Funi metalliche: il Lab “Domenico Di Santolo” accreditato per la taratura degli strumenti di controllo non distruttivi Per saperne di più su Funi metalliche: il Lab “Domenico Di Santolo” accreditato per la taratura degli strumenti di controllo non distruttivi Immagine Progetto senza titolo (89) (1).png Data notizia Mer, 28/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Il Laboratorio Controlli non distruttivi “Domenico Di Santolo” del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste ha ottenuto l’accreditamento come laboratorio di taratura da parte di ACCREDIA.Si tratta di un risultato di particolare rilievo a livello internazionale: il laboratorio è infatti il primo in Europa ad aver ottenuto l’accreditamento per questa specifica attività secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025, lo standard internazionale che definisce i requisiti per l'affidabilità dei laboratori di prova e taratura.L’accreditamento attesta la competenza e l’imparzialità del laboratorio nello svolgimento delle attività per cui è riconosciuto. Il risultato arriva al termine di un percorso di verifica durato circa quattro anni, che ha permesso di accertare il rispetto dei requisiti necessari a garantire l’affidabilità delle attività di taratura.Un contributo concreto alla sicurezzaAttivo da circa sessant’anni, il Laboratorio “Domenico Di Santolo” è specializzato nei controlli non distruttivi delle funi metalliche impiegate negli impianti funiviari e di sollevamento, in ambito montano e portuale.Questi controlli, effettuati mediante apparecchi che utilizzano il principio magneto-induttivo, permettono di individuare eventuali difetti nelle funi senza danneggiarle, verificandone dunque lo stato di integrità.Verificare che tali apparecchi funzionino correttamente e rispondano ai requisiti previsti dalle norme significa contribuire alla sicurezza degli impianti a fune e, di conseguenza, alla tutela di tutte le persone che li utilizzano ogni giorno: dagli sciatori ai turisti, fino a chi abita in località difficilmente raggiungibili altrimenti. Già da circa cinque anni il Laboratorio è l’unico in Italia abilitato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a certificare la conformità alle norme vigenti degli apparecchi utilizzati per questi controlli. Il nuovo accreditamento consolida ulteriormente questa posizione e apre prospettive di collaborazione anche a livello europeo.Ricerca, competenze e innovazioneTra le dotazioni di punta del laboratorio figura un emulatore di impianto a fune, realizzato negli anni Settanta e successivamente modificato. Questa struttura permette di riprodurre condizioni di funzionamento utili per le attività di verifica degli strumenti di controllo.L’attività del laboratorio integra servizi altamente specializzati, ricerca scientifica e supporto alla didattica, mettendo le competenze sviluppate in Ateneo al servizio di un settore in cui l’affidabilità delle misurazioni è essenziale.Con questo accreditamento, l’Università di Trieste raggiunge un traguardo di rilievo internazionale e conferma il valore di una ricerca capace di tradursi in applicazioni concrete, contribuendo alla sicurezza e all’affidabilità degli impianti a fune. Il team del laboratorio è composto da:Prof. Stefano Quaia, responsabile scientifico Ing. Cesare Ciriani, responsabile delle taratureIng. Andrea Cernigoi responsabile sistema di gestione qualitàMarco Sardoc, assistente alle taratureProf. Alberto Tessarolo, rappresentante della direzione per la qualità.Un prezioso contributo ai fini dell’accreditamento è stato inoltre fornito dalla Prof.ssa Lucia Parussini. Abstract Primo in Europa, offre un contributo concreto alla sicurezza degli impianti montani e portuali Mostra nel diario Off
Due anelli di gas attorno a una stella morta Per saperne di più su Due anelli di gas attorno a una stella morta Immagine Fortuna_Gentile_Fusillo_2026.jpg Data notizia Mar, 27/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Testo notizia Due anelli concentrici di gas, separati da una zona in cui il gas sembra essere assente e immersi in un più ampio disco di polveri, circondano la nana bianca WD J1328−1450, a circa 1.600 anni luce dalla Terra. È una struttura mai osservata prima attorno a una stella di questo tipo. Secondo gli autori, a generare il gas nei due anelli potrebbero essere due corpi planetari ancora integri, sopravvissuti alla distruzione del loro sistema.La scoperta è al centro dello studio A double debris disc around a white dwarf sculpted by two planetary bodies, pubblicato su Nature Astronomy, una delle principali riviste internazionali dedicate all’astronomia, all’astrofisica e alle scienze planetarie. Il gruppo internazionale è guidato da Nicola Pietro Gentile Fusillo, docente di Astronomia del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste e associato all’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste.Quando una stella come il Sole esaurisce il proprio “carburante”, si trasforma in una nana bianca: un residuo stellare molto denso. Attorno a essa possono però continuare a orbitare per miliardi di anni frammenti di pianeti e asteroidi, che si scontrano e si disgregano lentamente. Studiare questi resti permette agli astronomi di ricostruire la composizione e la storia di sistemi planetari ormai giunti alla loro fase finale.Una scoperta inaspettataWD J1328−1450 era già nota per emettere più radiazione infrarossa del previsto, un segnale che spesso indica la presenza di polvere in orbita. Gentile Fusillo ha quindi osservato la stella con X-shooter, lo spettrografo del Very Large Telescope dell’European Southern Observatory (ESO), nel deserto dell’Atacama in Cile.I dati hanno rivelato qualcosa di mai visto prima. Nei 21 sistemi con dischi gassosi conosciuti finora, il gas in rotazione produce sempre un segnale con due picchi. Attorno a WD J1328−1450, invece, i picchi sono quattro: il segno che il gas è organizzato in due anelli concentrici distinti, separati da una zona in cui il gas non è stato rilevato.L’anello più interno si estende da circa 100.000 a 240.000 chilometri dalla nana bianca; quello esterno va da circa 375.000 chilometri a oltre 1,3 milioni di chilometri. Osservazioni ripetute tra il 2021 e il 2023 mostrano che questa struttura è rimasta stabile per oltre due anni.Cosa potrebbe averla creata«Non vediamo direttamente i due corpi planetari, ma possiamo riconoscere la loro probabile presenza dalla forma e dalla composizione del gas», spiega Gentile Fusillo. «È come ricostruire l’architettura di un sistema planetario distrutto a partire dalle tracce lasciate dai suoi ultimi pezzi. Per la prima volta vediamo che, anche attorno a una stella morta, può sopravvivere una configurazione così complessa».Un indizio importante viene dalla composizione chimica: nell’anello interno il magnesio è presente in abbondanza, mentre in quello esterno è molto più scarso rispetto al calcio. Questo suggerisce che il materiale provenga da due corpi diversi, formatisi in condizioni differenti, oppure da parti diverse di uno stesso corpo, come la crosta e il mantello di un pianeta.Secondo gli autori, due corpi planetari ancora integri orbiterebbero ciascuno all’interno del proprio anello. Interagendo con la polvere circostante, genererebbero il gas osservato; il gas, raffreddandosi, tornerebbe solido prima di potersi espandere, mantenendo così separati i due anelli.Per non essere disgregati dalle cosiddette forze mareali esercitate dalla nana bianca, i due corpi devono essere molto compatti e resistenti. Non è possibile misurarne direttamente le dimensioni, ma i modelli suggeriscono che il corpo più interno sia grande al massimo quanto un asteroide, mentre quello esterno potrebbe raggiungere, come dimensione massima, quella di Cerere, Plutone o persino della Luna.Perché è importanteLa scoperta mette in discussione le attuali teorie su come si formano ed evolvono i dischi di detriti e sull’origine del gas attorno alle nane bianche. Il lavoro apre nuove domande su come i sistemi planetari si trasformano dopo la morte della loro stella e su quale sarà il destino del nostro Sistema Solare.Boris Gänsicke, professore di Fisica all’Università di Warwick, ricorda: «Quando, vent’anni fa, il nostro gruppo scoprì il primo disco gassoso di detriti attorno a una nana bianca, non immaginavamo quanto questi sistemi ci avrebbero rivelato sul destino dei sistemi planetari. Tutti i dischi gassosi noti finora mostravano la stessa firma: trovarne due distinti attorno a una stessa nana bianca è quindi una vera sorpresa. Non vedo l’ora di avere osservazioni più dettagliate per capire quali corpi planetari possano aver modellato questo insolito sistema».Allo studio hanno collaborato anche ricercatori dell’Università di Warwick, della Universidad Técnica Federico Santa María, dell’Imperial College London e dell’Università di Kiel. Il lavoro è stato finanziato dal Programma “Rita Levi Montalcini” del Ministero dell’Università e della Ricerca e dallo European Research Council, nell’ambito del programma Horizon 2020.Nell'immagine, una rappresentazione artistica della nana bianca WD J1328−1450, circondata dai due dischi di detriti e dai corpi planetari ipotizzati nello studio. Crediti: Maria Cristina Fortuna e Nicola Gentile Fusillo, 2026 – CC BY-NC-SA 4.0. Abstract Lo studio guidato dall’Università di Trieste e pubblicato su Nature Astronomy descrive una struttura mai osservata prima, che potrebbe essere stata modellata da due corpi planetari sopravvissuti alla distruzione del sistema Mostra nel diario Off
Eolico offshore, UniTS nel progetto per una sottostazione elettrica galleggiante Per saperne di più su Eolico offshore, UniTS nel progetto per una sottostazione elettrica galleggiante Immagine Tre ricercatori osservano Trieste dall’alto.png Data notizia Lun, 26/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Testo notizia Raccogliere l’energia prodotta dagli impianti eolici in mare aperto e trasferirla alla reteelettrica nazionale attraverso una sottostazione galleggiante. È l’obiettivo di PROFOSS, il progetto al quale partecipa l’Università di Trieste con il Dipartimento di Ingegneria e Architettura (DIA), beneficiario di un contributo di 495 mila euro per attività di integrazione tecnologica, gestione e controllo dei parchi eolici nel sistema elettrico nazionale.Promossa dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito di Mission Innovation 2.0, l’iniziativa è guidata da Fincantieri e coinvolge RINA Consulting e il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Napoli Federico II, oltre all’Ateneo giuliano. Alle attività concorrono anche ENR - Ente Nazionale di Ricerca e promozione per la standardizzazione, Hitachi Energy e Meccano Engineering.La sottostazione costituisce il punto di raccordo tra gli aerogeneratori e la rete a terra: raccoglie l’elettricità generata dalle turbine e ne adegua la tensione per consentirne la trasmissione attraverso i cavi sottomarini. In una struttura galleggiante, queste funzioni devono essere assicurate anche in presenza dei movimenti provocati da vento e onde, che interessano sia le apparecchiature sia i collegamenti elettrici.PROFOSS punta a definire un concept modulare, adattabile a esigenze di potenza comprese tra 500 e 1.000 megawatt e capace di operare in mare con profondità sino a 1500 m, integrando la piattaforma e il sistema di ancoraggio con la parte superiore della struttura, il topside, che ospita gli impianti. Attenzione particolare è dedicata alla gestione coordinata dell’intero parco eolico, come elemento controllato che può fornire non solo energia, ma anche altri servizi alla rete elettrica nazionale.UniTS contribuisce al progetto tramite docenti e ricercatori afferenti al gruppo di ingegneria dell’energia elettrica del DIA, sotto la responsabilità scientifica dell’ing. Andrea Vicenzutti, ricercatore in sistemi elettrici per l’energia.«Il nostro contributo riguarda l’integrazione tecnologica, la gestione e il controllo dei sistemi elettrici per la produzione e il trasporto dell’energia eolica al largo delle coste italiane – spiega Vicenzutti –. Studiamo gli aerogeneratori e la sottostazione come parti di un unico sistema, concentrandoci sugli aspetti che ne determinano la fattibilità e l’efficienza: i requisiti tecnici dei collegamenti, gli impatti delle soluzioni adottate e il funzionamento coordinato dell’intero parco».Una prima attività riguarda l’analisi dello stato dell’arte scientifico e tecnologico e della normativa tecnica sulle interfacce tra sottostazione e Rete di Trasmissione Nazionale e tra sottostazione e aerogeneratori. In concreto, significa ricostruire le soluzioni disponibili e i requisiti che i diversi elementi devono rispettare per essere collegati e funzionare insieme. Su questo ambito il gruppo triestino ha già completato uno studio, raccolto in un rapporto dedicato.Il secondo ambito è l’analisi e la quantificazione degli impatti tecnico-economici e ambientali legati all’impiego su grande scala dei sistemi eolici offshore. Il lavoro considera congiuntamente aerogeneratori e sottostazione, valutando le prestazioni delle soluzioni tecnologiche in relazione ai costi e agli effetti sull’ambiente. Gli sviluppi riguardano anche l’impatto dell’interconnessione sottomarina in alta tensione, sia in corrente alternata (HVAC), che in corrente continua (HVDC).Il gruppo di ricerca si occupa inoltre della definizione e dello sviluppo del concept di un sistema automatico di gestione e controllo in tempo reale dell’intero campo eolico. L’obiettivo è individuare come coordinare il funzionamento delle diverse componenti (aerogeneratori, sottostazione, interconnessione alla rete elettrica nazionale) affinché operino come un unico impianto, contribuendo alla stabilità del sistema e alla continuità della trasmissione dell’energia verso terra, fornendo al contempo servizi di regolazione utili alla rete elettrica nazionale.«Attraverso la partecipazione a questo progetto – sottolinea il Prof. Giorgio Sulligoi, Direttore del DIA – l’Università di Trieste contribuisce a superare le attuali sfide tecnologiche e normative, favorendo la transizione verso sistemi energetici sostenibili e di nuova generazione nelle acque del Mediterraneo». Abstract All’Ateneo 495 mila euro per PROFOSS, l’iniziativa guidata da Fincantieri che studia come collegare i parchi eolici in mare aperto alla rete nazionale Mostra nel diario Off
L’alimentazione in infanzia e adolescenza influisce sulla salute muscolare e metabolica di tutta la vita Per saperne di più su L’alimentazione in infanzia e adolescenza influisce sulla salute muscolare e metabolica di tutta la vita Immagine Progetto senza titolo (88).png Data notizia Lun, 19/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Un nuovo studio condotto da ricercatori dell'Università di Trieste, della Fondazione Italiana Fegato e dell'Università di Padova e pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nutrients, ha analizzato gli effetti di una dieta ricca di grassi e zuccheri sul muscolo scheletrico durante la crescita e la maturazione.Quando pensiamo alle conseguenze di abitudini alimentari poco salutari, ci vengono solitamente in mente l'aumento di peso, l'obesità, il diabete o la steatosi epatica. Tuttavia, ciò che mangiamo può influenzare anche un'altra parte essenziale del nostro organismo: i muscoli.I muscoli svolgono molte più funzioni di quella di permetterci di muoverci. Sono fondamentali per mantenere la nostra salute metabolica, aiutando l'organismo a utilizzare e regolare l'energia, in particolare gli zuccheri presenti nel sangue.“Questo lavoro si inserisce in una collaborazione in cui studiamo l’impatto di una dieta ricca di grassi e zuccheri durante la crescita da diversi punti di vista e in diversi organi. In uno studio UniTS del 2024 ci siamo occupati dell’analisi delle proprietà morfo-funzionali del muscolo scheletrico - spiega Emiliana Giacomello, ricercatrice UniTS coinvolta nel progetto - avevamo dimostrato che la dieta ha effetti diversi sui muscoli di topi maschi e femmine. In questo nuovo studio abbiamo analizzato l’espressione genica del muscolo e i dati ottenuti suggeriscono che le risposte molecolari alla dieta differiscono tra i sessi e dipendono dalla fase di maturazione”.Che cosa hanno scoperto i ricercatori, in dettaglio?Osservando i topi, i ricercatori hanno esaminato come una dieta ricca di grassi e zuccheri influenzasse l'attività dei geni nel tessuto muscolare nelle diverse fasi dello sviluppo.I risultati hanno evidenziato un aspetto interessante: i muscoli non rispondono alle diete poco salutari nello stesso modo a tutte le età, e maschi e femmine mostrano modalità di risposta differenti.Nei topi di sesso femminile, le modifiche nell'attività genica erano più evidenti dopo un periodo relativamente breve di esposizione alla dieta poco salutare. Questi cambiamenti erano principalmente associati a processi coinvolti nella struttura muscolare e nell'organizzazione dei tessuti.Nei topi di sesso maschile, la risposta iniziale era meno marcata, mentre cambiamenti più estesi emergevano dopo un'esposizione prolungata. Questi riguardavano geni associati al metabolismo energetico, all'utilizzo dei grassi e alla struttura muscolare.È importante sottolineare che lo studio ha anche dimostrato come la normale crescita e maturazione influenzino profondamente la biologia muscolare. Ciò significa che gli effetti legati all'alimentazione devono essere interpretati tenendo conto della fase di sviluppo dell'organismo.Perché è importante?L'infanzia e l'adolescenza sono periodi cruciali, durante i quali organi e tessuti sono ancora in fase di sviluppo.I risultati suggeriscono che le diete ricche di grassi e zuccheri possano influenzare i processi biologici dei muscoli fin dalle prime fasi della vita, anche se le conseguenze possono variare in funzione del sesso biologico e dello stadio di sviluppo.Queste osservazioni sono particolarmente rilevanti perché i muscoli scheletrici sono strettamente collegati alla salute di altri organi, tra cui il fegato, e svolgono un ruolo essenziale nella regolazione della glicemia e del metabolismo generale.Sebbene la ricerca sia stata condotta sui topi e siano necessari ulteriori studi per comprenderne le implicazioni per l'essere umano, i risultati offrono indicazioni preziose su come l'alimentazione possa interagire con i processi biologici che accompagnano la crescita.Un messaggio per le famiglie: la prevenzione comincia prestoUna buona alimentazione non serve soltanto a mantenere un peso corporeo adeguato: contribuisce a sostenere lo sviluppo e il corretto funzionamento dell'intero organismo.Promuovere un'alimentazione equilibrata e un'attività fisica regolare fin dalla più tenera età può contribuire a gettare le basi per una buona salute metabolica a lungo termine.Nella foto: Seduti Emiliana Giacomello e Pablo Giraudi. In piedi Claudio Tiribelli, Luana Toniolo, Natalia Rosso e Silvia Gazzin. Abstract Studio di UniTS con Fondazione Italiana Fegato e Università di Padova pubblicato su “Nutrients” Mostra nel diario Off
Bacino di Wilkes: scienziati internazionali chiedono di fare luce sull’ultima grande area inesplorata dell’Antartide Per saperne di più su Bacino di Wilkes: scienziati internazionali chiedono di fare luce sull’ultima grande area inesplorata dell’Antartide Immagine Progetto senza titolo (86).png Data notizia Mer, 14/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Una regione dell’Antartide che potrebbe avere un impatto enorme sulla trasformazione del mondo naturale e della società umana è anche una delle meno conosciute ed esplorate dal punto di vista scientifico.Una nuova revisione scientifica internazionale pubblicata su Nature Reviews Earth & Environment, a cui ha collaborato la borsista del Dipertimento MiGe di UniTS Fiorenza Torricella, lancia un appello per una campagna globale per studiare il bacino subglaciale di Wilkes, nell’Antartide orientale, una delle regioni più importanti della Terra per prevedere il futuro innalzamento del livello dei mari. Il bacino contiene infatti una quantità di ghiaccio sufficiente a provocare un aumento del livello medio dei mari di tre-quattro metri.La revisione, guidata dal prof. Matt King, principal investigator dell’Australian Centre for Excellence in Antarctic Science e docente alla University of Tasmania, riunisce i risultati di studi di geologia, oceanografia, scienze del clima, osservazioni satellitari e modellistica della calotta glaciale per fare il punto su ciò che gli scienziati sanno sull’immenso bacino ricoperto di ghiaccio.Lo studio conclude che le grandi lacune nei dati osservativi non consentono ancora di prevedere con sufficiente certezza quanto rapidamente potrebbero verificarsi i cambiamenti, né quali soglie climatiche potrebbero innescare un ritiro su larga scala della calotta glaciale.«Il bacino di Wilkes è probabilmente l’ultima grande area inesplorata dell’Antartide», ha dichiarato King.«Nessuna nave è mai arrivata a meno di 150 chilometri dal fronte di uno dei ghiacciai principali, il ghiacciaio Cook. Non disponiamo di dati di mappatura in situ dei fondali marini e abbiamo informazioni molto limitate sulle condizioni oceaniche che potrebbero determinare la fusione dei ghiacci in futuro».Nonostante queste lacune conoscitive, le evidenze ricavate dai dati geologici indicano che il bacino, situato in gran parte nel Territorio antartico australiano, ha subito un significativo arretramento durante precedenti periodi caratterizzati da temperature più elevate. Questo solleva interrogativi su come potrebbe reagire ai futuri cambiamenti climatici.«Le evidenze relative ai periodi caldi del passato sono sufficienti per far scattare un campanello d’allarme: abbiamo bisogno di comprendere molto meglio questa regione. Eppure è difficile trovare uno scienziato ancora in attività che vi sia stato», ha affermato il prof. King.La revisione è stata realizzata con il contributo di ricercatori provenienti da 14 Paesi e lancia un appello per una risposta internazionale urgente, finalizzata a mappare la regione, migliorare le osservazioni dell’oceano e della calotta glaciale e ridurre l’incertezza sugli effetti futuri sul clima e sul livello dei mari.«Se riusciremo a comprendere meglio questa regione e a prevederne con maggiore accuratezza l’evoluzione, saremo meglio preparati ad affrontare il futuro innalzamento del livello dei mari, gli impatti dei cambiamenti climatici e le conseguenze per le comunità costiere e le infrastrutture vulnerabili in Australia, nel Pacifico e in tutto il mondo», ha dichiarato il prof. King.Lo studio è stato condotto dall’Australian Centre for Excellence in Antarctic Science (ACEAS) in collaborazione con l’Australian Antarctic Program Partnership (AAPP) e Securing Antarctica’s Environmental Future (SAEF). La ricerca contribuisce all’attuazione dell’Australian Antarctic Science Decadal Strategy 2025–2035. Abstract La fusione dei suoi ghiacci potrebbe causare un innalzamento di 3 - 4 metri del livello del mare Mostra nel diario Off
World’s 2% Top Scientists 2026: i ricercatori UniTS sono 71 Per saperne di più su World’s 2% Top Scientists 2026: i ricercatori UniTS sono 71 Immagine WhatsApp Image 2026-10-13 at 15.18.37.jpeg Data notizia Mar, 13/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Sono 71 i ricercatori scientifici attivi con affiliazione UniTS che compaiono nell’ultima indagine annuale “World’s 2% Top Scientists” elaborata dall’Università di Stanford in collaborazione con la casa editrice Elsevier. Il ranking, che considera complessivamente circa 9 milioni di studiosi inseriti nel database Scopus nel 2025, individua le personalità più citate nel mondo includendo 22 campi scientifici e 174 sottocampi secondo la classificazione standard Science-Metrix. A tale numero si aggiunge il contributo di colleghi emeriti o in quiescenza.Questi i nomi dei ricercatori UniTS attualmente attivi e citati nella classifica per “singolo anno 2025” e/o nell’elenco long-career, divisi per Dipartimento (In grassetto i ricercatori tra i primi 100.000 al mondo):DF: Angelo Bassi, Federico Becca, Fabio Benatti, Stefano Borgani, Pierre Thibault DEAMS: Giuseppe BorrusoDSV: Alberta Bergamo, Marco del Giudice, Andrea Nardini, Monia Renzi, Lucia Muggia, Maria Chiara Passolunghi, Alessandro Tossi, Mauro Tretiach, Aurelia TubaroDIA: Fulvio Babich, Sylvio Barbon Junior, Chiara Bedon, Alois Bonifacio, Gabriele Bulian, Alberto Carini, Natalino Gattesco, Massimiliano Gei, Mario Grassi, Vanni Lughi, Alessandro Massi Pavan, Thomas Parisini, Gianni Pedrizzetti, Sabrina Pricl, Valter Sergo, Giorgio Sulligoi, Alberto TessaroloDISPES: Mattia ZulianelloDSCF: Enzo Alessio, Massimiliano Pio Di Cagno, Paolo Fornasiero, Silvia Marchesan, Michele Melchionna, Tiziano Montini, Federico Rosei DSM: Rocco Barazzoni, Michele Bertolotto, Gianni Biolo, Paolo Boscolo Rizzo, Milena Cadenaro, Luca Cegolon, Marco Confalonieri, Adamo Pio D'Adamo, Mario D'Oria, Stefano di Bella, Giacomo Emmi, Paolo Gasparini, Mauro Giuffrè, Daniele Generali, Valerio Iebba, Francesca Larese Filon, Paolo Manganotti, Marco Merlo, Giuseppe Ricci, Barbara Ruaro, Gianfranco Sinagra, Giancarlo Tirelli, Serena Zacchigna, Iris ZalaudekMiGe: Luca Bortolussi, Alberto D’Onofrio, Stefano Parolai, Alex RodríguezTra i Professori Emeriti, Onorari, Senior o pensionati con affiliazione UniTS inclusi nella classifica ci sono ad esempio i professori Giovanni Alessandrini, Massimo Bovenzi, Jan Kaspar, Francesca Matteucci, Enzo Mitidieri, Giuliano Panza, Fulvio Parmigiani, Maurizio Prato, Gianni Sava ed Ennio Zangrando.Ricordando che si tratta di una classifica puramente bibliometrica – commenta Paolo Fornasiero, prorettore alla Ricerca – e che va considerata uno strumento statistico, non un metro assoluto del valore scientifico, non posso che congratularmi con i colleghi delle aree bibliometriche che figurano tra gli studiosi più influenti e che, anche attraverso questo riconoscimento, contribuiscono a dare visibilità alla qualità della ricerca che si svolge nel nostro Ateneo». Abstract Il ranking dell’Università di Stanford considera circa 9 milioni di studiosi del database Scopus Mostra nel diario Off
Casa dei Putti Danzanti ad Aquileia: dagli scavi archeologici 2026 nuove ipotesi Per saperne di più su Casa dei Putti Danzanti ad Aquileia: dagli scavi archeologici 2026 nuove ipotesi Immagine WhatsApp Image 2026-10-06 at 09.56.52.jpeg Data notizia Mar, 06/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Una nuova traccia potrebbe aiutare a ricostruire l’organizzazione di uno dei più importanti complessi residenziali dell’antica Aquileia. È quanto emerge dalla campagna di scavo 2026 condotta in concessione ministeriale dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste nella Casa dei Putti danzanti, una delle più estese e lussuose residenze tardoantiche della città.Le indagini hanno portato all’individuazione di quello che sembra essere il muro di chiusura perimetrale della Casa Ritter-Zàhony, struttura individuata negli anni Trenta da Giovanni Brusin e successivamente reinterrata. Si tratta, al momento, di un’ipotesi che dovrà essere verificata nelle prossime campagne, ma che potrebbe chiarire il rapporto tra le abitazioni precedenti e la grande residenza costruita a partire dalla metà del IV secolo d.C.Le ricerche dell’Università di Trieste, avviate oltre vent’anni fa su concessione del Ministero della Cultura, per il tramite della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con Fondazione Aquileia, hanno progressivamente restituito l’immagine di una residenza di dimensioni eccezionali. Le evidenze oggi disponibili permettono di stimarne l’estensione in circa 10.000 metri quadrati.La monumentalità della Casa e la ricchezza dei suoi apparati decorativi – dai mosaici alle pitture, fino all’ampio impiego di marmi e al rinvenimento di una preziosa coppa diatreta in vetro dicroico, ovvero decorata con una tecnica molto raffinata che riproduce un motivo “a rete” – indicano una committenza di altissimo livello.Le campagne 2024-2026 hanno avuto tra i principali obiettivi la ricostruzione dell’organizzazione dell’insula prima e dopo la costruzione della Casa dei Putti danzanti e la definizione delle diverse fasi edilizie. In questo quadro si inserisce anche una recente importante riscoperta, finanziata da Fondazione Aquileia, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia: alla fine del 2025, nelle adiacenze dell’area archeologica dei fondi Cassis e della Casa dei Putti danzanti è stato rimesso in luce il mosaico del “Tappeto Fiorito”, la cui collocazione nel IV secolo d.C. sembra confermare l’ipotesi di una possibile relazione con la medesima committenza della Casa.La campagna di quest’anno dell’Università di Trieste ha coinvolto 15 studentesse e studenti, tra cui due dell’Università di Rijeka, con la quale UniTS collabora da tempo. Il cantiere rappresenta un importante momento di formazione per studenti, specializzandi e dottorandi, chiamati a confrontarsi direttamente con metodi e strumenti della ricerca archeologica.“È stata una prova faticosa, ma alla fine del tutto ripagata dalla curiosità che alimentava ogni picconata e dall’emozione di trovarsi davanti a una realtà nascosta da lunghissimo tempo”, commenta Irene Padova, studentessa di Lettere antiche a UniTS che ha partecipato alla campagna di scavi. Abstract Coinvolti 15 studenti Mostra nel diario Off
Al via il follow-up del progetto Parco Genetico FVG Per saperne di più su Al via il follow-up del progetto Parco Genetico FVG Immagine Progetto senza titolo (85).png Data notizia Lun, 05/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia Dopo 18 anni dal primo studio, prende avvio il follow-up del progetto Parco Genetico del Friuli Venezia Giulia, che coinvolgerà i paesi di Erto e Casso, Sauris, San Martino del Carso, Resia, Illegio e Clauzetto. Le attività inizieranno a Sauris a partire dal 12 ottobre e proseguiranno poi con Illegio nel mese di novembre, San Martino del Carso a gennaio e, successivamente, negli altri comuni coinvolti.Il progetto, nato per studiare i fattori genetici e ambientali delle patologie e dei tratti complessi, nella sua prima edizione aveva coinvolto oltre 2.200 persone nei sei territori. Grazie ai dati raccolti, in questi anni i ricercatori sono stati in grado di avviare numerosi studi che hanno portato alla pubblicazione di oltre 60 articoli su prestigiose riviste scientifiche e ad instaurare collaborazioni con importanti consorzi internazionali.Il follow-up consolida la collaborazione tra IRCCS Burlo Garofolo e Università degli Studi di Trieste, con il prezioso supporto delle Fondazioni Casali e di BeneficentiaStiftung, e coinvolge numerosi giovani medici specializzandi e ricercatori, impegnati nelle attività di studio, raccolta dati e confronto con le comunità locali.Gli incontri rappresenteranno un’importante occasione per condividere i risultati raggiunti, raccogliere nuove informazioni e mantenere vivo il dialogo con le popolazioni. Il coinvolgimento diretto dei cittadini consentirà di approfondire gli aspetti legati alla storia, alla cultura e alle caratteristiche genetiche dei residenti di ogni territorio. Il follow-up permetterà, inoltre, di aggiornare i dati raccolti, verificare l’evoluzione del progetto e rafforzare la collaborazione tra ricercatori, amministrazioni locali e abitanti.“Tornare nei paesi coinvolti dopo tanti anni è un passaggio fondamentale per dare continuità al progetto e restituire alle comunità il valore delle informazioni raccolte”, sottolineano i promotori. “La partecipazione dei cittadini resta al centro di questo percorso”.Il calendario completo degli appuntamenti e le modalità di partecipazione saranno comunicati attraverso i canali ufficiali delle Amministrazioni coinvolte. Abstract A distanza di 18 anni, medici e ricercatori sono pronti a raccogliere nuove informazioni Mostra nel diario Off
Fegato e AI: diagnosi più veloce e non invasiva delle complicanze delle malattie croniche Per saperne di più su Fegato e AI: diagnosi più veloce e non invasiva delle complicanze delle malattie croniche Immagine FOTO CAMICE (1).png Data notizia Ven, 02/10/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Ridurre da quasi un paziente su due a poco più di uno su dieci i casi in cui gli esami non invasivi non permettono di stabilire con sufficiente certezza la presenza di ipertensione portale clinicamente significativa. È il principale risultato dell'ELM Score (pan-ELastography Machine-learning Score), un modello di intelligenza artificiale sviluppato e validato da un gruppo internazionale coordinato da Mauro Giuffrè, ricercatore in Gastroenterologia dell'Università di Trieste, Antonio Colecchia, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia e da Elton Dajti dell’Università di Bologna.Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Hepatology, organo ufficiale della European Association for the Study of the Liver (EASL) e una delle riviste a più alto impatto a livello internazionale nel campo delle malattie del fegato, dove trovano spazio i lavori destinati a orientare la pratica clinica e la ricerca in epatologia. La ricerca è stata condotta nell'ambito della Baveno Cooperation – EASL Consortium: la comunità scientifica dei Baveno Consensus Workshops, ossia il consesso internazionale che dai primi anni Novanta elabora e aggiorna le linee guida di riferimento sull'ipertensione portale — attualmente il consenso Baveno VII (ed il più recente Baveno VIII), adottato nella pratica clinica di tutto il mondo. Il fatto che l'ELM Score nasca all'interno di questo stesso network, e sia stato misurato proprio contro i criteri Baveno VII, colloca il modello nel solco della cornice metodologica che oggi definisce lo standard diagnostico per questa condizione.Lo studio ha coinvolto centri clinici e di ricerca in Europa, Asia e Stati Uniti e ha incluso complessivamente 1.435 pazienti con malattia epatica cronica avanzata compensata, tutti sottoposti alla misurazione del gradiente pressorio venoso epatico (HVPG) e a esami elastografici di fegato e milza.L'ipertensione portale è una condizione in cui aumenta la pressione nelle vene che convogliano il sangue al fegato, tipicamente a causa di un danno epatico cronico che ostacola il normale flusso. Quando la pressione diventa troppo elevata cresce il rischio di complicanze anche gravi, come emorragie o accumulo di liquidi nell'addome: riconoscerla per tempo consente di avviare terapie preventive. Il metodo di riferimento per la diagnosi è la misurazione dell'HVPG, un esame invasivo che richiede competenze e strutture specialistiche e non è disponibile in tutti i centri. Le strategie non invasive oggi più diffuse, basate soprattutto su rigidità del fegato e conta piastrinica (criteri Baveno VII), lasciano tuttavia il 40–50% dei pazienti in una "zona grigia" nella quale la patologia non può essere né esclusa né confermata con sufficiente sicurezza.Per superare questo limite, i ricercatori hanno addestrato e validato un modello di machine learning che integra le misurazioni armonizzate di rigidità di fegato e milza con la conta piastrinica e alcune variabili cliniche (età, genere, eziologia della malattia epatica e classe di Child-Pugh). Il modello è stato inizialmente sviluppato su 943 pazienti e sottoposto a validazione interna su ulteriori 150 (provenienti da diciassette centri). La verifica decisiva è stata poi compiuta su un campione esterno e indipendente di 342 pazienti provenienti da sette centri, con caratteristiche cliniche differenti rispetto alla popolazione di sviluppo. In questa validazione esterna l'ELM Score ha ridotto al 12,3% la percentuale di pazienti con risultato indeterminato, rispetto al 47,9% dei criteri Baveno VII, mantenendo un valore predittivo negativo del 91% nell'esclusione e un valore predittivo positivo del 96% nella conferma dell'ipertensione portale clinicamente significativa. Uno degli elementi innovativi dello studio è la possibilità di utilizzare il modello con le tre principali tecniche elastografiche oggi disponibili (transient elastography, elastografia shear-wave bidimensionale e point shear-wave). Poiché apparecchiature diverse producono misurazioni non direttamente confrontabili, il gruppo ha elaborato un sistema di armonizzazione dei dati che consente all'ELM Score di operare indipendentemente dalla tecnologia impiegata. Il modello è stato inoltre associato a un'interfaccia web sperimentale dotata di strumenti di explainable artificial intelligence: oltre al risultato, la piattaforma mostra il contributo di ciascun parametro alla previsione e segnala quando le caratteristiche di un paziente si discostano marcatamente da quelle della popolazione di sviluppo, evitando un funzionamento da "scatola nera" e mantenendo centrale la valutazione del medico.«Oggi una quota molto elevata di pazienti resta in una zona di incertezza diagnostica, che può rendere necessario ricorrere a esami invasivi o ritardare l'avvio di una terapia preventiva – spiega Mauro Giuffrè –. Con l'ELM Score siamo riusciti a ridurre questa zona grigia a poco più di un paziente su dieci, mantenendo un'elevata capacità di escludere o confermare la presenza dell'ipertensione portale clinicamente significativa. L'obiettivo è offrire al medico uno strumento più preciso, trasparente e compatibile con le tecnologie già presenti nei diversi centri».Il lavoro evidenzia il contributo interdisciplinare dell'Università di Trieste: Mauro Giuffrè e Simone Kresevic, bioingegnere del Dipartimento di Ingegneria e Architettura di UniTS, condividono la prima firma dell'articolo, avendo partecipato a progettazione, sviluppo metodologico, analisi dei dati e stesura. In particolare, Kresevic ha contribuito attivamente alla pare analitica e di sviluppo e di validazione del modello di intelligenza artificiale. Tra gli autori senior figurano inoltre Saveria Lory Crocè, professoressa associata di Gastroenterologia, e Miloš Ajčević, professore associato di Bioingegneria.Secondo i ricercatori, l'ELM Score potrebbe in prospettiva contribuire a identificare più precocemente i pazienti candidabili alla terapia con beta-bloccanti non selettivi, utilizzata per ridurre il rischio di scompenso epatico, e a un ricorso più mirato agli accertamenti invasivi nei casi che restano indeterminati. Il modello è attualmente destinato esclusivamente alla ricerca e non può ancora essere impiegato autonomamente per assumere decisioni cliniche: prima di un'eventuale introduzione nella pratica assistenziale saranno necessarie ulteriori validazioni prospettiche e il completamento del percorso autorizzativo previsto per i dispositivi medici basati sull'intelligenza artificiale. Abstract Studio internazionale coordinato da UniTS ha sviluppato e validato l'ELM Score, un modello di machine learning che integra dati clinici ed esami elastografici di fegato e milza. Nella validazione esterna la quota di diagnosi indeterminate scende dal 47,9% al 12,3% Mostra nel diario Off
Paolo Fornasiero eletto socio dell'Accademia dei Lincei Per saperne di più su Paolo Fornasiero eletto socio dell'Accademia dei Lincei Immagine 2026_09_15_Fornasiero_007.jpg Data notizia Lun, 28/09/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Paolo Fornasiero, docente di Chimica Inorganica al Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche di UniTS e Prorettore alla Ricerca, è stato eletto Socio Corrispondente dell'Accademia Nazionale dei Lincei nella Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali.L'elezione rappresenta uno dei più prestigiosi riconoscimenti nel panorama scientifico italiano e internazionale e premia il contributo del professor Fornasiero alla ricerca nel campo della catalisi, dei materiali avanzati e della chimica per la transizione energetica.Entrare a far parte dell'Accademia dei Lincei è un grande onore e una responsabilità», afferma il prof. Fornasiero. «Questo riconoscimento valorizza un percorso costruito insieme ai tanti colleghi, ricercatrici, ricercatori e studenti con cui ho avuto il privilegio di lavorare. Credo che oggi più che mai la ricerca debba contribuire non solo al progresso scientifico, ma anche alla crescita culturale e sociale del Paese, affrontando le grandi sfide della sostenibilità, dell'energia e dell'innovazione con rigore scientifico e spirito di collaborazione.Fondata nel 1603, l'Accademia Nazionale dei Lincei è la più antica accademia scientifica del mondo ancora attiva. Nel corso della sua storia ha annoverato tra i propri soci figure come Galileo Galilei, Stanislao Cannizzaro, Quintino Sella, Benedetto Croce e Albert Einstein. Oggi rappresenta il massimo organismo scientifico e culturale italiano e svolge il ruolo di consulente scientifico del Presidente della Repubblica.La carriera scientifica del prof. Fornasiero è riconosciuta a livello internazionale. I suoi studi riguardano principalmente la chimica dei materiali, la catalisi eterogenea, i processi per la conversione dell'energia e lo sviluppo di tecnologie sostenibili per la riduzione delle emissioni e la produzione di combustibili e prodotti chimici a basso impatto ambientale.Autore di oltre 370 pubblicazioni scientifiche sulle principali riviste internazionali, Fornasiero figura tra i ricercatori più citati nel proprio settore ed è coordinatore e partner di numerosi progetti di ricerca finanziati dall'Unione Europea e da enti nazionali e internazionali. Nel corso della sua carriera ha ricevuto importanti riconoscimenti scientifici ed è membro di prestigiose società scientifiche internazionali.L'elezione all'Accademia Nazionale dei Lincei rappresenta anche un riconoscimento dell'eccellenza scientifica dell'Università degli Studi di Trieste, confermandone il ruolo di protagonista nella ricerca nazionale e internazionale. Abstract Professore del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche e Prorettore alla Ricerca è Socio Corrispondente nella Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali Mostra nel diario Off