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Mortalità infantile in Paesi a basso reddito: studio UniTS su PLOS Medicine

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Pubblicato sulla rivista internazionale PLOS Medicine uno studio che documenta la progressiva riduzione, tra il 1990 e il 2023, della natimortalità e mortalità infantile precoce in 17 paesi a basso-medio reddito (Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Nigeria, Rwanda, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe, Egitto, Giordania, Bangladesh, Indonesia, Colombia e Perù).

Lo studio è stato condotto dal dr. Mohammed Ali (World Health Organization, Geneva) e dal prof. Saverio Bellizzi (United Nations University Institute for Water, Environment and Health, Ontario, Canada) in collaborazione con il prof. Luca Cegolon, docente di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Trieste.

La minore mortalità perinatale risulta associata alla residenza in aree urbane, ad un livello di istruzione materna più elevato, al maggiore livello socio-economico delle famiglie e a un migliore welfare nel Paese. Un'età materna pari o superiore a 30 anni aumenta invece il rischio. 

Natimortalità e mortalità neonatale precoce rappresentano ancora una sfida sanitaria globale prioritaria, con la stragrande maggioranza dei casi che si verifica in Paesi a basso e medio reddito che si affidano a indagini familiari (Demographic and Health Surveys, DHS) per le rispettive stime, dato che le anagrafi civili risultano spesso incomplete.

Tuttavia, le DHS tendono a sottostimare il problema e a misclassificare i casi di natimortalità e morte neonatale precoce, il che ne limita l'utilità ai fini della pianificazione di interventi materno-infantili.

“Sebbene la maggior parte dei Paesi abbia registrato una riduzione della mortalità perinatale, i progressi rimangono disomogenei e persistono significative disparità socioeconomiche. Rafforzare i servizi di salute materna e neonatale e potenziare i sistemi di raccolta dati in Paesi a medio e basso reddito rimane fondamentale per accelerare i progressi verso l’obiettivo sostenibile (SDG) di riduzione della mortalità perinatale” - affermano il prof. Cegolon e il dr. Bellizzi.

Lo studio appena pubblicato su PLOS Medicine ha indagato 93 DHS condotte tra il 1990 e il 2023 in 17 Paesi a basso e medio reddito, per un totale di 1.019.253 gravidanze dichiarate da 733.181 donne diverse. Sono state incluse gravidanze con una durata di almeno 7 mesi per conformarsi alla definizione standard di natimortalità. I ​​rischi specifici per età di natimortalità e morte neonatale precoce sono stati stimati utilizzando metodi basati sulle tavole di mortalità e un modello Gompertz-Makeham modificato, in grado di correggere comuni problemi di qualità dei dati delle DHS, tra cui la sottostima, la mis-classificazione tra natimortalità e decessi nei giorni 0-1 dalla nascita e l'accumulo di dati sull'età al decesso (“heaping”), ovvero la tendenza a riportare sistematicamente l'età della morte neonatale a 7 giorni a scapito dei giorni adiacenti. 

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I dati serviranno a una migliore pianificazione delle azioni di sostegno alla maternità
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UniTS e Università di Rijeka, si rinsalda la collaborazione scientifica e didattica

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Con un incontro ufficiale, UniTS e l’Università di Rijeka (UNIRI) hanno avviato il potenziamento della loro collaborazione: punto di partenza comune un forte orientamento alla ricerca, all’innovazione, al rapporto con il territorio e la posizione strategica nell’area dell’Alto Adriatico.

Tra le prime iniziative individuate per concretizzare l’intesa, l’organizzazione di Joint Research Day Seminars dedicati inizialmente a tre ambiti: Ingegneria navale, Blue Economy e Fisica.

I due atenei esploreranno in futuro possibili collaborazioni in altri campi strategici.

La collaborazione potrà estendersi anche alla componente amministrativa e studentesca, attraverso staff meeting, programmi dedicati alla student entrepreneurship, iniziative per il trasferimento tecnologico e opportunità di Erasmus Traineeship.

L’incontro riprende un rapporto avviato già nel 2001, che ha portato negli anni a quasi un centinaio di pubblicazioni scientifiche congiunte e alla copartecipazione a NAHV - North Adriatic Hydrogen Valley, il grande progetto europeo dedicato allo sviluppo dell’economia dell’idrogeno rinnovabile nell’area dell’Alto Adriatico nato da un’idea UniTS.

Al meeting hanno partecipato per UNIRI il Rettore Goran Hauser, il Prorettore per i Progetti Strategici Goran Vukelić e il Prorettore per la Digitalizzazione e lo Sviluppo Marin Karuza. Per UniTS presenti la Rettrice Donata Vianelli, il Prorettore alla Ricerca Paolo Fornasiero, il Prorettore ai Rapporti con le imprese e il territorio Guido Bortoluzzi e il Delegato al Trasferimento tecnologico e ai Rapporti con gli Enti di Ricerca Erik Vesselli.

Abstract
I due atenei condividono la posizione strategica nell’Alto Adriatico
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Federico D’Atri si distingue nella Challenge del Center for Open Science

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Può l’intelligenza artificiale aiutarci a capire quanto sia solido un risultato scientifico? È la domanda al centro della Predicting Replicability Challenge, competizione internazionale promossa dal Center for Open Science, nella quale Federico D’Atri, dottorando dell’Università di Trieste, ha ottenuto il terzo posto, accompagnato da un premio di 3.375 dollari.

La competizione del COS ha messo alla prova sistemi automatici in grado di stimare la probabilità che un risultato scientifico venga confermato quando uno studio viene ripetuto in modo indipendente. In altre parole, gli algoritmi devono “prevedere” se, ripetendo lo studio con nuovi dati e nuovi campioni, si possano ottenere risultati analoghi. La replicabilità rappresenta infatti un elemento importante per valutare l’affidabilità di un lavoro scientifico, perché contribuisce a capire quanto un risultato sia solido e possa essere confermato anche utilizzando nuovi dati.

Per formulare le sue previsioni, D’Atri ha sviluppato un sistema basato principalmente su un Large Language Model (LLM) adattato e addestrato appositamente per questo compito. Il modello ha analizzato il testo completo degli articoli scientifici, utilizzandone le informazioni per stimare la probabilità che i risultati potessero essere confermati da una replica indipendente.

In una delle soluzioni presentate, le valutazioni dell’LLM sono state inoltre combinate con quelle di un modello di machine learning più tradizionale, che utilizzava anche dati strutturati dello studio come il numero di partecipanti, la significatività statistica dei risultati, la dimensione dell’effetto, l’anno di pubblicazione e la disciplina di provenienza.

Nell’ultimo round della competizione i partecipanti hanno lavorato su studi provenienti dal Replicability Project: Health Behavior, dedicato ai comportamenti legati alla salute. Per ciascun risultato dovevano stimare la probabilità che venisse confermato da una replica indipendente, prima di conoscerne l’esito effettivo.

«Questo tema – spiega D’Atri – ma nasce da un interesse che coltivo da tempo per la replicabilità e l’affidabilità delle scoperte scientifiche, soprattutto nell’ambito della psicologia e delle scienze sociali. Il lavoro mi ha permesso di esplorare in che modo gli strumenti di intelligenza artificiale possano essere applicati all’analisi della letteratura scientifica».

Replicare direttamente uno studio può richiedere molto tempo e risorse. È proprio qui che sistemi di questo tipo potrebbero trovare in futuro una delle loro applicazioni più interessanti. Una previsione automatica non può sostituire una vera replica, ma può fornire una prima indicazione utile, ottenibile in tempi più brevi e a costi inferiori, aiutando a individuare gli studi sui quali può essere più utile concentrare nuove verifiche.

«Il risultato ottenuto dal dottorando Federico D’Atri dimostra ancora una volta la centralità della curiosità nella formazione dottorale», sottolinea il prof. Francesco Longo, delegato UniTS ai dottorati di ricerca. «Una curiosità che si applica anche a temi trasversali o non strettamente legati al proprio progetto di ricerca, come in questo caso, ma che si dimostra fondamentale nella costruzione del proprio profilo di ricercatore».

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Il dottorando UniTS terzo classificato: il suo sistema analizza articoli scientifici per stimare la probabilità che i risultati vengano confermati da nuovi studi
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Report AlmaLaurea 2026: l'occupazione dei dottori di ricerca UniTS sale al 96%

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L'Università di Trieste conferma l'elevata qualità dei propri percorsi di dottorato di ricerca. Il Report AlmaLaurea 2026, che analizza gli esiti occupazionali a un anno dal conseguimento del titolo, evidenzia risultati particolarmente positivi per i dottori di ricerca dell'Ateneo, con tutti i principali indicatori superiori alla media nazionale.

Il dato più significativo riguarda il tasso di occupazione, che raggiunge il 96%, confermando l'elevata capacità dei percorsi di dottorato UniTS di favorire un rapido e qualificato inserimento nel mondo del lavoro.

Anche la coerenza tra formazione e attività professionale risulta elevata: il 77,5% degli intervistati dichiara infatti di svolgere consistente attività di ricerca nel proprio lavoro, segno della piena valorizzazione delle competenze acquisite durante il percorso dottorale.

Particolarmente significativo è anche il dato relativo all'efficacia del titolo: per l'80,7% dei dottori di ricerca il dottorato si rivela molto efficace nello svolgimento dell'attività lavorativa, a conferma del valore della formazione avanzata offerta dall'Ateneo.

La retribuzione mensile netta media si attesta infine a 1.963 euro.

I risultati del Report AlmaLaurea 2026 confermano la capacità dell'Università di Trieste di formare ricercatrici e ricercatori altamente qualificati, in grado di inserirsi rapidamente nel mercato del lavoro e di mettere a frutto le competenze sviluppate durante il percorso di dottorato. Il posizionamento dell'Ateneo al di sopra della media nazionale in tutti gli indicatori analizzati testimonia l'efficacia della formazione dottorale e la crescente riconoscibilità del titolo nei contesti della ricerca, dell'innovazione e delle professioni ad alta qualificazione.

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A un anno dal titolo, i principali indicatori si attestano al di sopra della media nazionale
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Multilinguismo e intelligenza artificiale: conclusa la 32ª Summer School di Bovec

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Si è conclusa il 25 luglio la 32ª edizione della Summer School internazionale di Bovec, che ha riunito per due settimane 32 studentesse e studenti provenienti da Austria, Italia, Slovenia e Croazia, cinque dei quali dell’Università di Trieste. Al centro dell’edizione 2026 il rapporto tra intelligenza artificiale, comunicazione multilingue e trasformazioni culturali e digitali. La scuola si è svolta dal 12 al 25 luglio nella località slovena, nel cuore dell’area Alpe-Adria. 

Il programma ha combinato corsi intensivi di italiano, sloveno, croato, tedesco e friulano con conferenze e workshop dedicati alle opportunità e alle criticità dell’intelligenza artificiale applicata alle lingue. Le attività hanno approfondito, in particolare, il contributo delle nuove tecnologie alla traduzione e all’apprendimento linguistico, alla tutela delle lingue meno diffuse e all’inclusione digitale, senza trascurare i rischi legati ai pregiudizi degli algoritmi e alla scarsa rappresentazione delle comunità linguistiche minoritarie. 

Organizzata dall’Università di Klagenfurt, la Summer School è realizzata insieme alle Università di Trieste, Udine, Lubiana, Primorska-Capodistria, Fiume e Osijek. L’iniziativa costituisce uno degli esempi più consolidati di cooperazione universitaria nell’area Alpe-Adria, mettendo in relazione formazione linguistica, approfondimento scientifico e dialogo tra giovani provenienti da contesti culturali differenti. 

Accanto alle lezioni, il programma ha previsto momenti di incontro con il territorio, attività culturali e un’escursione di una giornata a Lubiana, durante la quale i partecipanti hanno visitato l’Istituto Jožef Stefan e il suo reattore nucleare di ricerca. L’esperienza ha permesso alle studentesse e agli studenti di sviluppare competenze linguistiche, digitali e interculturali e di costruire relazioni capaci di superare i confini nazionali.

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32 partecipanti da quattro Paesi, tra cui cinque studenti UniTS, per due settimane di formazione linguistica, workshop e confronto interculturale
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International business, al via l’evento mondiale di X-Culture

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È iniziata a Trieste la X-Culture Global Business Week, la settimana internazionale che fino all’8 agosto trasforma la città in un laboratorio globale di international business. L’Università di Trieste ospita e organizza per la prima volta l’evento conclusivo del programma che mette in relazione università, studenti e imprese attraverso un’esperienza diretta di sviluppo di progetti aziendali e collaborazione multiculturale.

L’edizione triestina, organizzata dal Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti” – DEAMS insieme al comitato internazionale di X-Culture, riunisce quasi 150 studenti selezionati provenienti da 36 Paesi, insieme a docenti, ricercatori, manager e professionisti di diversi continenti.

Le sessioni plenarie si svolgono nella sede di MIB Trieste School of Management, partner dell’evento, mentre le premiazioni avranno luogo venerdì 7 agosto, durante la serata conclusiva, che comprenderà anche la cena di gala in piazzale Europa.

L’evento rappresenta il momento culminante di un percorso formativo internazionale unico per dimensioni e struttura. Nato nel 2010, X-Culture ha coinvolto complessivamente oltre 130.000 studenti di 701 università e 115 Paesi, riuniti in più di 16.000 team internazionali. I partecipanti lavorano a distanza, comunicando in inglese attraverso fusi orari, culture e percorsi accademici differenti, per elaborare soluzioni a problemi reali presentati da aziende di tutto il mondo.

A Trieste sono arrivati alcuni dei migliori studenti dell’edizione 2026, selezionati sulla base dei risultati ottenuti durante la fase internazionale online. Tra loro ci sono anche sette studentesse e studenti dell’Università di Trieste, la cui partecipazione è sostenuta dal DEAMS e dalla Fondazione Pietro Pittini, da tempo impegnata nel promuovere opportunità di formazione e internazionalizzazione rivolte ai giovani.

Lead Host dell’iniziativa è la rettrice Donata Vianelli, docente di Marketing internazionale e Cross Cultural, che negli ultimi quindici anni ha coinvolto nel progetto più di 700 studentesse e studenti dell’Università di Trieste.

«La Global Business Week offre agli studenti un’esperienza che riproduce in modo molto concreto la complessità del lavoro internazionale: persone con lingue, culture e percorsi differenti chiamate a costruire insieme soluzioni per imprese reali. Allo stesso tempo, iniziative di questo tipo rafforzano il ruolo di Trieste come piattaforma internazionale di formazione e innovazione, capace di attrarre talenti, generare connessioni con il sistema produttivo e contribuire allo sviluppo economico del territorio attraverso l’apertura globale dell’Università», sottolinea Donata Vianelli.

L’organizzazione coinvolge direttamente i docenti UniTS Guido Bortoluzzi, anche direttore accademico dell’MBA in International Business di MIB, Andrea Tracogna, che riveste anche il ruolo di Dean al MIB, e Rubina Romanello, oltre alla ricercatrice Chiara Marinelli, al docente del MIB Stefano Pilotto, allo staff amministrativo dell’Ateneo e a una decina di studenti impegnati nella preparazione e nella gestione dell’evento.

Università e aziende insieme su sfide concrete

Elemento centrale della Global Business Week è la collaborazione tra l’Università e le aziende e organizzazioni partner, alcune delle quali rappresentative del sistema economico e culturale del Friuli Venezia Giulia: Assicurazioni Generali, Barilla, Modiano, Fondazione ITS – International Talent Support, Associazione Caffè Trieste e Genuino.

Gli studenti si confrontano con manager e professionisti e sono chiamati a sviluppare analisi, strategie e possibili soluzioni per i casi e i problemi concreti proposti dalle organizzazioni partner.

La collaborazione consente agli studenti internazionali di conoscere imprese, filiere produttive e realtà del territorio, offrendo allo stesso tempo alle organizzazioni coinvolte l’opportunità di raccogliere idee e prospettive elaborate da giovani talenti provenienti da contesti culturali e universitari molto diversi.

Docenti di riferimento internazionale

Tra le figure accademiche più influenti presenti a Trieste c’è Vasyl “Vas” Taras, professore di International Business alla University of North Carolina at Greensboro, fondatore di X-Culture e tra i massimi esperti di team multiculturali e di gruppi di lavoro globali che collaborano a distanza.

Coinvolti inoltre 22 docenti ed esperti internazionali di business, provenienti da università e istituzioni di diversi Paesi. Tra questi Richard Griffith, professore di Psicologia industriale e organizzativa al Florida Institute of Technology e direttore dell’Institute for Culture, Collaboration and Management, con competenze che spaziano dall’international management alla collaborazione interculturale e allo sviluppo delle capacità necessarie per lavorare in contesti internazionali complessi.

Una settimana di lavoro come consulenti internazionali

Nel corso della Global Business Week i partecipanti incontrano i referenti delle aziende, analizzano le sfide assegnate, visitano sedi e realtà produttive e prendono parte a workshop, sessioni formative e attività di mentoring con docenti internazionali.

I gruppi elaboreranno le proprie proposte, sottoponendole a una prima valutazione della faculty per perfezionarle. Al termine della settimana presenteranno le raccomandazioni strategiche ai rappresentanti delle aziende e a una giuria internazionale di docenti. Le soluzioni migliori saranno premiate durante la cerimonia conclusiva.

Il programma comprende anche momenti dedicati alla conoscenza di Trieste, del suo sistema scientifico e della sua storia economica e internazionale.

L'evento è sostenuto da ARDiS – Agenzia regionale per il diritto allo studio, Fondazione Pietro Pittini, illycaffè, MIB Trieste School of Management, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Trieste Trasporti. Il gruppo internazionale di studenti e docenti ha ricevuto al suo arrivo a Trieste anche il benvenuto di Confcommercio Trieste e FIPE.

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UniTS ospita la Global Business Week dell’iniziativa nata negli USA: oltre 120 studenti provenienti da università di 29 Paesi e sei continenti al lavoro in team multiculturali sulle sfide proposte dalle aziende del territorio
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Cancro: il numero di copie mutate di un gene aiuta a prevedere sia la prognosi, sia la probabilità che si diffondano metastasi

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Capire se in un tumore un gene è mutato può non essere sufficiente. In molti casi, infatti, conta anche sapere quante copie di tale gene mutato sono presenti nelle cellule tumorali e quanto questa alterazione incida sul comportamento della malattia.

È questo il punto di partenza dello studio coordinato da Giulio Caravagna, docente di Informatica dell’Università di Trieste e responsabile del Cancer Data Science Laboratory, pubblicato su Nature Genetics. Nel corso dello studio i ricercatori hanno proposto un nuovo modo di leggere il DNA tumorale, più vicino alla complessità reale del cancro, in cui le mutazioni non vengono considerate soltanto in quanto presenti o assenti, ma anche in relazione all’assetto genomico complessivo del tumore.

Nelle cellule tumorali le mutazioni somatiche, ovvero quelle che compaiono nel corso della vita in cellule diverse da quelle germinali, possono combinarsi con alterazioni del numero di copie del DNA. Anche per questo alcune regioni del genoma possono essere amplificate e altre perse. Dall’insieme di mutazioni, amplificazioni e perdite di regioni del genoma nasce il concetto di “dosaggio mutazionale di un gene” (in inglese gene mutant dosage). Il fine è dunque stimare quante copie mutate di un gene siano effettivamente presenti in un tumore e di valutare se questa informazione abbia un peso sulla prognosi e sulla diffusione di metastasi.

Per affrontare il problema, il gruppo di ricerca ha sviluppato INCOMMON – INference of COpy number and Mutation Multiplicity in ONcology –, un metodo computazionale “open source” che consente di stimare il numero di copie mutate di un gene e la molteplicità delle mutazioni a partire dai pannelli di sequenziamento mirato comunemente utilizzati nella pratica clinica oncologica.

Uno degli aspetti più rilevanti è proprio la possibilità di ricavare nuove informazioni da dati già prodotti nei percorsi diagnostici. INCOMMON utilizza modelli avanzati di inferenza statistica e machine learning per interpretare i risultati dei test molecolari clinici alla luce di grandi collezioni di tumori sequenziati a livello di genoma intero.

“INCOMMON – spiega Giulio Caravagna – rappresenta un nuovo approccio per ottenere analisi a risoluzione superiore rispetto allo standard, anche senza modificare la tipologia di dato generato. Questa nuova opportunità svela alcune peculiarità dei processi oncogenici che possono rivelarsi interessanti dal punto di vista prognostico e predittivo”.

Nello studio, sostenuto anche da Fondazione AIRC, i ricercatori hanno analizzato oltre 60.000 campioni clinici di pazienti, relativi a 39 diversi tipi di tumore e più di 500.000 mutazioni. Stratificando oltre 20.000 pazienti in base al dosaggio mutazionale di diversi oncogeni e geni oncosoppressori, i ricercatori hanno individuato 46 biomarcatori specifici per tumore e associati alla sopravvivenza complessiva.

Il dato più significativo è che 13 di questi biomarcatori, distribuiti in 12 tipi di tumore, non sarebbero stati rilevati con i modelli tradizionali basati sulla sola distinzione tra gene mutato e gene non mutato. Il dosaggio mutazionale permette quindi di far emergere segnali prognostici che una lettura più semplice del DNA tumorale può non intercettare.

I risultati ottenuti offrono inoltre nuove indicazioni sul comportamento metastatico dei tumori. I ricercatori hanno in particolare identificato 26 biomarcatori associati in maniera ricorrente alla diffusione metastatica in 10 tipi di cancro e 20 biomarcatori la cui presenza permette di predire la tendenza del tumore a diffondersi verso specifici organi in cinque tipi di tumore.

“I dati raccolti in questo studio – afferma Nicola Calonaci, postdoc sostenuto da AIRC all’Università di Trieste e primo autore dell’articolo – mostrano come informazioni genomiche già presenti nelle analisi molecolari regolarmente svolte in clinica possano essere reinterpretate con molta maggiore precisione grazie a sistemi avanzati di inferenza statistica e di ‘machine learning’”. 

“Un aspetto particolarmente interessante è che il dosaggio mutazionale sembra catturare proprietà biologiche dei tumori che non emergono quando le mutazioni vengono considerate solo come presenti o assenti” - aggiunge Eriseld Krasniqi, medico oncologo presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, dottorando UniTS e anch’esso primo autore dell’articolo.  “Questo è particolarmente rilevante nello studio delle metastasi, in cui è storicamente molto difficile identificare caratteristiche genomiche che distinguano i tumori primari da quelli metastatici”.   

“La ricerca rappresenta un bell’esempio di come la collaborazione tra centri clinici di alta specializzazione e gruppi di ricerca computazionale possa tradursi in conoscenza utile per il paziente oncologico – sostiene Giovanni Blandino, Direttore Scientifico dell’IRRCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) di Roma –. La partecipazione dell’IRE a un lavoro di questa portata testimonia la nostra vocazione a presidiare la frontiera della ricerca traslazionale, dove le competenze cliniche incontrano le tecnologie più avanzate di analisi dei dati genomici. Estrarre nuova informazione da test molecolari già disponibili nella pratica clinica è una delle direzioni più promettenti per la medicina oncologica di precisione, e un terreno su cui intendiamo continuare a investire”.

Il lavoro apre inoltre la strada a studi futuri in cui integrare le informazioni sui trattamenti ricevuti dai pazienti, per capire se il dosaggio mutazionale possa avere non solo valore prognostico, ma anche valore predittivo della risposta alle terapie specifiche.

Prima di una possibile applicazione clinica saranno necessari ulteriori passaggi di validazione. La prospettiva indicata dalla ricerca è però chiara: usare meglio le informazioni già disponibili nei dati molecolari per comprendere l’evoluzione della malattia e contribuire allo sviluppo di nuovi biomarcatori per la medicina oncologica di precisione.

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STUDIO PUBBLICATO SU NATURE GENETICS, 31 LUGLIO 2026

Gene mutant dosage is associated with prognosis and metastatic tropism in 60,000 clinical cancer samples      

Nicola Calonaci1,†, Eriseld Krasniqi2,†, Daniel Colic3, Stefano Scalera4, Giorgia Gandolfi1, Salvatore Milite5, Konstantin Bräutigam6,7, Andrea Sottoriva5, Trevor A. Graham6, Leonardo Egidi8, Biagio Ricciuti9, Marcello Maugeri-Saccà10 and Giulio Caravagna1,11

1 Department of Mathematics, Informatics and Geosciences, University of Trieste, Italy
2 Phase IV Clinical Studies Unit, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, 00144 Rome, Italy
3 Institute for Research in Biomedicine, Barcelona, Spain
4 Clinical Trial Center, Biostatistics and Bioinformatics Division, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, Rome, Italy
5 Computational Biology Research Centre, Human Technopole, Milan, Italy
6 Centre for Evolution and Cancer, Institute of Cancer Research, London, United Kingdom
7 Institute of Medical Genetics and Pathology, University Hospital Basel, Basel, Switzerland
8 Department of Economics, Business, Mathematics and Statistics “Bruno de Finetti”, University of Trieste, Italy
9 Lowe Center for Thoracic Oncology, Dana-Farber Cancer Institute, Harvard Medical School, Boston, MA, USA
10 Division of Medical Oncology 2, IRCCS Regina Elena National Cancer Institute, Rome, Italy
11 Area Science Park, Trieste, Italy
These authors contributed equally.

DOI: 10.1038/s41588-026-02666-z

Abstract
Lo studio coordinato da UniTS ha sviluppato INCOMMON, uno strumento di analisi computazionale per estrarre più informazioni dai test molecolari già utilizzati in oncologia. Analizzati oltre 60mila campioni e più di 500mila mutazioni in 39 tipi di tumore
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XIV Summer School Ciamician: giovani ricercatori a confronto sulla transizione energetica

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Si è conclusa la XIV edizione della Summer School Ciamician, promossa dal Dipartimento di Ingegneria e Architettura di UniTS. Diciannove studenti e dottorandi da sette Paesi si sono ritrovati al Passo Monte Croce Comelico, nel cuore delle Dolomiti, per approfondire i temi della transizione energetica insieme ad alcuni tra i maggiori esperti del settore.

I partecipanti, selezionati tra circa quaranta candidature provenienti da università italiane ed europee, hanno seguito un percorso interdisciplinare dedicato alle principali sfide della decarbonizzazione: materiali sostenibili per l'edilizia, fonti rinnovabili, evoluzione del sistema elettrico, mobilità sostenibile, materie prime critiche e implicazioni economiche, sociali, geopolitiche e normative della transizione energetica.

La scuola ha riunito 22 docenti provenienti da università, enti di ricerca e aziende italiane ed europee, tra cui University College London, Technische Universität München, Hasselt University, Politecnico di Milano, Università di Padova, Università di Salerno, Area Science Park e CNR-INM. Ad aprire i lavori il climatologo Filippo Giorgi, tra gli autori premiati con il Nobel per la Pace 2007 assegnato all'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Tra i relatori anche Paul Ekins (UCL) e Carlo Bottasso (TUM), figure di riferimento a livello internazionale.

Sei partecipanti hanno potuto beneficiare di una borsa a copertura della quota di iscrizione grazie al sostegno di Edilgroup, holding impegnata nello sviluppo di soluzioni sostenibili per il settore delle costruzioni, comparto strategico per la riduzione delle emissioni di CO₂ e il raggiungimento degli obiettivi della transizione energetica.

Intitolata al chimico triestino Giacomo Ciamician, tra i primi studiosi a intuire il potenziale dell'energia solare, la Summer School è nata nel 2010 ed è stata co-fondata dal Rettore emerito dell'Università di Trieste Maurizio Fermeglia, recentemente scomparso, al quale questa edizione è stata dedicata.

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Nel cuore delle Dolomiti, studenti ed esperti internazionali hanno analizzato le sfide del settore
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UniTS si rinnova: inaugurata la prima aula "Study&Share”

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L'Università di Trieste inaugura la prima aula Study&Share, un ambiente progettato per rispondere alle nuove esigenze della comunità studentesca, dove lo studio si affianca alla collaborazione, alla socialità e alla condivisione. 

Situata nell’edificio C9 del Campus di Piazzale Europa, la nuova aula nasce per essere uno spazio flessibile, informale e personalizzabile, capace di adattarsi alle diverse modalità di utilizzo durante la giornata. Qui sarà possibile studiare individualmente o in gruppo, organizzare attività collaborative, incontrarsi, pranzare e trascorrere momenti di pausa, in un ambiente accogliente e facilmente riconfigurabile grazie ad arredi modulari e tecnologie aggiornate.

“Questa nuova tipologia di aula è stata realizzata ascoltando le esigenze degli studenti ed è con grande soddisfazione che abbiamo consegnato loro questo spazio flessibile – spiega la Rettrice Donata Vianelli – al termine del progetto di riqualificazione “UniTS si rinnova” gli studenti avranno a disposizione molti ambienti che favoriscono la socialità e la contaminazione dei saperi, in linea con le esigenze della didattica contemporanea”.

L'inaugurazione dell’aula segna infatti il primo risultato del progetto "UniTS si rinnova", il programma con cui l'Ateneo sta investendo nel rinnovamento degli ambienti dedicati alla didattica e alla vita universitaria.

Entro la primavera del 2027 saranno realizzate altre aule Study&Share, con caratteristiche e dimensioni diverse ma accomunate dalla stessa filosofia: offrire luoghi che favoriscano non solo l'apprendimento, ma anche la relazione, il confronto e il senso di appartenenza alla comunità universitaria.

Il piano prevede il rinnovo di 25 aule, per un totale di 2.256 posti banco, distribuite in quattro poli universitari, e di 30 sale studio, lettura e ristoro, con 894 posti complessivamente riqualificati.

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Parte il programma di riqualificazione degli spazi universitari dedicati alla didattica, allo studio e alla condivisione
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Fabrizio Sors eletto nel consiglio direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport

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Fabrizio Sors, ricercatore in tenure track di Psicologia generale presso il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, è stato eletto nel Consiglio Direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport (European Federation of Sport Psychology – FEPSAC).

Fondata nel 1969, la FEPSAC riunisce studiosi, professionisti e istituzioni attivi nella ricerca, nella formazione e nelle applicazioni della psicologia dello sport, dell’attività fisica e della prestazione umana. Attraverso congressi, gruppi di lavoro, pubblicazioni e iniziative formative favorisce il confronto scientifico e la collaborazione tra i diversi ambiti del settore.

Nel corso del mandato Sors parteciperà alle attività del Consiglio Direttivo e alle iniziative della Federazione, contribuendo in particolare alla collaborazione tra ricercatori e professionisti, al confronto interdisciplinare e alla diffusione delle conoscenze scientifiche.

L’incarico si collega all’attività già svolta da Sors nella comunità scientifica europea. Al momento dell’elezione ricopriva per il secondo mandato il ruolo di coordinatore del Dipartimento di ricerca dello European Network of Young Specialists in Sport Psychology (ENYSSP), rete europea di giovani ricercatori e professionisti che collabora con la FEPSAC sui temi della ricerca e della formazione. Il nuovo incarico potrà inoltre favorire il raccordo tra le attività della Federazione e le linee di ricerca sviluppate a Trieste nell’ambito della psicologia dello sport.

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Il ricercatore del Dipartimento di Scienze della Vita entrerà nell’organo di governo della FEPSAC
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