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Formula 1: Units e University of Roehampton analizzano la capacità di adattamento agli stress da gara

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I piloti di Formula 1 sviluppano adattamenti fisiologici altamente specifici, strettamente legati alle esigenze della guida ad altissima intensità. Accelerazioni fino a 3–4 g, carichi meccanici sul collo, posture obbligate, stress termico e recuperi ridotti modellano il corpo del driver in modo unico. È quanto emerge da una review internazionale condotta dall’Università di Trieste in collaborazione con la University of Roehampton (Londra) e con il coinvolgimento diretto di tre performance coach di Formula 1 attivi ai massimi livelli, tra cui gli allenatori di Charles Leclerc e Max Verstappen.

Lo studio, volto a colmare la mancanza di conoscenze scientifiche specifiche sulla fisiologia dei piloti, è stato pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, la principale rivista scientifica peer-reviewed nel campo della medicina e della scienza dello sport.

I piloti di Formula 1, spiegano gli autori, non sono necessariamente “fuori scala” per parametri generali come statura, massa corporea o capacità aerobica rispetto ad altri atleti professionisti. Emergono però adattamenti altamente specifici, primo fra tutti lo sviluppo della forza del collo, essenziale per contrastare le elevate forze multidirezionali che agiscono sulla testa – e sul casco – in curva, in frenata e in accelerazione e per preservare la qualità dello sguardo, la precisione della guida e i tempi di reazione, fattori decisivi per la performance e la sicurezza. Oltre alla forza del collo, i ricercatori hanno individuato altri adattamenti specifici: la capacità di sostenere carichi ripetuti e asimmetrici – anche sugli arti inferiori, soprattutto al momento della frenata –, l’adattamento dei muscoli del tronco, della cintura scapolare, degli stabilizzatori profondi, la capacità del cuore di gestire picchi di frequenza cardiaca.

Alex Buoite Stella, coautore dello studio e docente di Fisiologia presso il Dipartimento universitario clinico di Scienze Mediche, chirurgiche e della salute dell’Università di Trieste, spiega: “La Formula 1 è uno degli sport più affascinanti e mediaticamente rilevanti al mondo, ma anche tra quelli che impongono al corpo dell’atleta sollecitazioni tra le più complesse in assoluto. Accelerazioni, frenate, stress termico, posture obbligate e recuperi ridotti si sommano per tutta la stagione. Con questo lavoro abbiamo voluto capire, in modo sistematico, come l’organismo del pilota risponde e si adatta a queste richieste, mettendo insieme ricerca scientifica ed esperienza diretta dei coach che operano in Formula 1.”

Lo studio mette, inoltre, in evidenza il peso crescente dei fattori ambientali e logistici della Formula 1 moderna. Con ventiquattro gare in ventuno paesi, trasferte intercontinentali e appuntamenti in condizioni climatiche estreme, lo stress termico e la gestione del recupero diventano elementi centrali. I ricercatori dell’Università di Trieste, insieme ad alcuni studenti del Racing Team UniTS – team dell’ateneo di Formula SAE (Society of Automotive Engineers), competizione universitaria internazionale di design ingegneristico –, hanno analizzato le condizioni ambientali di tutte le gare dell’ultimo campionato, stimandone il potenziale impatto termico sui piloti. Episodi recenti, come il Gran Premio del Qatar 2023, hanno mostrato come il caldo possa rappresentare un rischio concreto non solo per la prestazione, ma anche per la salute. 

In questo contesto, strategie come acclimatazione al caldo, raffreddamento pre‑gara e gestione mirata dell’idratazione sono sempre più diffuse, ma – sottolineano gli autori – molte pratiche restano guidate dall’esperienza più che da dati raccolti direttamente in gara.

Le interviste strutturate ai performance coach hanno permesso di descrivere come le richieste fisiologiche si traducano in programmi di allenamento altamente personalizzati, adattati al tipo di circuito, alle caratteristiche del pilota e alle condizioni ambientali attese.

“Unendo competenze cliniche e di ricerca con l’esperienza maturata quotidianamente nel paddock, siamo riusciti a costruire il quadro più aggiornato oggi disponibile del profilo fisiologico del pilota di Formula 1. Il lavoro non solo identifica le aree in cui servono nuovi studi, ma propone anche strategie pratiche per ottimizzare performance e tutela della salute degli atleti”, osserva ancora Buoite Stella.

Gli autori e i coach indicano come priorità future studi sempre più specifici per la Formula 1 e più vicini alle condizioni reali di competizione, capaci di misurare parametri come frequenza cardiaca, temperatura corporea, consumo di ossigeno e lattato, e di chiarire anche i possibili effetti a lungo termine sulla salute, in particolare per quanto riguarda la zona lombare e l’esposizione alle vibrazioni delle monoposto.

Kim Keedle, preparatore atletico dei piloti di Formula 1 coinvolto nello studio, conclude: “Poiché il regolamento vieta l’uso di dispositivi all’interno dell’auto, ci basiamo sui dati raccolti dall’esterno del veicolo, e questo comporta alcune limitazioni. Per esempio, sarebbe interessante confrontare la risposta della frequenza cardiaca durante la guida su circuiti diversi e in condizioni differenti. Rispetto ad altri sport, la misurazione della frequenza cardiaca può sembrare poca cosa, ma rappresenterebbe un grande passo avanti e ci permetterebbe di quantificare con precisione le sollecitazioni e preparare di conseguenza i piloti.”

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Studio completo pubblicato su British Journal of Sports Medicine

The physiological and health demands of formula one motor racing: a comprehensive review with driver performance coach insight

Christopher James Tyler*1, Luke Felton1, Andrea Ferrari2, Kim Keedle3, Rupert Manwaring4, Alex Buoite Stella5

  1. School of Life and Health Sciences, University of Roehampton, London, SW15 4JD
  2. Motorsport Performance Coach, Italy
  3. Motorsport Performance Coach, Australia
  4. Motorsport Performance Coach, United Kingdom.
  5. Department of Medicine, Surgery and Health Sciences, University of Trieste, Trieste, Italy
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Studio pubblicato sulla rivista British Journal of Sports Medicine
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Giornata internazionale delle malattie rare 2026

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In occasione della Giornata internazionale delle malattie rare 2026, che si celebra il 28 febbraio, l’Università di Trieste, rinnova l’attenzione verso un ambito di ricerca in cui la dimensione scientifica si intreccia in modo diretto con i bisogni delle persone e delle famiglie. Le patologie rare – spesso complesse da riconoscere e da trattare – richiedono percorsi diagnostici più rapidi, terapie mirate e una presa in carico sempre più personalizzata: obiettivi che richiedono competenze diverse, dal laboratorio alla clinica, dalla genetica ai dati, fino allo sviluppo di nuovi modelli sperimentali.

In questo contesto, UniTS contribuisce con gruppi e progetti che lavorano per migliorare la comprensione dei meccanismi di malattia, affinare gli strumenti diagnostici e costruire soluzioni con un impatto concreto sulla qualità della vita. Un esempio arriva dall’area delle malattie epatiche rare, dove la ricerca si concentra in particolare sulle patologie colestatiche. L’Ateneo partecipa allo studio multicentrico nazionale dedicato alla ricerca di mutazioni associate alla Colestasi Intraepatica Familiare Progressiva (PFIC) in pazienti adulti con colangite sclerosante dei piccoli dotti, integrando dati clinici, biochimici, radiologici e istologici con analisi genetiche dell’esoma (con attenzione a geni come ABCB4). L’obiettivo è duplice: riconoscere forme genetiche dell’adulto che possono rimanere a lungo non identificate e contribuire a ridefinire l’inquadramento diagnostico delle colestasi criptogenetiche attraverso correlazioni genotipo–fenotipo.

Accanto a questo filone, è attiva la collaborazione con la Struttura Complessa di Genetica Medica dell’IRCCS Burlo Garofolo per identificare nuove varianti patogenetiche nelle colestasi geneticamente determinate in età adulta. La ricerca include anche lo sviluppo di modelli cellulari utili a studiare la funzione delle varianti individuate e, più in generale, l’identificazione di nuovi geni responsabili delle PFIC, un gruppo di malattie rare prevalentemente pediatriche su cui UniTS e Burlo lavorano in stretta sinergia.

Contributi scientifici: prof.ssa Lory Crocè (Gastroenterologia, Università di Trieste); dott. Adamo Pio D’Adamo (Genetica medica, Università di Trieste e IRCCS Burlo Garofolo).

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Nell'ampio spettro delle patologie rare anche le malattie epatiche, dove la ricerca UniTS si concentra sulla Colestasi Intraepatica Familiare Progressiva
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Concluso il progetto europeo “Green-GEAR”: UniTS contribuisce alla riduzione delle emissioni del traffico aereo in Europa

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Si è concluso dopo due anni e mezzo il progetto Horizon Europe Green-GEAR, che aveva come tema di studio la riduzione dell’impatto ambientale del traffico aereo. Tra i partner del progetto anche l’Università di Trieste con il gruppo di ricerca del prof. Lorenzo Castelli del Dipartimento di Ingegneria e Architettura (DIA).

Attualmente, ogni volo che attraversa lo spazio aereo europeo è soggetto a tariffe proporzionali alla distanza percorsa e al peso dell’aeromobile, con importi variabili a seconda del Paese sorvolato. Attraversare lo spazio aereo della Svizzera o dei Paesi Bassi, ad esempio, comporta costi significativamente superiori rispetto a Irlanda o Croazia.

Queste differenze possono indurre le compagnie aeree a scegliere rotte più lunghe pur di evitare le aree più onerose: una strategia che comporta un maggiore consumo di carburante e, di conseguenza, emissioni aggiuntive e non necessarie di anidride carbonica (CO₂).

Con l’obiettivo di correggere tali distorsioni e ridurre l’impatto ambientale del settore, il contributo dell’ateneo triestino si è concentrato sulla definizione di nuovi modelli di tariffazione coerenti con la normativa europea vigente, capaci di attenuare le disparità tra Stati e incentivare traiettorie più dirette. I modelli teorici sono stati formalizzati attraverso strumenti di programmazione matematica e validati su dati reali di traffico forniti da EUROCONTROL, partner del progetto.

I test su larga scala hanno evidenziato risultati concreti: una diminuzione fino all’1,46% della distanza volata e una riduzione fino all’1,44% delle emissioni di CO₂. Considerando che in Europa si effettuano ogni anno oltre 10 milioni di voli, anche percentuali apparentemente contenute si traducono in milioni di tonnellate di CO₂ evitate. Le stime più recenti indicano infatti che solo i voli in partenza dagli aeroporti europei generano complessivamente tra 130 e 140 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.

«Lavorare su meccanismi tariffari apparentemente tecnici significa in realtà intervenire in modo strutturale sul sistema» sottolinea il prof. Castelli. «Riducendo le disparità economiche tra gli spazi aerei nazionali si possono incentivare rotte più dirette e ottenere benefici ambientali significativi senza compromettere l’efficienza operativa».

Il docente ha inoltre voluto ricordare il contributo determinante di Andrea Gasparin, post-doc, e Fulvio Vascotto, dottorando, che hanno lavorato al progetto insieme a lui.

Green-GEAR rappresenta il decimo progetto europeo sviluppato dal gruppo di ricerca UniTS negli ultimi vent’anni, sempre in collaborazione con i principali stakeholder continentali del settore, focalizzato sull’ottimizzazione matematica della gestione del traffico aereo.

Il neo direttore del Dipartimento di Ingegneria e Architettura, Giorgio Sulligoi, evidenzia l’importanza strategica di queste ricerche, strettamente connesse agli obiettivi della Commissione europea per la riduzione dell’impatto climatico delle attività industriali, incluso il trasporto aereo: “«Si tratta di un ambito di ricerca cruciale per la transizione ecologica del settore aeronautico. Siamo particolarmente soddisfatti del forte inserimento del nostro gruppo nel panorama europeo, confermato dal recente finanziamento di un nuovo progetto Horizon Europe che estenderà l’analisi anche agli effetti non legati alla sola CO₂, come le scie di condensazione e le emissioni di ossidi di azoto».

È infatti recentissima la notizia dell’approvazione di FairSky, il progetto che amplierà l’analisi agli impatti climatici complessivi del traffico aereo e consoliderà ulteriormente il ruolo UniTS nella ricerca europea sull’ottimizzazione e la sostenibilità del sistema di gestione del traffico aereo.

 

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Il Dipartimento DIA proseguirà gli studi sul tema entrando nel nuovo progetto Horizon FairSky
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Microplastiche anche nelle grotte mai toccate dall’uomo: studio UniTS sui sistemi sotterranei del Carso

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Uno studio pubblicato su Microplastics ha evidenziato la presenza di microplastiche in grotte carsiche profonde collegate al sistema del fiume Timavo, uno dei principali sistemi idrici sotterranei dell’area alpino-dinarica. La ricerca dimostra che anche ambienti estremi e mai frequentati dall’uomo non sono isolati dall’inquinamento antropico.

Le analisi confermano che la presenza di microplastiche nel sistema del Timavo era coerente con quanto già noto per ambienti fluviali connessi alla superficie: il contributo dello studio è aver chiarito come queste particelle si distribuiscano nei sistemi idrici sotterranei, evidenziando una marcata variabilità spaziale anche su brevi distanze.

Lo studio è stato realizzato dall’Università di Trieste, in collaborazione con la Società Adriatica di Speleologia, il Comune di Trieste e il Bioscience Research Center (BsRC), centro specializzato per le analisi sulle microplastiche. 

I campionamenti sono stati effettuati in contesti raramente accessibili, tra cui la Caverna Maucci, raggiungibile esclusivamente tramite speleosubacquea, e la grotta Luftloch, scoperta solo recentemente dopo decenni di esplorazioni. 

Lo studio è stato condotto da Raffaele Bruschi, ricercatore dell’Università di Trieste e responsabile dei campionamenti e delle analisi, assieme ai docenti del Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS Manuela Piccardo, Monia Renzi, Stanislao Bevilacqua e Lucia Gardossi del Dipartimento Scienze chimiche e farmaceutiche. Per il BsRC coinvolti Tecla Bentivoglio e Serena Anselmi.

La ricerca è dedicata a Patrice Cabanel, 32 anni, (Fédération Française d’Études et de Sports Sous-Marins), speleosub esperto che ha effettuato i campionamenti alla Caverna Maucci.  Cabanel è purtroppo scomparso un mese dopo i rilevamenti. 

Un secondo lavoro, di carattere metodologico, pubblicato su Environmental Pollution e sviluppato in collaborazione con Manuela Piccardo, affronta invece le strategie necessarie per studiare correttamente ambienti sotterranei altamente eterogenei. 

 

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Pubblicato su Microplastics in collaborazione con la Società Adriatica di Speleologia, Comune di Trieste e Bioscience Research Center
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Su Analytical Scientist intervista UniTS su "Quanto possono incidere le scelte metodologiche sull’interpretazione dei dati scientifici?

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Una recente intervista pubblicata su The Analytical Scientist approfondisce questo tema attraverso il lavoro dei nostri ricercatori Valter Sergo, Alois Bonifacio, Stefano Fornasaro e Roberto Gobbato, impegnati nello studio della spettroscopia SERS applicata al siero sanguigno.

L’articolo racconta come una revisione critica della letteratura e nuove verifiche sperimentali abbiano contribuito a chiarire l’origine dei segnali spettrali, riaprendo la discussione su interpretazioni consolidate e sul ruolo del rigore metodologico nello sviluppo di tecniche diagnostiche spettroscopiche.

Leggi l'intervista

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Protagonisti Valter Sergo, Alois Bonifacio, Stefano Fornasaro e Roberto Gobbato
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Un metodo “bayesiano” per leggere le firme mutazionali dei tumori e identificare sottotipi clinicamente rilevanti

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Ogni tumore porta con sé una sorta di impronta digitale: un insieme di mutazioni che racconta, indirettamente, i processi biologici che le hanno generate – dagli errori di replicazione del DNA ai difetti dei meccanismi di riparazione, fino a specifiche esposizioni o trattamenti. 

Partendo da questa idea di “firma” (mutational signature), un gruppo di ricerca dell’Università di Trieste, composta da studentesse e studenti del corso di dottorato in Applied Data Science and Artificial Intelligence coordinati dal prof. Giulio Caravagna, ha sviluppato BASCULE, un framework statistico che usa la statistica bayesiana per integrare conoscenze già disponibili e aggiornare l’analisi alla luce di nuovi dati: l’obiettivo è rendere più robusta l’identificazione delle firme mutazionali, favorire la scoperta di segnali non ancora catalogati e raggruppare i campioni in sottotipi molecolari interpretabili. Lo studio, pubblicato su Genome Biology, vede come primi autori Elena Buscaroli e Azad Sadr

Nel DNA delle cellule tumorali le mutazioni non compaiono in modo casuale: tendono a concentrarsi in combinazioni ricorrenti. Questi pattern – le firme mutazionali – possono essere letti come l’effetto cumulativo di specifici processi mutageni. In altre parole, osservando che tipo di mutazioni prevalgono e come si distribuiscono, è possibile risalire a ipotesi plausibili su ciò che ha guidato l’evoluzione del tumore.

Negli ultimi anni, grazie a grandi dataset genomici, sono stati proposti diversi cataloghi di firme. Tuttavia, cataloghi costruiti con metodi differenti possono non essere pienamente sovrapponibili, e l’analisi rischia di diventare difficile da confrontare o da standardizzare.

BASCULE nasce per affrontare proprio questo punto: sfruttare i cataloghi esistenti come base informativa, senza rinunciare alla possibilità di individuare firme nuove quando i dati lo suggeriscono.

Il metodo adotta un’impostazione bayesiana: in pratica, invece di trattare l’analisi come una “pagina bianca”, introduce una conoscenza iniziale (i priors, cioè informazioni pregresse plausibili) e la aggiorna con l’evidenza osservata nei dati. Questo approccio è particolarmente utile quando si lavora con segnali complessi: permette di ancorare l’interpretazione a ciò che è già noto, ma anche di quantificare in modo più chiaro l’incertezza e di riconoscere quando emerge qualcosa di davvero distinto dalle firme già catalogate. 

Una volta stimato, per ciascun campione, quanto ciascuna firma mutazionale sia “presente” (in pratica, quanto pesa nel profilo di mutazioni osservato), BASCULE permette anche di mettere insieme i campioni che si assomigliano, formando gruppi con caratteristiche condivise. L’idea è trasformare un’informazione tecnica in una lettura più immediata, che aiuti a riconoscere sottotipi di tumore e, quando i dati lo consentono, a collegarli a differenze cliniche.

Nel lavoro, che nasce come output di un progetto finanziato da AIRC, gli autori mostrano che questo approccio riesce a ritrovare sottotipi già noti in diversi tumori e, in alcune coorti per cui sono disponibili informazioni cliniche, a individuare gruppi associati a esiti diversi. In questa prospettiva, le firme mutazionali non sono solo una “descrizione” delle mutazioni, ma diventano uno strumento per interpretare meglio la storia biologica del tumore e distinguere profili di pazienti.

“BASCULE – spiega Giulio Caravagna, docente di Informatica al Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze - è uno strumento che ci permette di analizzare contemporaneamente un grande numero di pazienti, identificando nuovi gruppi di tumori che hanno firme mutazionali simili fra loro. Questo tipo di approccio è alla base della cosiddetta “stratificazione” dei pazienti oncologi, uno dei passi più importanti per la medicina di precisione moderna. Lavorando a livello di segnature mutazionali riusciamo quindi a catalogare i nostri pazienti e determinare quei sottogruppi in cui il danno al DNA segue regole precise”.

Lo studio è frutto di un lavoro a cui hanno contribuito anche Human Technopole (Computational Biology Research Centre, Milano), Area Science Park (Research and Technology Institute, Trieste) e l’Università di Milano-Bicocca

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Il framework BASCULE è frutto del lavoro di un gruppo di studenti del dottorato in Applied Data Science and Artificial Intelligence coordinato da Giulio Caravagna
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World Cancer Day: la ricerca illumina il futuro

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La Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day), che si celebra il 4 febbraio, è un momento in cui la comunità scientifica e quella sanitaria rinnovano l’impegno con cui affrontano la malattia. Due i concetti chiave: prevenzione e cura.

La prevenzione passa da stili di vita consapevoli e dall’adesione agli screening oncologici; la cura si fonda su diagnosi sempre più precise e su terapie innovative che, in molti ambiti, stanno migliorando sopravvivenza e qualità della vita. Progressi resi possibili anche dal lavoro della ricerca — dalle scienze di base alle tecnologie diagnostiche, fino ai nuovi approcci terapeutici — che illumina il percorso verso cure più efficaci e un futuro migliore nella lotta contro il cancro.

In Italia, le stime più recenti indicano circa 390.000 nuove diagnosi ogni anno, con una mortalità oncologica in calo e, a seconda della patologia, con buone possibilità di guarigione.

In occasione del World Cancer Day l’Università di Trieste vuole illuminare almeno una parte dell’intensa attività della ricerca sul cancro, condotta dalle ricercatrici e dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute, attraverso una piccola selezione di linee di ricerca attualmente attive. Non un quadro esaustivo, ma una panoramica che sottolinea la multidisciplinarità dei progetti in corso, con l’obiettivo comune di comprendere meglio la malattia e migliorare l’assistenza ai pazienti.

Un tratto distintivo di questi team è la frequente presenza di ricercatrici e ricercatori junior che lavorano in collaborazione con docenti e clinici, all’insegna di una trasmissione di competenze.  I progetti UniTS portano nei laboratori e nei reparti una nuova generazione di ricercatori che sarà protagonista di un’importante trasformazione tecnologica. Perché la ricerca è un processo di continuità e innovazione.

E siccome la ricerca illumina il futuro della lotta contro il cancro, nella serata del 4 febbraio la facciata dell’edificio centrale dell’Università di Trieste sarà illuminata di blu e arancio, colori ufficiali di questa giornata di sensibilizzazione, come segno visibile di attenzione e di sostegno a chi studia, cura e affronta la malattia ogni giorno.

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Serena Zacchigna e i dottorandi di Biomedicina molecolare — Perché il cuore è “protetto” dal cancro: la pista delle forze meccaniche
I tumori cardiaci, primitivi e metastatici, sono estremamente rari e le ragioni di questa rarità non sono ancora chiarite. L’ipotesi di Serena Zacchigna è che un ruolo chiave sia svolto dalle forze meccaniche generate dal battito cardiaco.
Queste sollecitazioni, continue e ritmiche, potrebbero ostacolare la proliferazione delle cellule — incluse quelle tumorali. A partire da questa intuizione, il gruppo sta lavorando a approcci terapeutici innovativi, tra cui un robot indossabile progettato per riprodurre la dinamica meccanica del cuore e rallentare la crescita di cellule tumorali, ad esempio a livello della pelle o della ghiandola mammaria. 
Alle attività di ricerca partecipano i dottorandi UniTS Maryen Vasanthakumar, Francesco Longo, Simon Cotic, Matteo Riccio, Nicoletta Bartoloni e Ilaria Del Giudice.

Mauro Giuffrè — Cancro del fegato: l’AI come alleata nelle decisioni cliniche 
L’attività di Mauro Giuffrè si colloca tra epatologia clinica, oncologia e intelligenza artificiale, con un focus sull’epatocarcinoma (HCC).
Negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo e alla validazione di modelli avanzati di AI generativa — inclusi large language models e sistemi multi‑agente — pensati per supportare il processo decisionale clinico nella gestione dei pazienti, in aderenza alle linee guida internazionali e ai dati del mondo reale.
Dopo tre anni di ricerca alla Yale School of Medicine, dal 15 dicembre 2025 è Ricercatore a Tempo Determinato (RTT) al DSM dell’Università di Trieste, dove prosegue l’attività nel campo della computational hepatology e della digital health. Nel 2024–2025 è stato selezionato come vincitore della fellowship dell’American‑Italian Cancer Foundation.

Raffaella Franca — Leucemia linfoblastica acuta pediatrica: terapie personalizzate e biomarcatori di rischio
La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è la neoplasia più frequente in età pediatrica. Grazie ai progressi della ricerca, oggi la sopravvivenza a 5 anni raggiunge circa il 90%; restano però possibili effetti avversi gravi, spesso imprevedibili, che possono complicare il percorso di cura.
Il gruppo di Farmacologia del DSM (dott.ssa Raffaella Franca, prof. Giuseppe Stocco) collabora da anni con l’Oncoematologia Pediatrica dell’IRCCS Burlo Garofolo (dr. Marco Rabusin) e con la rete AIEOP per sviluppare progetti di personalizzazione della terapia.
Le attività mirano a identificare biomarcatori predittivi — fattori genetici e livelli di esposizione ai farmaci — associati a reazioni avverse o a fallimento terapeutico, e a chiarirne i meccanismi molecolari. Il lavoro coinvolge anche giovani ricercatori UniTS, tra cui Maria Irshad (dottorato in Medicina Personalizzata e Terapie Innovative) e Antimo Tessitore (Scuola di Specialità in Pediatria).

Valerio Iebba — Microbiota e risposta alle terapie: biomarcatori e modelli predittivi
La ricerca di Valerio Iebba esplora il ruolo del microbiota — l’insieme dei microrganismi che convivono con noi — nel modulare infiammazione e sistema immunitario, con un obiettivo specifico: capire come influenzi la risposta alle cure oncologiche.
Attraverso intelligenza artificiale e analisi bioinformatiche avanzate, il gruppo lavora per isolare ceppi specifici e identificare biomarcatori predittivi, con l’ambizione di costruire modelli personalizzati capaci di prevedere l’efficacia dei farmaci e, quando necessario, guidare strategie per “correggere” un microbiota in disequilibrio.
Il lavoro si sviluppa in rete con collaborazioni internazionali, tra cui Istituto Gustave Roussy e Centro di Ricerca Cordeliers (Parigi), Università di Kyoto, QIBEBT (Cina) e Università Salvador de Bahia.

Alice Tassinari (specializzanda) con Francesca Rui — Screening mirato per la diagnosi precoce del tumore del polmone (Progetto SINTESI)
Il Progetto SINTESI sviluppa uno screening mirato del tumore del polmone rivolto a persone ad alto rischio: fumatori o ex‑fumatori con una pregressa esposizione ad amianto.
Il percorso prevede una breve intervista anamnestica strutturata e una TC del torace. L’obiettivo è intercettare segnali iniziali e arrivare prima alla diagnosi, quando i trattamenti possono essere più efficaci, raccogliendo dati utili a definire un modello di prevenzione chiaro e replicabile anche in altri contesti.
Per i fumatori è previsto anche l’orientamento a un percorso di cessazione presso il Centro di prevenzione e cura del tabagismo. La linea è seguita da Alice Tassinari (supervisor Francesca Rui) e si inserisce in un lavoro multidisciplinare che coinvolge anche profili junior.

Flavia D’Agostin (borsista) con Francesca Larese Filon — Tumori naso‑sinusali di origine professionale (Progetto RENATUNS)
I tumori naso‑sinusali possono essere associati a esposizioni professionali, in particolare a polveri di legno e polveri di cuoio. Presso l’UCO di Medicina del Lavoro è attivo il centro regionale che valuta la storia espositiva e l’associazione con la patologia.
L’attività, collegata alla rete nazionale di studio, supporta anche l’avvio delle pratiche per il riconoscimento della malattia professionale da parte dell’INAIL, quando ne ricorrono le condizioni. La linea è seguita da Flavia D’Agostin nell’ambito del Progetto RENATUNS

Jessica Granzotto (specializzanda) — Origine professionale del tumore del polmone nel percorso di cura (PDTA)
La valutazione della possibile origine professionale del tumore del polmone rientra nelle attività del progetto RENATUNS/RENOCCAM, in collaborazione con l’Università di Milano e l’INAIL.
L’obiettivo è identificare, accanto al fumo e all’amianto, altre possibili esposizioni lavorative che possono aver contribuito alla malattia — ad esempio in ambiti come ferriera, saldatura, verniciatura, catrame — offrendo ai pazienti un approfondimento dedicato e l’accesso ai benefici previsti.
L’UCO di Medicina del Lavoro ha un CUP dedicato alle visite di valutazione. La linea è seguita da Jessica Granzotto, specializzanda in Medicina del Lavoro.

Giovanni Sorrentino — La “fisica” del tumore: meccanobiologia per aumentare l’efficacia dei farmaci
La ricerca di Giovanni Sorrentino, finanziata da AIRC, studia il cancro da un’angolazione meno nota: non solo le cellule, ma anche le proprietà fisiche del tumore.
Un tumore può diventare più rigido o più fluido del tessuto sano, e questi cambiamenti possono influenzare la crescita e la risposta ai farmaci. La meccanobiologia dei tumori analizza come durezza, compressione e architettura del tessuto possano favorire la progressione e rendere alcune terapie meno efficaci.
Comprendere questi meccanismi può suggerire strategie per aumentare l’efficacia dei trattamenti intervenendo non solo sulla biologia, ma anche sulla “meccanica” del tumore. Tra i progetti coordinati: AIRC Start‑Up Grant, Worldwide Cancer Research e PRIN.

Katia Rupel e Giulia Ottaviani — Carcinoma del cavo orale: prevenzione, laser e complicanze delle terapie
Giulia Ottaviani e Katia Rupel, con il dottorando Edgar Keller, svolgono attività clinica e di ricerca presso l’Ambulatorio di Medicina e Patologia Orale della SC Clinica di Chirurgia Maxillofacciale e Odontostomatologica, dedicandosi a prevenzione, diagnosi e follow‑up di pazienti con carcinoma del cavo orale.
Il gruppo collabora con le SC di Ematologia, Radioterapia e Oncologia per la gestione delle complicanze orali legate alle terapie anticancro. Un filone di ricerca clinica studia le proprietà terapeutiche e preventive della luce laser per ridurre effetti avversi che incidono sulla qualità di vita e sull’aderenza ai trattamenti.
Accanto alla clinica, una parte rilevante dell’attività riguarda la divulgazione: strategie innovative per aumentare consapevolezza e prevenzione di un tumore spesso poco conosciuto, con iniziative rivolte a studenti delle scuole secondarie del territorio.

Manuela Mastronardi — Chirurgia oncologica del colon‑retto: IA per la formazione, medicina di precisione e sostenibilità
La ricerca di Manuela Mastronardi è focalizzata sulla chirurgia del tumore del colon‑retto, con attenzione a formazione avanzata, ricerca traslazionale e sostenibilità.
Tra i filoni principali: l’impiego dell’intelligenza artificiale per il training in chirurgia oncologica del retto; lo sviluppo di modelli biologici personalizzati per predire la risposta alle terapie in ottica di medicina di precisione; la valutazione di indicatori di qualità come il Textbook Outcome; il confronto tra strategie di trattamento nei casi complessi, inclusi i contesti di urgenza.
Un ulteriore ambito è la green surgery, con progetti orientati a ridurre l’impatto ambientale e ottimizzare l’uso delle risorse, mantenendo standard elevati di sicurezza e appropriatezza oncologica.

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Una panoramica di alcune innovative linee di ricerca sul cancro del DSM, a cui partecipa una nuova generazione di ricercatrici e ricercatori
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Porti, popolazioni, società in un'area di frontiera

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Sette incontri per leggere la storia giuliana tra migrazioni, identità e memorie

Dai porti romani di Aquileia e Tergeste alla cantieristica di Monfalcone, dalla Trieste “multiculturale” alle memorie delle due guerre mondiali a Gorizia, fino alla storia della Regione Friuli Venezia Giulia: sette tappe per attraversare duemila anni di trasformazioni, frontiere e convivenze nell’area giuliana. 

Intorno a questi ed altri temi si svilupperà “Porti, popolazioni, società in un’area di frontiera”, il ciclo di seminari divulgativi promosso dall’Università di Trieste attraverso il Dipartimento di Studi Umanistici (DiSU), con il fondamentale contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Il percorso, che prende il via mercoledì 21 gennaio, legge la storia giuliana tra migrazioni, identità e memorie.

L’iniziativa è concepita come itinerante e si articolerà in sei incontri aperti al pubblico che toccheranno quattro città del Friuli Venezia Giulia - TriesteGorizia, Grado e Ronchi dei Legionari - con l’obiettivo di coinvolgere un pubblico ampio, interessato ad approfondire alcuni aspetti cruciali della storia giuliana di lungo periodo nella nostra regione. 

«I sei incontri - spiega Tullia Catalan, docente di Storia contemporanea dell'Università di Trieste e coordinatrice scientifica del progetto - vedranno storici ed esperti confrontarsi in una prospettiva interdisciplinare, su temi quali la portualità dell'area dalle origini romane ai suoi sviluppi odierni, i confini sociali, nazionali e linguistici propri di un'area di frontiera, le memorie dei due conflitti mondiali, le trasformazioni economiche e i flussi migratori di ieri e di oggi». 

Si tratta di tematiche su cui l'Università di Trieste è impegnata anche in una prospettiva internazionale attraverso Transform4Europe, l'Alleanza europea di atenei che UniTS ha contribuito a fondare e che valorizza l'importanza del ruolo delle università nei territori di confine.

All'organizzazione degli incontri hanno collaborato attivamente le istituzioni del territorio. «A Trieste, Grado, Ronchi e Gorizia si sono offerte di ospitare e di promuovere gli eventi - sottolinea Catalan - a testimonianza dei buoni rapporti che l'Ateneo triestino ha stretto negli anni con le realtà culturali dell'area giuliana». 

L'evento conclusivo, dedicato alla nascita e allo sviluppo della Regione Friuli Venezia Giulia, avrà luogo a Trieste il 17 aprile 2026 e sarà organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici e del patrimonio culturale dell'Università di Udine.


Programma

21 gennaio, ore 16.30, Sala Costantinides del Civico Museo Sartorio (Largo Papa Giovanni XXIII, 1), Trieste
Alla scoperta del mondo antico: i due porti romani e le popolazioni di Aquileia e Tergeste
con Fulvia Mainardis (UniTS), Emanuela Murgia (UniTS), Monica Chiabà (UniTS) e Tullia Catalan (UniTS)

Le origini romane dei due porti e la loro vocazione commerciale verranno ripercorse attraverso le testimonianze archeologiche di Trieste ed Aquileia. Gli esperti ci racconteranno la società nei due porti, ci parleranno dei commerci marittimi e delle varie genti che sono transitate attraverso la regione portando nuove lingue, culture e saperi.


25 febbraio, ore 16.30, Sala Costantinides del Civico Museo Sartorio (Largo Papa Giovanni XXIII, 1), Trieste
 Ricchi e poveri a Trieste dal Medioevo all'età contemporanea  
con Miriam Davide (UniTS), Andrea Scartabellati (ricercatore indipendente), Antonio Trampus (Università Ca' Foscari Venezia) e Tullia Catalan (UniTS)

La società locale e la sua popolazione verranno analizzate dagli esperti delle varie epoche attraverso le lenti della giustizia sociale; della filantropia e della beneficenza, con uno sguardo sulla vita quotidiana e sui bisogni di una popolazione multi-etnica e multi-religiosa. Ci si soffermerà su istituzioni importanti come l'Istituto Generale del Poveri visto nelle sue trasformazioni dal periodo asburgico a quello fascista per arrivare al suo ruolo importante odierno in un'ottica di welfare contemporaneo.


4 marzo, ore 16.30, Sala conferenze del Consorzio Culturale del Monfalconese (Piazza Unità d'Italia, 24), Ronchi dei Legionari
 La cantieristica e la città. Il "cantiere" Monfalcone dall'Ottocento a oggi  
con Massimo Degrassi (UniTS), Giuseppe Grimaldi (UniTS), Giulio Mellinato (Università degli Studi di Milano-Bicocca) e Tullia Catalan (UniTS) 

L'incontro mira a ripercorrere la storia del rapporto fra il cantiere navale e la città dal periodo asburgico ad oggi. Attraverso la storia del lavoro, la storia dei mutamenti degli spazi urbani legati al cantiere (la factory town) e la storia delle migrazioni verranno ricostruite le tappe della trasformazione di Monfalcone in un odierno laboratorio della globalizzazione del lavoro.


5 marzo, ore 16.30, Sala del Consiglio Comunale di Grado, (Municipio, Piazza Biagio Marin, 4), Grado
 Grado fra Austria e Italia. La vocazione turistica di una città di mare  
con Massimo Degrassi (UniTS), Luciano Cicogna (Comune di Grado), Paride Camuffo (ricercatore indipendente) e Tullia Catalan (UniTS)

L'attrattività turistica di Grado va fatta risalire all'Ottocento, quando essa divenne luogo di cure marine e di riposo estivo per la borghesia austriaca. Ciò portò alla trasformazione architettonica dei suoi spazi urbani, all'organizzazione di una sociabilità stagionale destinata a durare nel tempo e al suo trasformarsi con il trascorrere del tempo in un luogo di cura particolarmente apprezzato dal turismo fino a oggi. Grado può essere infatti vista come un laboratorio del turismo sostenibile contemporaneo, grazie a questa sua vocazione di lungo periodo.


30 marzo, ore 16.30, Sala conferenze dei Musei provinciali di Gorizia, (Borgo castello, 13), Gorizia
 Monumenti, musei e memorie delle due guerre mondiali a Gorizia   
con Massimo Baioni (Università Statale di Milano), Massimo Degrassi (UniTS); Alessandro Cattunar (Associazione Quarantasettezeroquattro) e Tullia Catalan (UniTS)

Gorizia è stata pesantemente segnata dalle violenze delle due guerre mondiali, che hanno lasciato i loro segni e testimonianze di memoria materiali e immateriali. Essa rappresenta oggi la città simbolo dei proficui e pacifici rapporti fra Italia e Slovenia e il confine è diventato un luogo di attraversamenti di culture, anche attraverso la sua musealizzazione da entrambe le parti. L'incontro si incentrerà attraverso voci diverse su tutti questi aspetti.


1° aprile, ore 16.30, Sala Costantinides del Civico Museo Sartorio (Largo Papa Giovanni XXIII, 1), Trieste
  Città multiculturale; "Città italianissima"; Città della scienza: Trieste fra Ottocento e Novecento    
con Luca Giuseppe Manenti (Società internazionale di divulgazione Manlio Cecovini per gli studi storici sociali ed etici), Tullia Catalan (UniTS), Elisabetta Vezzosi (UniTS) e Alessandro Carrieri (UniTS)

Il grande porto asburgico, crocevia di culture e religioni, dopo la I guerra mondiale subì una profonda trasformazione, subendo ingenti trasformazioni nella sua popolazione in seguito a migrazioni e immigrazioni e a una politica di nazionalizzazione delle masse voluta dall'Italia. Il confine con l'Europa dell'Est divenne per lungo tempo un muro, contrapponendo violentemente fra loro sloveni ed italiani. Tale clima perdurò anche dopo la seconda guerra mondiale, per allentarsi con la generale distensione avvenuta fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, grazie anche al ruolo svolto in città dalla cultura e dalla scienza, veri e propri ponti verso l'Est anche durante la Guerra fredda.

 

17 aprile, ore 16.30, Sala multimediale Tessitori del Palazzo della Regione FVG, (Piazza Guglielmo Oberdan, 5), Trieste
Friuli-Venezia Giulia 1963-2025. Istituzione e storia di una regione a statuto speciale
  con Raoul Pupo (UniTS), Igor Guardiancich (Università degli Studi di Padova), Patrick Karlsen (UniTS), Tullia Catalan (UniTS), Elena D’Orlando (Università degli Studi di Udine), Andrea Tilatti (Università degli Studi di Udine) e Andrea Zannini (Università degli Studi di Udine).

L'evento conclusivo si svolgerà in collaborazione tra le Università di Trieste e di Udine sulla tematica della costituzione e del successivo sviluppo della Regione Friuli Venezia Giulia, come regione a statuto speciale, istituita con legge costituzionale 31 gennaio 1963. L’incontro terrà in considerazione sia gli aspetti giuridici della costituzione della Regione, ma anche le motivazioni storiche fondative della medesima.

 

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Al via il 21 gennaio la rassegna promossa dal Dipartimento di Studi Umanistici che toccherà quattro città del Friuli Venezia Giulia
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Active Ageing: ricerca UniTS unisce realtà virtuale e fisioterapia per contrastare il declino motorio e cognitivo

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Contrastare il declino motorio e cognitivo legato all’invecchiamento è una delle principali sfide sanitarie dei prossimi decenni. Un progetto di ricerca condotto dall’Università di Trieste dimostra come protocolli riabilitativi innovativi, basati sull’integrazione tra esercizio fisico, stimolazione cognitiva e realtà virtuale possano offrire risultati significativi nel favorire un invecchiamento attivo e autonomo.

Lo studio, nato dalla collaborazione tra l’Azienda pubblica di Servizi alla Persona ITIS e il Corso di Laurea in Fisioterapia di UniTS, ha confrontato l’efficacia di due diversi approcci fisioterapici in una popolazione di anziani residenti nell’istituto di cura: un protocollo di esercizio dual task, che associa attività motoria ed esercizi cognitivi simultanei, e un trattamento basato sull’uso di realtà virtuale e aumentata per effettuare esercizi fisici mirati.

Un progetto di ricerca sostenuto da Fondazioni del territorio

La ricerca è stata cofinanziata dalle Fondazioni Morpurgo e Casali ETS attraverso una borsa di ricerca annuale, vinta dalla fisioterapista Marta Ceschin che ha condotto lo studio da febbraio 2024 a febbraio 2025. Il progetto è stato supervisionato da Luigi Murena, Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute, e da Manuela Deodato, Responsabile delle attività formative e professionalizzanti del Corso di Laurea in Fisioterapia.

Metodologia e strumenti

Approvato dal Comitato Etico di Ateneo, lo studio ha coinvolto 45 persone di età superiore ai 65 anni e privi di patologie che potessero interferire con la partecipazione ai protocolli di ricerca. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale ai due gruppi di trattamento “dual task”: uno che abbinava attività motoria ed esercizi cognitivi e un altro che affiancava all’esercizio fisico l’utilizzo di realtà virtuale e aumentata. 

Entrambi i gruppi hanno svolto 24 sedute individuali, della durata di 60 minuti, due volte a settimana per 12 settimane, all’interno della Palestra Didattica UniTS del Corso di Laurea in Fisioterapia, dotata di dispositivi avanzati di realtà virtuale e aumentata.

L’efficacia dei trattamenti è stata valutata attraverso test standardizzati per le funzioni cognitive (Trail Making Test, Frontal Assessment Battery), motorie (10 Meter Walking Test, Timed Up and Go, Chair Stand Test, forza di presa) e per il doppio compito motorio-cognitivo.

Risultati: il dual task si conferma particolarmente efficace

I risultati mostrano che entrambi gli approcci migliorano in modo significativo la funzionalità motoria, in particolare nei test di cammino e mobilità. Tuttavia, il protocollo dual task ha evidenziato benefici maggiori quando l’attività motoria è stata associata a un compito cognitivo, confermando i più recenti studi che associano il mantenimento di una buona performance fisica ad una buona performance cognitiva.

Il dual task si configura quindi come una strategia promettente di active aging, capace di agire simultaneamente su corpo e mente e di favorire il mantenimento dell’autonomia nella vita quotidiana della persona anziana.

 

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Cofinanziata dalle Fondazioni Morpurgo e Casali ETS, è frutto della collaborazione tra ITIS e Corso di Laurea in Fisioterapia
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Il Fondo Italiano per la Scienza premia la ricerca UniTS: 3 mln di euro per finanziare altri due progetti

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Dalla rigenerazione del cuore alla progettazione di celle solari più efficienti: il Fondo Italiano per la Scienza (FIS) assegna ulteriori 3 milioni di euro a due ricerche di frontiera dell’Università di Trieste. Il finanziamento riguarda SOFTEN, dedicato a nuovi approcci per invertire la fibrosi e promuovere la rigenerazione del tessuto cardiaco, e A DIGITal twin for efficient solar CELLs, che svilupperà un “gemello digitale” capace di simulare una cella solare nella sua complessità e accelerare, in modo predittivo, la scoperta di nuovi materiali fotovoltaici.

Il FIS è un'iniziativa del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) che sostiene la ricerca di eccellenza sul modello dei programmi ERC europei, con linee competitive pensate per accompagnare il percorso delle ricercatrici e dei ricercatori in diverse fasi di carriera. I due finanziamenti ottenuti confermano la capacità di UniTS di produrre ricerca di frontiera e, al tempo stesso, di essere un punto di riferimento attrattivo per progetti ad alta competitività internazionale.

Il progetto SOFTEN – Reversal of cardiac fibrosis and promotion of tissue regeneration through controlled SOFTENing of the extracellular matrix milieu, coordinato da Pasquale Sacco del Dipartimento di Scienze della Vita, è finanziato con circa 1,65 milioni di euro e affronta una delle sfide più complesse della medicina contemporanea: dopo una lesione, il cuore umano adulto non è in grado di rigenerarsi efficacemente e tende a sviluppare fibrosi che ne compromette la funzione.

L’idea nasce da quanto osservato in specie come lo zebrafish, capace di rigenerare il cuore grazie a un temporaneo “ammorbidimento” della matrice extracellulare. SOFTEN mira a riprodurre e controllare questo comportamento con biomateriali progettati ad hoc, combinando chimica dei polimeri, progettazione di materiali e metodi di biologia cellulare e molecolare, per comprendere e indirizzare i meccanismi di riparazione del tessuto cardiaco.

Il progetto A DIGITal twin for efficient solar CELLs, finanziato con circa 1,33 milioni di euro, è guidato da Virginia Carnevali e per svilupparlo di trasferirà dall’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) al Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste.

Lo studio mira allo sviluppo di un digital twin di una cella solare, capace di simulare il dispositivo nella sua piena complessità fisica e strutturale e di diventare uno strumento predittivo sia per l’efficienza di conversione sia per la scoperta di nuovi materiali fotovoltaici. L’approccio integra simulazioni quantistiche, dinamica molecolare, metodi statistici e dati sperimentali, con l’obiettivo di avvicinare ricerca fondamentale e ingegneria dei dispositivi in un campo chiave per le energie rinnovabili.

La scelta di Trieste e del Dipartimento di Fisica, spiega la ricercatrice, si inserisce in un contesto di riconosciuta competenza internazionale nello sviluppo di codici e tecniche di simulazione per lo studio delle proprietà strutturali ed elettroniche dei materiali, con ulteriori opportunità di collaborazione legate anche a infrastrutture sperimentali di eccellenza presenti sul territorio e a una rete di collaborazioni scientifiche costruita a partire dal dottorato svolto proprio a Trieste.

I finanziamenti del Fondo Italiano per la Scienza dei progetti di Sacco e Carnevali si aggiungono ai tre già annunciati il 1° dicembre 2025, attribuiti a Paolo Fornasiero (2,3 milioni di euro) e Federico Rosei (1,9 milioni di euro) del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche e a Matteo Marinelli (1,1 milioni di euro) del Dipartimento di Fisica. Nel complesso, in questa tornata, FIS ha selezionato cinque progetti UniTS che riceveranno fondi per 8.2 milioni di euro.

“Siamo molto soddisfatti per questi risultati – commenta la rettrice Donata Vianelli -. Il Fondo Italiano per la Scienza applica criteri particolarmente rigorosi nella valutazione dei progetti e il risultato ottenuto conferma la capacità dell’Università di Trieste di progettare ricerca in grado di attrarre finanziamenti e, in questo caso, anche capitale umano. I programmi selezionati testimoniano il nostro impegno su frontiere strategiche, come la ricerca biomedica e dei biomateriali per affrontare grandi sfide della salute e la modellistica avanzata dei materiali e dei dispositivi per le energie rinnovabili”.

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Con i progetti di Sacco (DSV) e Carnevali (DF) salgono a cinque gli studi finanziati in questa tornata dal FIS, per un totale di oltre 8 mln di euro
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