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Mortalità infantile in Paesi a basso reddito: studio UniTS su PLOS Medicine

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Pubblicato sulla rivista internazionale PLOS Medicine uno studio che documenta la progressiva riduzione, tra il 1990 e il 2023, della natimortalità e mortalità infantile precoce in 17 paesi a basso-medio reddito (Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Nigeria, Rwanda, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe, Egitto, Giordania, Bangladesh, Indonesia, Colombia e Perù).

Lo studio è stato condotto dal dr. Mohammed Ali (World Health Organization, Geneva) e dal prof. Saverio Bellizzi (United Nations University Institute for Water, Environment and Health, Ontario, Canada) in collaborazione con il prof. Luca Cegolon, docente di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Trieste.

La minore mortalità perinatale risulta associata alla residenza in aree urbane, ad un livello di istruzione materna più elevato, al maggiore livello socio-economico delle famiglie e a un migliore welfare nel Paese. Un'età materna pari o superiore a 30 anni aumenta invece il rischio. 

Natimortalità e mortalità neonatale precoce rappresentano ancora una sfida sanitaria globale prioritaria, con la stragrande maggioranza dei casi che si verifica in Paesi a basso e medio reddito che si affidano a indagini familiari (Demographic and Health Surveys, DHS) per le rispettive stime, dato che le anagrafi civili risultano spesso incomplete.

Tuttavia, le DHS tendono a sottostimare il problema e a misclassificare i casi di natimortalità e morte neonatale precoce, il che ne limita l'utilità ai fini della pianificazione di interventi materno-infantili.

“Sebbene la maggior parte dei Paesi abbia registrato una riduzione della mortalità perinatale, i progressi rimangono disomogenei e persistono significative disparità socioeconomiche. Rafforzare i servizi di salute materna e neonatale e potenziare i sistemi di raccolta dati in Paesi a medio e basso reddito rimane fondamentale per accelerare i progressi verso l’obiettivo sostenibile (SDG) di riduzione della mortalità perinatale” - affermano il prof. Cegolon e il dr. Bellizzi.

Lo studio appena pubblicato su PLOS Medicine ha indagato 93 DHS condotte tra il 1990 e il 2023 in 17 Paesi a basso e medio reddito, per un totale di 1.019.253 gravidanze dichiarate da 733.181 donne diverse. Sono state incluse gravidanze con una durata di almeno 7 mesi per conformarsi alla definizione standard di natimortalità. I ​​rischi specifici per età di natimortalità e morte neonatale precoce sono stati stimati utilizzando metodi basati sulle tavole di mortalità e un modello Gompertz-Makeham modificato, in grado di correggere comuni problemi di qualità dei dati delle DHS, tra cui la sottostima, la mis-classificazione tra natimortalità e decessi nei giorni 0-1 dalla nascita e l'accumulo di dati sull'età al decesso (“heaping”), ovvero la tendenza a riportare sistematicamente l'età della morte neonatale a 7 giorni a scapito dei giorni adiacenti. 

Abstract
I dati serviranno a una migliore pianificazione delle azioni di sostegno alla maternità
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Federico D’Atri si distingue nella Challenge del Center for Open Science

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Può l’intelligenza artificiale aiutarci a capire quanto sia solido un risultato scientifico? È la domanda al centro della Predicting Replicability Challenge, competizione internazionale promossa dal Center for Open Science, nella quale Federico D’Atri, dottorando dell’Università di Trieste, ha ottenuto il terzo posto, accompagnato da un premio di 3.375 dollari.

La competizione del COS ha messo alla prova sistemi automatici in grado di stimare la probabilità che un risultato scientifico venga confermato quando uno studio viene ripetuto in modo indipendente. In altre parole, gli algoritmi devono “prevedere” se, ripetendo lo studio con nuovi dati e nuovi campioni, si possano ottenere risultati analoghi. La replicabilità rappresenta infatti un elemento importante per valutare l’affidabilità di un lavoro scientifico, perché contribuisce a capire quanto un risultato sia solido e possa essere confermato anche utilizzando nuovi dati.

Per formulare le sue previsioni, D’Atri ha sviluppato un sistema basato principalmente su un Large Language Model (LLM) adattato e addestrato appositamente per questo compito. Il modello ha analizzato il testo completo degli articoli scientifici, utilizzandone le informazioni per stimare la probabilità che i risultati potessero essere confermati da una replica indipendente.

In una delle soluzioni presentate, le valutazioni dell’LLM sono state inoltre combinate con quelle di un modello di machine learning più tradizionale, che utilizzava anche dati strutturati dello studio come il numero di partecipanti, la significatività statistica dei risultati, la dimensione dell’effetto, l’anno di pubblicazione e la disciplina di provenienza.

Nell’ultimo round della competizione i partecipanti hanno lavorato su studi provenienti dal Replicability Project: Health Behavior, dedicato ai comportamenti legati alla salute. Per ciascun risultato dovevano stimare la probabilità che venisse confermato da una replica indipendente, prima di conoscerne l’esito effettivo.

«Questo tema – spiega D’Atri – ma nasce da un interesse che coltivo da tempo per la replicabilità e l’affidabilità delle scoperte scientifiche, soprattutto nell’ambito della psicologia e delle scienze sociali. Il lavoro mi ha permesso di esplorare in che modo gli strumenti di intelligenza artificiale possano essere applicati all’analisi della letteratura scientifica».

Replicare direttamente uno studio può richiedere molto tempo e risorse. È proprio qui che sistemi di questo tipo potrebbero trovare in futuro una delle loro applicazioni più interessanti. Una previsione automatica non può sostituire una vera replica, ma può fornire una prima indicazione utile, ottenibile in tempi più brevi e a costi inferiori, aiutando a individuare gli studi sui quali può essere più utile concentrare nuove verifiche.

«Il risultato ottenuto dal dottorando Federico D’Atri dimostra ancora una volta la centralità della curiosità nella formazione dottorale», sottolinea il prof. Francesco Longo, delegato UniTS ai dottorati di ricerca. «Una curiosità che si applica anche a temi trasversali o non strettamente legati al proprio progetto di ricerca, come in questo caso, ma che si dimostra fondamentale nella costruzione del proprio profilo di ricercatore».

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Il dottorando UniTS terzo classificato: il suo sistema analizza articoli scientifici per stimare la probabilità che i risultati vengano confermati da nuovi studi
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Cancro: il numero di copie mutate di un gene aiuta a prevedere sia la prognosi, sia la probabilità che si diffondano metastasi

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Capire se in un tumore un gene è mutato può non essere sufficiente. In molti casi, infatti, conta anche sapere quante copie di tale gene mutato sono presenti nelle cellule tumorali e quanto questa alterazione incida sul comportamento della malattia.

È questo il punto di partenza dello studio coordinato da Giulio Caravagna, docente di Informatica dell’Università di Trieste e responsabile del Cancer Data Science Laboratory, pubblicato su Nature Genetics. Nel corso dello studio i ricercatori hanno proposto un nuovo modo di leggere il DNA tumorale, più vicino alla complessità reale del cancro, in cui le mutazioni non vengono considerate soltanto in quanto presenti o assenti, ma anche in relazione all’assetto genomico complessivo del tumore.

Nelle cellule tumorali le mutazioni somatiche, ovvero quelle che compaiono nel corso della vita in cellule diverse da quelle germinali, possono combinarsi con alterazioni del numero di copie del DNA. Anche per questo alcune regioni del genoma possono essere amplificate e altre perse. Dall’insieme di mutazioni, amplificazioni e perdite di regioni del genoma nasce il concetto di “dosaggio mutazionale di un gene” (in inglese gene mutant dosage). Il fine è dunque stimare quante copie mutate di un gene siano effettivamente presenti in un tumore e di valutare se questa informazione abbia un peso sulla prognosi e sulla diffusione di metastasi.

Per affrontare il problema, il gruppo di ricerca ha sviluppato INCOMMON – INference of COpy number and Mutation Multiplicity in ONcology –, un metodo computazionale “open source” che consente di stimare il numero di copie mutate di un gene e la molteplicità delle mutazioni a partire dai pannelli di sequenziamento mirato comunemente utilizzati nella pratica clinica oncologica.

Uno degli aspetti più rilevanti è proprio la possibilità di ricavare nuove informazioni da dati già prodotti nei percorsi diagnostici. INCOMMON utilizza modelli avanzati di inferenza statistica e machine learning per interpretare i risultati dei test molecolari clinici alla luce di grandi collezioni di tumori sequenziati a livello di genoma intero.

“INCOMMON – spiega Giulio Caravagna – rappresenta un nuovo approccio per ottenere analisi a risoluzione superiore rispetto allo standard, anche senza modificare la tipologia di dato generato. Questa nuova opportunità svela alcune peculiarità dei processi oncogenici che possono rivelarsi interessanti dal punto di vista prognostico e predittivo”.

Nello studio, sostenuto anche da Fondazione AIRC, i ricercatori hanno analizzato oltre 60.000 campioni clinici di pazienti, relativi a 39 diversi tipi di tumore e più di 500.000 mutazioni. Stratificando oltre 20.000 pazienti in base al dosaggio mutazionale di diversi oncogeni e geni oncosoppressori, i ricercatori hanno individuato 46 biomarcatori specifici per tumore e associati alla sopravvivenza complessiva.

Il dato più significativo è che 13 di questi biomarcatori, distribuiti in 12 tipi di tumore, non sarebbero stati rilevati con i modelli tradizionali basati sulla sola distinzione tra gene mutato e gene non mutato. Il dosaggio mutazionale permette quindi di far emergere segnali prognostici che una lettura più semplice del DNA tumorale può non intercettare.

I risultati ottenuti offrono inoltre nuove indicazioni sul comportamento metastatico dei tumori. I ricercatori hanno in particolare identificato 26 biomarcatori associati in maniera ricorrente alla diffusione metastatica in 10 tipi di cancro e 20 biomarcatori la cui presenza permette di predire la tendenza del tumore a diffondersi verso specifici organi in cinque tipi di tumore.

“I dati raccolti in questo studio – afferma Nicola Calonaci, postdoc sostenuto da AIRC all’Università di Trieste e primo autore dell’articolo – mostrano come informazioni genomiche già presenti nelle analisi molecolari regolarmente svolte in clinica possano essere reinterpretate con molta maggiore precisione grazie a sistemi avanzati di inferenza statistica e di ‘machine learning’”. 

“Un aspetto particolarmente interessante è che il dosaggio mutazionale sembra catturare proprietà biologiche dei tumori che non emergono quando le mutazioni vengono considerate solo come presenti o assenti” - aggiunge Eriseld Krasniqi, medico oncologo presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, dottorando UniTS e anch’esso primo autore dell’articolo.  “Questo è particolarmente rilevante nello studio delle metastasi, in cui è storicamente molto difficile identificare caratteristiche genomiche che distinguano i tumori primari da quelli metastatici”.   

“La ricerca rappresenta un bell’esempio di come la collaborazione tra centri clinici di alta specializzazione e gruppi di ricerca computazionale possa tradursi in conoscenza utile per il paziente oncologico – sostiene Giovanni Blandino, Direttore Scientifico dell’IRRCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) di Roma –. La partecipazione dell’IRE a un lavoro di questa portata testimonia la nostra vocazione a presidiare la frontiera della ricerca traslazionale, dove le competenze cliniche incontrano le tecnologie più avanzate di analisi dei dati genomici. Estrarre nuova informazione da test molecolari già disponibili nella pratica clinica è una delle direzioni più promettenti per la medicina oncologica di precisione, e un terreno su cui intendiamo continuare a investire”.

Il lavoro apre inoltre la strada a studi futuri in cui integrare le informazioni sui trattamenti ricevuti dai pazienti, per capire se il dosaggio mutazionale possa avere non solo valore prognostico, ma anche valore predittivo della risposta alle terapie specifiche.

Prima di una possibile applicazione clinica saranno necessari ulteriori passaggi di validazione. La prospettiva indicata dalla ricerca è però chiara: usare meglio le informazioni già disponibili nei dati molecolari per comprendere l’evoluzione della malattia e contribuire allo sviluppo di nuovi biomarcatori per la medicina oncologica di precisione.

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STUDIO PUBBLICATO SU NATURE GENETICS, 31 LUGLIO 2026

Gene mutant dosage is associated with prognosis and metastatic tropism in 60,000 clinical cancer samples      

Nicola Calonaci1,†, Eriseld Krasniqi2,†, Daniel Colic3, Stefano Scalera4, Giorgia Gandolfi1, Salvatore Milite5, Konstantin Bräutigam6,7, Andrea Sottoriva5, Trevor A. Graham6, Leonardo Egidi8, Biagio Ricciuti9, Marcello Maugeri-Saccà10 and Giulio Caravagna1,11

1 Department of Mathematics, Informatics and Geosciences, University of Trieste, Italy
2 Phase IV Clinical Studies Unit, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, 00144 Rome, Italy
3 Institute for Research in Biomedicine, Barcelona, Spain
4 Clinical Trial Center, Biostatistics and Bioinformatics Division, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, Rome, Italy
5 Computational Biology Research Centre, Human Technopole, Milan, Italy
6 Centre for Evolution and Cancer, Institute of Cancer Research, London, United Kingdom
7 Institute of Medical Genetics and Pathology, University Hospital Basel, Basel, Switzerland
8 Department of Economics, Business, Mathematics and Statistics “Bruno de Finetti”, University of Trieste, Italy
9 Lowe Center for Thoracic Oncology, Dana-Farber Cancer Institute, Harvard Medical School, Boston, MA, USA
10 Division of Medical Oncology 2, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, Rome, Italy
11 Area Science Park, Trieste, Italy
These authors contributed equally.

DOI: 10.1038/s41588-026-02666-z

Abstract
Lo studio coordinato da UniTS ha sviluppato INCOMMON, uno strumento di analisi computazionale per estrarre più informazioni dai test molecolari già utilizzati in oncologia. Analizzati oltre 60mila campioni e più di 500mila mutazioni in 39 tipi di tumore
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XIV Summer School Ciamician: giovani ricercatori a confronto sulla transizione energetica

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Si è conclusa la XIV edizione della Summer School Ciamician, promossa dal Dipartimento di Ingegneria e Architettura di UniTS. Diciannove studenti e dottorandi da sette Paesi si sono ritrovati al Passo Monte Croce Comelico, nel cuore delle Dolomiti, per approfondire i temi della transizione energetica insieme ad alcuni tra i maggiori esperti del settore.

I partecipanti, selezionati tra circa quaranta candidature provenienti da università italiane ed europee, hanno seguito un percorso interdisciplinare dedicato alle principali sfide della decarbonizzazione: materiali sostenibili per l'edilizia, fonti rinnovabili, evoluzione del sistema elettrico, mobilità sostenibile, materie prime critiche e implicazioni economiche, sociali, geopolitiche e normative della transizione energetica.

La scuola ha riunito 22 docenti provenienti da università, enti di ricerca e aziende italiane ed europee, tra cui University College London, Technische Universität München, Hasselt University, Politecnico di Milano, Università di Padova, Università di Salerno, Area Science Park e CNR-INM. Ad aprire i lavori il climatologo Filippo Giorgi, tra gli autori premiati con il Nobel per la Pace 2007 assegnato all'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Tra i relatori anche Paul Ekins (UCL) e Carlo Bottasso (TUM), figure di riferimento a livello internazionale.

Sei partecipanti hanno potuto beneficiare di una borsa a copertura della quota di iscrizione grazie al sostegno di Edilgroup, holding impegnata nello sviluppo di soluzioni sostenibili per il settore delle costruzioni, comparto strategico per la riduzione delle emissioni di CO₂ e il raggiungimento degli obiettivi della transizione energetica.

Intitolata al chimico triestino Giacomo Ciamician, tra i primi studiosi a intuire il potenziale dell'energia solare, la Summer School è nata nel 2010 ed è stata co-fondata dal Rettore emerito dell'Università di Trieste Maurizio Fermeglia, recentemente scomparso, al quale questa edizione è stata dedicata.

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Nel cuore delle Dolomiti, studenti ed esperti internazionali hanno analizzato le sfide del settore
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Fabrizio Sors eletto nel consiglio direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport

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Fabrizio Sors, ricercatore in tenure track di Psicologia generale presso il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, è stato eletto nel Consiglio Direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport (European Federation of Sport Psychology – FEPSAC).

Fondata nel 1969, la FEPSAC riunisce studiosi, professionisti e istituzioni attivi nella ricerca, nella formazione e nelle applicazioni della psicologia dello sport, dell’attività fisica e della prestazione umana. Attraverso congressi, gruppi di lavoro, pubblicazioni e iniziative formative favorisce il confronto scientifico e la collaborazione tra i diversi ambiti del settore.

Nel corso del mandato Sors parteciperà alle attività del Consiglio Direttivo e alle iniziative della Federazione, contribuendo in particolare alla collaborazione tra ricercatori e professionisti, al confronto interdisciplinare e alla diffusione delle conoscenze scientifiche.

L’incarico si collega all’attività già svolta da Sors nella comunità scientifica europea. Al momento dell’elezione ricopriva per il secondo mandato il ruolo di coordinatore del Dipartimento di ricerca dello European Network of Young Specialists in Sport Psychology (ENYSSP), rete europea di giovani ricercatori e professionisti che collabora con la FEPSAC sui temi della ricerca e della formazione. Il nuovo incarico potrà inoltre favorire il raccordo tra le attività della Federazione e le linee di ricerca sviluppate a Trieste nell’ambito della psicologia dello sport.

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Il ricercatore del Dipartimento di Scienze della Vita entrerà nell’organo di governo della FEPSAC
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iNEST, si conclude con successo uno dei principali Ecosistemi dell'Innovazione finanziati dal PNRR

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L'Università di Trieste è tra i protagonisti del successo di iNEST – Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem, uno dei principali Ecosistemi dell'Innovazione finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che si conclude con il pieno raggiungimento degli obiettivi progettuali. Il rapporto finale dei revisori scientifici indipendenti certifica infatti il completamento di tutte le attività previste, riconoscendo all'iniziativa un impatto significativo sul piano scientifico, economico e sociale.

UniTS ha svolto un ruolo di primo piano nello Spoke 8, dedicato alle tecnologie marittime, marine e delle acque interne, sviluppato in collaborazione con il Polo Tecnologico Alto Adriatico, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, OGS - Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e le Università di Padova, Trento, Ca’ Foscari Venezia e Iuav.

Il progetto ha affrontato alcune delle principali sfide legate alla sostenibilità ambientale e alla resilienza climatica dell'Alto Adriatico, valorizzando il patrimonio di competenze scientifiche presente sul territorio e promuovendo il trasferimento delle conoscenze verso il sistema produttivo.

Le attività dello Spoke 8 si sono concentrate su cinque linee di ricerca strategiche: la biologia degli ecosistemi marini, la gestione dei rischi fisici e chimici e del loro impatto sull'idrosfera, il trasporto costiero sostenibile, la pianificazione integrata terra-mare e lo sviluppo del Digital Twin dell'Alto Adriatico. Attraverso l'integrazione di dati ambientali, modelli previsionali, algoritmi di intelligenza artificiale e sistemi avanzati di visualizzazione sono stati sviluppati strumenti innovativi a supporto dei processi decisionali, con importanti ricadute per la gestione sostenibile delle aree costiere.

Accanto alle attività di ricerca, particolare attenzione è stata dedicata al trasferimento tecnologico. In questo ambito sono stati realizzati una piattaforma digitale per favorire l'incontro tra ricerca, imprese e investitori e un servizio di informazione scientifica e tecnologica dedicato alla diffusione di opportunità, risultati della ricerca e buone pratiche dell'ecosistema.

Punto di riferimento è stato il Lab Village ospitato all'Urban Center di Trieste, luogo di incontro tra ricercatori, imprese, startup e istituzioni, nato per accelerare i processi di innovazione e favorire la nascita di nuove collaborazioni.

In generale, i risultati conseguiti da iNEST testimoniano la dimensione e l'efficacia dell'iniziativa. Nei quasi quattro anni di attività l'ecosistema ha prodotto 977 pubblicazioni scientifiche, coinvolto 517 ricercatrici e ricercatori, sostenuto 99 progetti dedicati ai giovani ricercatori e finanziato, attraverso 35 bandi a cascata, oltre 200 progetti realizzati da imprese, PMI, enti pubblici e amministrazioni regionali. 

 

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UniTS protagonista per le tecnologie marittime con lo Spoke 8
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Leggere i cambiamenti climatici e lo stato della biodiversità attraverso i licheni: UniTS ospita i principali studiosi mondiali

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Ha preso il via oggi, lunedì 27 luglio, all’Università di Trieste il 10th Symposium of the International Association for Lichenology – IAL10, il maggiore appuntamento scientifico internazionale dedicato alla lichenologia. Il congresso, organizzato ogni quattro anni dall’International Association for Lichenology, si svolge per la prima volta in Italia e riunisce nel campus di Piazzale Europa studiose e studiosi provenienti da tutto il mondo.

La lichenologia studia i licheni, organismi complessi che si sviluppano attraverso l’associazione stabile tra un fungo e uno o più partner capaci di svolgere la fotosintesi. Presenti negli ambienti più diversi, comprese alcune delle regioni più estreme del pianeta, i licheni rappresentano un importante modello per comprendere i meccanismi della simbiosi, dell’adattamento e dell’evoluzione. La loro sensibilità alle condizioni ambientali ne consente inoltre l’impiego nel monitoraggio della qualità dell’aria e degli ecosistemi, mentre la loro interazione con rocce, edifici e monumenti è oggetto di studio nell’ambito della conservazione del patrimonio culturale.

I lavori scientifici, inaugurati oggi nell’edificio H3, proseguiranno fino a venerdì 31 luglio. Il programma comprende cinque conferenze plenarie, oltre venti sessioni tematiche, quattro workshop, comunicazioni scientifiche e sessioni poster. Gli interventi affrontano le più recenti acquisizioni nel campo della genomica e delle scienze “omiche”, della tassonomia e della sistematica, della biologia delle simbiosi, dell’ecofisiologia e della biodiversità. Ampio spazio è riservato anche alle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla conservazione degli ecosistemi, al monitoraggio delle città e degli ambienti naturali e al rapporto tra licheni e beni storico-monumentali.

Le conferenze plenarie sono affidate a Nina Gunde-Cimerman dell’Università di Lubiana, Pavel Škaloud della Charles University di Praga, Theo Llewellyn dell’Imperial College London, Daniel Stanton dell’Università del Minnesota e Gulnara Tagirdzhanova dell’Università di Stoccolma. Tra i temi affrontati figurano le simbiosi capaci di svilupparsi negli ambienti estremi, le analogie ecologiche ed evolutive tra licheni e coralli, i meccanismi genetici alla base della produzione di sostanze protettive, le risposte dei licheni al cambiamento climatico e le interazioni molecolari tra i diversi organismi che compongono la simbiosi.

L’organizzazione locale è coordinata da docenti del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste. La presidente del congresso è Lucia Muggia, docente di Botanica sistematica; il vicepresidente è Mauro Tretiach, docente di Botanica generale. Fanno parte della segreteria scientifica e organizzativa Stefano Martellos, docente di Botanica sistematica, e Fabio Candotto Carniel, docente di Botanica generale. Al gruppo triestino si affiancano un comitato organizzatore nazionale e un comitato scientifico composto da esperte ed esperti provenienti da Europa, Asia, Australia e Stati Uniti.

La candidatura di Trieste era stata scelta nel 2021, durante la precedente edizione del congresso, organizzata online. La designazione ha riconosciuto il ruolo svolto nel tempo dal gruppo di ricerca dell’Ateneo nell’ambito della lichenologia italiana e internazionale, insieme alla posizione geografica della città, alla sua dimensione multiculturale e alla presenza di una rete particolarmente articolata di istituzioni scientifiche.

Il programma è completato da escursioni scientifiche dedicate all’osservazione dei licheni nei loro ambienti naturali. Due itinerari hanno preceduto il congresso, attraversando le Alpi sud-orientali e l’Italia centrale, mentre dal 1° al 3 agosto è prevista un’escursione nel Carso classico italiano e sloveno, con tappe nella Riserva naturale della Val Rosandra, nell’area delle Grotte di San Canziano, sull’altopiano di Trnovo e nel territorio di Duino.

Il programma completo e tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale di IAL10.

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Al via IAL10, il più importante appuntamento scientifico internazionale dedicato allo studio dei licheni. Al centro del programma biodiversità, genomica, cambiamenti climatici, biomonitoraggio e conservazione del patrimonio culturale
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Alla ricerca di acqua dolce in fondo al mare: missione RESCUE in Adriatico

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Mappare gli acquiferi a oltre 400 metri sotto il fondale marino nell’area costiera tra Jesolo e Lignano. È quanto realizzato nella missione appena conclusa grazie al progetto RESCUE e svoltasi a bordo della nave da ricerca Laura Bassi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS.

RESCUE, progetto coordinato dall’Università degli Studi di Trieste e di cui l’OGS è partner, mira infatti a rafforzare la sicurezza idrica attraverso la ricerca e l'innovazione per localizzare l'acqua dolce in acquiferi costieri e offshore inesplorati. Sulla base di recenti scoperte scientifiche, il progetto sta mappando acquiferi profondi (oltre 400 metri) a bassa salinità, sia a terra che in mare, che in un contesto come quello attuale in cui le risorse idriche dolci nelle regioni costiere sono sottoposte a una crescente pressione dovuta alla crescita demografica, all'inquinamento e al cambiamento climatico, potrebbero integrare le forniture di acqua potabile, per l'agricoltura e per l'industria, contribuendo al contempo a ridurre i costi della desalinizzazione.

A bordo della Laura Bassi erano presenti ricercatori e studenti dell’OGS, dell’Università di Trieste, dell’Università di Pisa, del CNR-ISMAR di Bologna, dell’Università di Malta e del Monterey Bay Aquarium Research Institute (MBARI), in California. 

Durante la campagna sono state condotte indagini geofisiche di sismica a riflessione per ottenere immagini ecografiche del sottosuolo marino e di mappatura del fondale. Inoltre, per la prima volta sono state eseguite indagini di tipo elettromagnetico con lo scopo di identificare la presenza di acquiferi di acqua dolce nel sottosuolo marino. Le indagini, che non hanno coinvolto attività di campionamento del fondale, hanno interessato un’area a circa 10 km dalla costa dalla città di Jesolo in provincia di Venezia, fino al delta del Tagliamento, al largo di Lignano.

Le indagini sono state eseguite in ottime condizioni ambientali e tutto si è svolto secondo i piani. I dati sono di ottima qualità ma richiederanno molti mesi di elaborazione in laboratorio a terra prima di poter confermare la presenza degli acquiferi nel sottosuolo marino dell’Alto Adriatico” ha detto Cristina Corradin, ricercatrice dell’OGS e coordinatrice scientifica della spedizione.

“Le operazioni hanno richiesto l’integrazione di diverse strumentazioni geofisiche e una stretta collaborazione tra i diversi gruppi di ricerca, personale tecnico-scientifico ed equipaggio della nave”, ha spiegato Daniela Accettella dell’OGS e capomissione a bordo della Laura Bassi.

“Dopo due anni di attività scientifica, il team RESCUE ha applicato i metodi geofisici integrati innovativi per lo studio delle falde acquifere profonde offshore ad una delle aree di studio più promettenti: i fondali dell’Alto Adriatico e del Friuli-Venezia Giulia in particolare. La raccolta di nuovi dati migliorerà la comprensione delle risorse idriche nella regione e contribuirà ad affrontare le carenze d'acqua associate al cambiamento climatico e agli eventi estremi, come l'ondata di caldo e la siccità che attualmente colpiscono l'Europa" ha detto il Prof. Michele Pipan dell’Università di Trieste, Coordinatore del progetto RESCUE.

Questa spedizione oceanografica ha posto le basi per un secondo progetto finanziato dall’associazione intergovernativa europea JPI Oceans che su iniziativa di Malta e Italia ha finanziato un progetto di ricerca che porterà alla conferma della presenza di acqua dolce nel sottosuolo dell’Alto Adriatico tramite un sondaggio del sottosuolo in mare, il primo in Europa. Il progetto, coordinato dall’Università di Malta, con la partecipazione di OGS, Università di Trieste, Polo Tecnologico dell’Alto Adriatico e di altri istituti tedeschi e greci, beneficia di un finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

Il progetto RESCUE

RESCUE - Resources in Coastal Groundwater Under Hydroclimatic Extremes è un progetto cofinanziato dalla Partnership Water4All e dall’Unione Europea. Affronta il tema della scarsità d’acqua nelle regioni costiere attraverso lo studio delle falde acquifere presenti a grande profondità e sotto i fondali marini. L’iniziativa prevede la mappatura di queste risorse, la valutazione della loro sostenibilità e la definizione di politiche mirate al loro utilizzo.  L’Università degli Studi di Trieste coordina il progetto mentre l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS è partner. Gli altri partner sono: University of Derby (Regno Unito), Ruden AS (Norvegia) e l’Università di Malta. 

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A bordo della nave da ricerca Laura Bassi, in collaborazione con OGS
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WASTEREDUCE, da UniTS nuovi strumenti per prevenire e monitorare l’abbandono dei rifiuti nelle aree protette

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Comprendere dove si accumulano i rifiuti, individuare le aree maggiormente esposte all’abbandono e intervenire sui comportamenti che alimentano il fenomeno. È il contributo scientifico portato dall’Università di Trieste a WASTEREDUCE – Integrated waste reduction strategies and solutions in protected and Natura 2000 areas, progetto europeo giunto alla conclusione dopo due anni e mezzo di attività transfrontaliere.

Avviato nel febbraio 2024 e finanziato dal Programma Interreg Italia–Croazia 2021–2027, WASTEREDUCE ha avuto un valore complessivo di circa 1,66 milioni di euro, coperto per l’80% dal Fondo europeo di sviluppo regionale. Il progetto ha coinvolto otto partner italiani e croati e ha sperimentato soluzioni in tre aree pilota: il Medio Brenta, la costa occidentale dell’Istria e la baia di Sakarun, sull’isola croata di Dugi Otok.

L’obiettivo era sviluppare un approccio integrato per prevenire l’abbandono dei rifiuti, individuarne le zone di accumulo, migliorare la raccolta e ridurne gli effetti sugli ecosistemi terrestri, fluviali e marini.

Il contributo dell’Università di Trieste

Il Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS ha sviluppato due linee di ricerca complementari: l’analisi dei comportamenti umani e il monitoraggio ambientale mediante tecniche di osservazione da remoto.

La componente relativa alle scienze comportamentali, coordinata dal professor Fabio Del Missier, ha approfondito i fattori cognitivi, motivazionali e contestuali che favoriscono oppure ostacolano il corretto conferimento dei rifiuti. Il gruppo UniTS ha anche predisposto due indagini rivolte ai visitatori delle aree protette e agli stakeholder territoriali, per analizzare abitudini, percezione del problema e possibili soluzioni.

I risultati mostrano come la sola informazione non sia sufficiente a modificare i comportamenti. È necessario intervenire anche sull’organizzazione concreta degli spazi: posizione e riconoscibilità dei punti di raccolta, chiarezza delle indicazioni, accessibilità dei servizi e gestione delle aree ricreative.

«Per contrastare efficacemente l’abbandono dei rifiuti è necessario operare sulla consapevolezza, sulla motivazione e sulla facilitazione dei comportamenti corretti», sottolinea Del Missier. «Le infrastrutture ambientali devono quindi essere progettate tenendo conto non soltanto delle esigenze tecniche della raccolta, ma anche del modo in cui le persone percepiscono gli spazi e prendono le proprie decisioni».

Il professor Giovanni Bacaro ha coordinato le attività di analisi spaziale e monitoraggio degli accumuli negli ambienti terrestri e marini. Immagini satellitari, rilievi con droni, informazioni territoriali e verifiche sul campo sono stati integrati per individuare le aree più vulnerabili e indirizzare in maniera più efficace sopralluoghi e interventi. I rilievi con droni nel Medio Brenta sono stati condotti in collaborazione con ARPAV.

L’approccio consente di passare da interventi prevalentemente reattivi, avviati dopo una segnalazione, a una sorveglianza più sistematica del territorio. In ambiente marino sono state inoltre sperimentate procedure per riconoscere nelle immagini satellitari anomalie potenzialmente associate alla presenza di rifiuti, eutrofizzazione o contaminazioni superficiali, da verificare successivamente attraverso osservazioni dirette.

«La presenza dei rifiuti non è distribuita casualmente nello spazio», evidenzia Bacaro. «Gli accumuli riflettono le caratteristiche del paesaggio, l’accessibilità e la frequentazione delle aree, le attività ricreative e le dinamiche di trasporto terrestre e marino. Integrare telerilevamento, analisi spaziale e monitoraggio sul campo permette di indirizzare meglio le misure di prevenzione e gestione».

Dalla ricerca agli interventi sul territorio

WASTEREDUCE ha combinato ricerca scientifica, partecipazione degli enti locali e sperimentazione di soluzioni operative. Sono stati realizzati sopralluoghi, attività di videosorveglianza, raccolta e classificazione dei rifiuti, campagne di sensibilizzazione e incontri con amministrazioni, gestori delle aree protette, associazioni e operatori turistici.

Nel Medio Brenta il monitoraggio ha rilevato sia rifiuti prodotti dalle attività ricreative, come picnic e bivacchi, sia abbandoni di materiali ingombranti o potenzialmente pericolosi. Le operazioni condotte sul territorio hanno consentito di recuperare, in un solo anno, circa 40 tonnellate di rifiuti. Il coinvolgimento dei dieci Comuni dell’area ha inoltre portato alla sottoscrizione del Brenta Mayors’ Agreement, con il quale le amministrazioni hanno formalizzato il proprio impegno nella tutela del sito Natura 2000.

Sul versante croato è stato installato nella baia di Santa Marina, vicino a Parenzo, un sistema mobile per la raccolta dei rifiuti galleggianti. Le analisi condotte dai partner su oltre quaranta uccelli marini rinvenuti morti hanno inoltre rilevato plastica nell’apparato digerente della quasi totalità degli esemplari esaminati.

Tra i risultati finali figurano piani di azione, metodologie di monitoraggio, strumenti educativi e soluzioni pratiche destinate agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione territoriale ed è stato progettato per poter essere adattato ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico.

Un patrimonio di conoscenze per le aree protette

La conclusione di WASTEREDUCE lascia agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali un insieme di metodologie, piani di azione, strumenti educativi e indicazioni operative utilizzabili anche oltre la durata del progetto. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione con i soggetti del territorio, offrendo un approccio adattabile ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico. Un patrimonio di conoscenze che potrà contribuire a rendere più tempestive le attività di monitoraggio e più efficaci gli interventi di prevenzione, raccolta e gestione dei rifiuti.

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Si conclude il progetto Interreg dedicato alla gestione dei rifiuti nelle aree Natura 2000. Il DSV ha integrato scienze comportamentali, telerilevamento e monitoraggio negli ambienti terrestri e marini. Nel Medio Brenta recuperate 40 tonnellate di rifiuti
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Paolo Fornasiero nominato Socio ordinario dell'Accademia Italiana di Ingegneria e Tecnologia (ITATEC)

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Il professor Paolo Fornasiero, Professore Ordinario di Chimica Generale e Inorganica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Trieste e Prorettore alla Ricerca, è stato nominato Socio ordinario dell’Accademia Italiana di Ingegneria e Tecnologia (ITATEC), in riconoscimento del suo contributo scientifico e della sua attività di ricerca nel campo della chimica dei materiali, della catalisi e delle tecnologie per la sostenibilità.

Fondata nel 2022, su iniziativa e con il sostegno dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ITATEC riunisce personalità di eccellenza provenienti dai settori dell’ingegneria, della tecnologia e delle scienze applicate, con l’obiettivo di promuovere la cultura tecnico-scientifica e favorire il dialogo tra ricerca, innovazione e società.

Tra le finalità dell’Accademia figurano il rafforzamento dello scambio di conoscenze tra università, enti di ricerca e industria, l’elaborazione di pareri e raccomandazioni su temi di rilevanza strategica, il supporto ai decisori pubblici e privati attraverso una consulenza tecnico-scientifica indipendente e la valorizzazione dell’eccellenza italiana nei settori dell’ingegneria e della tecnologia.

Sul piano internazionale, ITATEC rappresenta il punto di riferimento italiano nel dialogo con le principali organizzazioni europee del settore e partecipa alle attività dello European Council of Academies of Applied Sciences, Technologies and Engineering (Euro-CASE), la rete che riunisce le accademie nazionali di ingegneria e tecnologia di 23 Paesi europei e che fornisce consulenza scientifica e tecnologica alle istituzioni dell’Unione Europea e ad altri organismi internazionali.

La nomina del professor Fornasiero rappresenta un importante riconoscimento del valore della ricerca sviluppata presso l’Università degli Studi di Trieste e del contributo che l’Ateneo offre allo sviluppo della scienza, dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, a livello nazionale e internazionale.

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Il riconoscimento premia il contributo scientifico del Prorettore alla Ricerca nei campi della chimica dei materiali, della catalisi e delle tecnologie per la sostenibilità
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