingegneri europei con l'obiettivo di promuovere l'eccellenza nella ricerca fondamentale e interdisciplinare, rafforzare la cooperazione scientifica internazionale e favorire il progresso della scienza e della tecnologia a beneficio della società. L'obiettivo di EurASc è affiancare e integrare l'azione delle accademie nazionali e dell'European Academies Science Advisory Council (EASAC). La Prof.ssa Marchesan si unisce alla Divisione di Chimica di EurASc, di cui, nella Divisione dei Materiali, fanno parte i proff. Paolo Fornasiero, Federico Rosei del Dipartimento Scienze chimiche e Farmaceutiche e Maurizio Prato, Professore Emerito UniTS. Abstract UniTS è orgogliosa di annunciare l’ingresso nella prestigiosa Accademia della docente ordinaria di Chimica Organica Mostra nel diario Off
I partiti come brand, le immagini come strategia Read more about I partiti come brand, le immagini come strategia Immagine Titolo (59).jpg Data notizia Fri, 26/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Testo notizia Si è da poco concluso VIPoP – The Visual Politics of Populism, un ambizioso progetto di ricerca finanziato dal PRIN 2022 con uno stanziamento di 217.940 euro che, nell'arco di ventinove mesi, ha indagato in chiave comparata le strategie di comunicazione visiva dei partiti politici in Europa. A guidare il progetto in qualità di Principal Investigator è stato il prof. Mattia Zulianello, professore associato di Scienza Politica al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Trieste, che ha coordinato un consorzio di tre unità di ricerca comprendente anche l'Università degli Studi di Milano e l'Università di Milano-Bicocca.VIPoP rappresenta la prima analisi comparata sistematica del populismo visivo in Europa e si distingue per un approccio profondamente innovativo, che apre una nuova frontiera negli studi di settore: per la prima volta, infatti, l'approccio ideativo al populismo è stato esteso in modo strutturato alla dimensione visiva, fino ad oggi rimasta ai margini della letteratura internazionale. Il progetto guarda ai partiti come a veri e propri brand politici, e ai loro simboli (loghi, palette cromatiche, codici visivi ricorrenti) come a marcatori identitari che obbediscono a logiche di marketing non dissimili da quelle che governano la competizione tra imprese sui mercati. In questa prospettiva, VIPoP ha adottato un disegno multi-piattaforma, integrando migliaia di dati provenienti da Facebook e Instagram, e una metodologia all'avanguardia che coniuga computer vision, analisi automatizzata dei testi, interviste qualitative alle élite di partito ed esperimenti conjoint randomizzati.«Quello che ci ha colpiti, lavorando sul campo, è la consapevolezza con cui i team di comunicazione dei partiti gestiscono ogni dettaglio visivo come farebbe un ufficio marketing con la propria brand identity: dalle interviste è emerso chiaramente come la scelta di un colore, il taglio di un'immagine o la posizione di un logo non siano mai casuali, ma il risultato di una strategia precisa. Ricostruire questa grammatica visiva in chiave comparata europea è stato uno degli aspetti più rivelatori del progetto», spiega Zulianello.La rilevanza di VIPoP si gioca su una scala dichiaratamente europea: in un momento storico in cui la sfida populista interroga la tenuta delle democrazie liberali del continente, il progetto fornisce strumenti analitici e interpretativi essenziali per comprendere come questi attori politici costruiscano consenso attraverso le immagini.«Oggi l'immagine è il vettore primario della comunicazione politica digitale: capirne i meccanismi populisti non è un esercizio accademico, ma una precondizione di cittadinanza democratica. VIPoP risponde così all'Obiettivo 16 dell'Agenda 2030 — pace, giustizia e istituzioni forti — fornendo gli strumenti per difendere la qualità del dibattito pubblico e la tenuta delle democrazie europee», sottolinea Zulianello.La produzione scientifica del prof. Zulianello nell'ambito di VIPoP è stata particolarmente ricca e collocata in riviste internazionali di fascia A. Tra i risultati più significativi del progetto spicca il PopulisTree, una mappatura sistematica dei partiti populisti europei dal 1979 a oggi, accompagnata da dataset liberamente accessibili relativi alle elezioni nazionali ed europee. Sviluppato dal prof. Zulianello e presentato in un articolo pubblicato sulla rivista European Union Politics, il PopulisTree costituisce la spina dorsale classificatoria dell'intero progetto e si propone come strumento di riferimento per la comunità scientifica internazionale, oltre che come risorsa aperta per chiunque voglia studiare il fenomeno con rigore.Tra le altre pubblicazioni del prof. Zulianello legate al progetto si segnalano la rassegna sullo stato dell'arte della comunicazione visiva populista (Political Studies Review, con Francesco Melito, assegnista di ricerca assunto nell'ambito del progetto VIPoP); lo studio sui loghi dei partiti della destra radicale populista come elementi di brand identity (The International Journal of Press/Politics, con Luigi Curini e Benjamin Moffitt); l'analisi delle percezioni del mainstreaming della destra radicale populista (South European Society and Politics, con Antonella Seddone); e l'articolo "Show, Don't Tell" in Political Studies (2026, sempre con Melito), nato direttamente dal lavoro sul campo con le interviste ai team di comunicazione dei principali partiti italiani. A questi contributi si affiancano due volumi scritti con Petra Guasti: Capire il Populismo (UTET, 2024) e Understanding Populism, di prossima uscita per Karolinum Press / University of Chicago Press. Abstract Populismi europei e sostenibilità delle democrazie: concluso il PRIN coordinato da Mattia Zulianello Mostra nel diario Off