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UniTS si rinnova: inaugurata la prima aula "Study&Share”

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L'Università di Trieste inaugura la prima aula Study&Share, un ambiente progettato per rispondere alle nuove esigenze della comunità studentesca, dove lo studio si affianca alla collaborazione, alla socialità e alla condivisione. 

Situata nell’edificio C9 del Campus di Piazzale Europa, la nuova aula nasce per essere uno spazio flessibile, informale e personalizzabile, capace di adattarsi alle diverse modalità di utilizzo durante la giornata. Qui sarà possibile studiare individualmente o in gruppo, organizzare attività collaborative, incontrarsi, pranzare e trascorrere momenti di pausa, in un ambiente accogliente e facilmente riconfigurabile grazie ad arredi modulari e tecnologie aggiornate.

“Questa nuova tipologia di aula è stata realizzata ascoltando le esigenze degli studenti ed è con grande soddisfazione che abbiamo consegnato loro questo spazio flessibile – spiega la Rettrice Donata Vianelli – al termine del progetto di riqualificazione “UniTS si rinnova” gli studenti avranno a disposizione molti ambienti che favoriscono la socialità e la contaminazione dei saperi, in linea con le esigenze della didattica contemporanea”.

L'inaugurazione dell’aula segna infatti il primo risultato del progetto "UniTS si rinnova", il programma con cui l'Ateneo sta investendo nel rinnovamento degli ambienti dedicati alla didattica e alla vita universitaria.

Entro la primavera del 2027 saranno realizzate altre aule Study&Share, con caratteristiche e dimensioni diverse ma accomunate dalla stessa filosofia: offrire luoghi che favoriscano non solo l'apprendimento, ma anche la relazione, il confronto e il senso di appartenenza alla comunità universitaria.

Il piano prevede il rinnovo di 25 aule, per un totale di 2.256 posti banco, distribuite in quattro poli universitari, e di 30 sale studio, lettura e ristoro, con 894 posti complessivamente riqualificati.

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Parte il programma di riqualificazione degli spazi universitari dedicati alla didattica, allo studio e alla condivisione
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Fabrizio Sors eletto nel consiglio direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport

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Fabrizio Sors, ricercatore in tenure track di Psicologia generale presso il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, è stato eletto nel Consiglio Direttivo della Federazione Europea di Psicologia dello Sport (European Federation of Sport Psychology – FEPSAC).

Fondata nel 1969, la FEPSAC riunisce studiosi, professionisti e istituzioni attivi nella ricerca, nella formazione e nelle applicazioni della psicologia dello sport, dell’attività fisica e della prestazione umana. Attraverso congressi, gruppi di lavoro, pubblicazioni e iniziative formative favorisce il confronto scientifico e la collaborazione tra i diversi ambiti del settore.

Nel corso del mandato Sors parteciperà alle attività del Consiglio Direttivo e alle iniziative della Federazione, contribuendo in particolare alla collaborazione tra ricercatori e professionisti, al confronto interdisciplinare e alla diffusione delle conoscenze scientifiche.

L’incarico si collega all’attività già svolta da Sors nella comunità scientifica europea. Al momento dell’elezione ricopriva per il secondo mandato il ruolo di coordinatore del Dipartimento di ricerca dello European Network of Young Specialists in Sport Psychology (ENYSSP), rete europea di giovani ricercatori e professionisti che collabora con la FEPSAC sui temi della ricerca e della formazione. Il nuovo incarico potrà inoltre favorire il raccordo tra le attività della Federazione e le linee di ricerca sviluppate a Trieste nell’ambito della psicologia dello sport.

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Il ricercatore del Dipartimento di Scienze della Vita entrerà nell’organo di governo della FEPSAC
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iNEST, si conclude con successo uno dei principali Ecosistemi dell'Innovazione finanziati dal PNRR

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L'Università di Trieste è tra i protagonisti del successo di iNEST – Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem, uno dei principali Ecosistemi dell'Innovazione finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che si conclude con il pieno raggiungimento degli obiettivi progettuali. Il rapporto finale dei revisori scientifici indipendenti certifica infatti il completamento di tutte le attività previste, riconoscendo all'iniziativa un impatto significativo sul piano scientifico, economico e sociale.

UniTS ha svolto un ruolo di primo piano nello Spoke 8, dedicato alle tecnologie marittime, marine e delle acque interne, sviluppato in collaborazione con il Polo Tecnologico Alto Adriatico, l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, OGS - Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e le Università di Padova, Trento, Ca’ Foscari Venezia e Iuav.

Il progetto ha affrontato alcune delle principali sfide legate alla sostenibilità ambientale e alla resilienza climatica dell'Alto Adriatico, valorizzando il patrimonio di competenze scientifiche presente sul territorio e promuovendo il trasferimento delle conoscenze verso il sistema produttivo.

Le attività dello Spoke 8 si sono concentrate su cinque linee di ricerca strategiche: la biologia degli ecosistemi marini, la gestione dei rischi fisici e chimici e del loro impatto sull'idrosfera, il trasporto costiero sostenibile, la pianificazione integrata terra-mare e lo sviluppo del Digital Twin dell'Alto Adriatico. Attraverso l'integrazione di dati ambientali, modelli previsionali, algoritmi di intelligenza artificiale e sistemi avanzati di visualizzazione sono stati sviluppati strumenti innovativi a supporto dei processi decisionali, con importanti ricadute per la gestione sostenibile delle aree costiere.

Accanto alle attività di ricerca, particolare attenzione è stata dedicata al trasferimento tecnologico. In questo ambito sono stati realizzati una piattaforma digitale per favorire l'incontro tra ricerca, imprese e investitori e un servizio di informazione scientifica e tecnologica dedicato alla diffusione di opportunità, risultati della ricerca e buone pratiche dell'ecosistema.

Punto di riferimento è stato il Lab Village ospitato all'Urban Center di Trieste, luogo di incontro tra ricercatori, imprese, startup e istituzioni, nato per accelerare i processi di innovazione e favorire la nascita di nuove collaborazioni.

In generale, i risultati conseguiti da iNEST testimoniano la dimensione e l'efficacia dell'iniziativa. Nei quasi quattro anni di attività l'ecosistema ha prodotto 977 pubblicazioni scientifiche, coinvolto 517 ricercatrici e ricercatori, sostenuto 99 progetti dedicati ai giovani ricercatori e finanziato, attraverso 35 bandi a cascata, oltre 200 progetti realizzati da imprese, PMI, enti pubblici e amministrazioni regionali. 

 

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UniTS protagonista per le tecnologie marittime con lo Spoke 8
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Roberto Di Lenarda nominato Socio Benemerito dell'Associazione Nazionale Carabinieri

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Roberto Di Lenarda, già Rettore dell'Università di Trieste e attuale Presidente della Conferenza permanente dei collegi di area medica, ha ricevuto la qualifica di Socio Benemerito dell'Associazione Nazionale Carabinieri.

L'attestato gli è stato consegnato dal Comandante Provinciale dei Carabinieri di Trieste, Colonnello Gianluca Migliozzi, nel corso di una cerimonia al Comando Provinciale. Il riconoscimento premia il contributo e la collaborazione che il prof. Di Lenarda ha offerto negli anni all'Arma dei Carabinieri e alle iniziative promosse dall'Associazione Nazionale Carabinieri, consolidando una proficua sinergia istituzionale.

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Il riconoscimento consolida la sinergia tra UniTS e l'Arma
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Leggere i cambiamenti climatici e lo stato della biodiversità attraverso i licheni: UniTS ospita i principali studiosi mondiali

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Ha preso il via oggi, lunedì 27 luglio, all’Università di Trieste il 10th Symposium of the International Association for Lichenology – IAL10, il maggiore appuntamento scientifico internazionale dedicato alla lichenologia. Il congresso, organizzato ogni quattro anni dall’International Association for Lichenology, si svolge per la prima volta in Italia e riunisce nel campus di Piazzale Europa studiose e studiosi provenienti da tutto il mondo.

La lichenologia studia i licheni, organismi complessi che si sviluppano attraverso l’associazione stabile tra un fungo e uno o più partner capaci di svolgere la fotosintesi. Presenti negli ambienti più diversi, comprese alcune delle regioni più estreme del pianeta, i licheni rappresentano un importante modello per comprendere i meccanismi della simbiosi, dell’adattamento e dell’evoluzione. La loro sensibilità alle condizioni ambientali ne consente inoltre l’impiego nel monitoraggio della qualità dell’aria e degli ecosistemi, mentre la loro interazione con rocce, edifici e monumenti è oggetto di studio nell’ambito della conservazione del patrimonio culturale.

I lavori scientifici, inaugurati oggi nell’edificio H3, proseguiranno fino a venerdì 31 luglio. Il programma comprende cinque conferenze plenarie, oltre venti sessioni tematiche, quattro workshop, comunicazioni scientifiche e sessioni poster. Gli interventi affrontano le più recenti acquisizioni nel campo della genomica e delle scienze “omiche”, della tassonomia e della sistematica, della biologia delle simbiosi, dell’ecofisiologia e della biodiversità. Ampio spazio è riservato anche alle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla conservazione degli ecosistemi, al monitoraggio delle città e degli ambienti naturali e al rapporto tra licheni e beni storico-monumentali.

Le conferenze plenarie sono affidate a Nina Gunde-Cimerman dell’Università di Lubiana, Pavel Škaloud della Charles University di Praga, Theo Llewellyn dell’Imperial College London, Daniel Stanton dell’Università del Minnesota e Gulnara Tagirdzhanova dell’Università di Stoccolma. Tra i temi affrontati figurano le simbiosi capaci di svilupparsi negli ambienti estremi, le analogie ecologiche ed evolutive tra licheni e coralli, i meccanismi genetici alla base della produzione di sostanze protettive, le risposte dei licheni al cambiamento climatico e le interazioni molecolari tra i diversi organismi che compongono la simbiosi.

L’organizzazione locale è coordinata da docenti del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste. La presidente del congresso è Lucia Muggia, docente di Botanica sistematica; il vicepresidente è Mauro Tretiach, docente di Botanica generale. Fanno parte della segreteria scientifica e organizzativa Stefano Martellos, docente di Botanica sistematica, e Fabio Candotto Carniel, docente di Botanica generale. Al gruppo triestino si affiancano un comitato organizzatore nazionale e un comitato scientifico composto da esperte ed esperti provenienti da Europa, Asia, Australia e Stati Uniti.

La candidatura di Trieste era stata scelta nel 2021, durante la precedente edizione del congresso, organizzata online. La designazione ha riconosciuto il ruolo svolto nel tempo dal gruppo di ricerca dell’Ateneo nell’ambito della lichenologia italiana e internazionale, insieme alla posizione geografica della città, alla sua dimensione multiculturale e alla presenza di una rete particolarmente articolata di istituzioni scientifiche.

Il programma è completato da escursioni scientifiche dedicate all’osservazione dei licheni nei loro ambienti naturali. Due itinerari hanno preceduto il congresso, attraversando le Alpi sud-orientali e l’Italia centrale, mentre dal 1° al 3 agosto è prevista un’escursione nel Carso classico italiano e sloveno, con tappe nella Riserva naturale della Val Rosandra, nell’area delle Grotte di San Canziano, sull’altopiano di Trnovo e nel territorio di Duino.

Il programma completo e tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale di IAL10.

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Al via IAL10, il più importante appuntamento scientifico internazionale dedicato allo studio dei licheni. Al centro del programma biodiversità, genomica, cambiamenti climatici, biomonitoraggio e conservazione del patrimonio culturale
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EUT Edizioni Università di Trieste diventa socio di Fondazione LIA

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EUT Edizioni Università di Trieste diventa socio di Fondazione LIA. Un ingresso che è frutto di una scelta consapevole: rendere i propri testi fruibili a tutti i lettori non è soltanto un obbligo normativo, ma una scelta di responsabilità culturale e sociale.

Fondazione LIA lavora ogni giorno da più di dieci anni per supportare gli editori nel processo di creazione di pubblicazioni digitali accessibili, collaborando con tutti gli attori della filiera (editori, distributori, aggregatori, librerie e biblioteche digitali) per rendere accessibile l’intera esperienza di lettura. L’adesione di EUT rafforza questa rete e porta con sé una prospettiva preziosa: quella di chi produce e diffonde conoscenza scientifica e accademica, e sceglie di farlo senza escludere nessuno.

EUT Edizioni Università di Trieste nasce per valorizzare e diffondere i risultati dell’attività didattica e di ricerca dell’Ateneo in tutte le sue articolazioni disciplinari. Il suo ingresso tra i soci di Fondazione LIA è il segno di come anche il mondo accademico stia maturando una consapevolezza più concreta rispetto al tema dell’accessibilità.

“L’adesione di EUT Edizioni Università di Trieste a Fondazione LIA è importante per consolidare la nostra visione dell’editoria accademica fondata sull’apertura, sulla condivisione e sull’accessibilità della conoscenza. La diffusione del sapere costituisce una delle missioni essenziali dell’Università degli Studi di Trieste e della sua editrice. Riteniamo che l’inclusività debba essere una condizione imprescindibile, non soltanto un requisito normativo, affinché i risultati della ricerca possano raggiungere il più ampio numero di persone, favorendo la circolazione culturale. La collaborazione con Fondazione LIA ci consentirà di contribuire attivamente alla costruzione di un ecosistema editoriale più equo e capace di valorizzare pienamente anche il ruolo sociale della comunicazione scientifica” ha dichiarato Elena Tonzar, Responsabile EUT Edizioni Università di Trieste.

“Siamo molto felici di accogliere EUT tra i soci di Fondazione LIA. Una collaborazione che ha per noi un valore speciale per il suo ruolo nella diffusione della conoscenza, e che ci auguriamo possa essere di ispirazione per altre realtà editoriali nel mondo universitario nell’intraprendere lo stesso percorso” ha dichiarato Cristina Mussinelli, Segretario Generale di Fondazione LIA.

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Consolida la visione dell’editoria accademica fondata sull’apertura, sulla condivisione e sull’accessibilità della conoscenza
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Alla ricerca di acqua dolce in fondo al mare: missione RESCUE in Adriatico

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Mappare gli acquiferi a oltre 400 metri sotto il fondale marino nell’area costiera tra Jesolo e Lignano. È quanto realizzato nella missione appena conclusa grazie al progetto RESCUE e svoltasi a bordo della nave da ricerca Laura Bassi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS.

RESCUE, progetto coordinato dall’Università degli Studi di Trieste e di cui l’OGS è partner, mira infatti a rafforzare la sicurezza idrica attraverso la ricerca e l'innovazione per localizzare l'acqua dolce in acquiferi costieri e offshore inesplorati. Sulla base di recenti scoperte scientifiche, il progetto sta mappando acquiferi profondi (oltre 400 metri) a bassa salinità, sia a terra che in mare, che in un contesto come quello attuale in cui le risorse idriche dolci nelle regioni costiere sono sottoposte a una crescente pressione dovuta alla crescita demografica, all'inquinamento e al cambiamento climatico, potrebbero integrare le forniture di acqua potabile, per l'agricoltura e per l'industria, contribuendo al contempo a ridurre i costi della desalinizzazione.

A bordo della Laura Bassi erano presenti ricercatori e studenti dell’OGS, dell’Università di Trieste, dell’Università di Pisa, del CNR-ISMAR di Bologna, dell’Università di Malta e del Monterey Bay Aquarium Research Institute (MBARI), in California. 

Durante la campagna sono state condotte indagini geofisiche di sismica a riflessione per ottenere immagini ecografiche del sottosuolo marino e di mappatura del fondale. Inoltre, per la prima volta sono state eseguite indagini di tipo elettromagnetico con lo scopo di identificare la presenza di acquiferi di acqua dolce nel sottosuolo marino. Le indagini, che non hanno coinvolto attività di campionamento del fondale, hanno interessato un’area a circa 10 km dalla costa dalla città di Jesolo in provincia di Venezia, fino al delta del Tagliamento, al largo di Lignano.

Le indagini sono state eseguite in ottime condizioni ambientali e tutto si è svolto secondo i piani. I dati sono di ottima qualità ma richiederanno molti mesi di elaborazione in laboratorio a terra prima di poter confermare la presenza degli acquiferi nel sottosuolo marino dell’Alto Adriatico” ha detto Cristina Corradin, ricercatrice dell’OGS e coordinatrice scientifica della spedizione.

“Le operazioni hanno richiesto l’integrazione di diverse strumentazioni geofisiche e una stretta collaborazione tra i diversi gruppi di ricerca, personale tecnico-scientifico ed equipaggio della nave”, ha spiegato Daniela Accettella dell’OGS e capomissione a bordo della Laura Bassi.

“Dopo due anni di attività scientifica, il team RESCUE ha applicato i metodi geofisici integrati innovativi per lo studio delle falde acquifere profonde offshore ad una delle aree di studio più promettenti: i fondali dell’Alto Adriatico e del Friuli-Venezia Giulia in particolare. La raccolta di nuovi dati migliorerà la comprensione delle risorse idriche nella regione e contribuirà ad affrontare le carenze d'acqua associate al cambiamento climatico e agli eventi estremi, come l'ondata di caldo e la siccità che attualmente colpiscono l'Europa" ha detto il Prof. Michele Pipan dell’Università di Trieste, Coordinatore del progetto RESCUE.

Questa spedizione oceanografica ha posto le basi per un secondo progetto finanziato dall’associazione intergovernativa europea JPI Oceans che su iniziativa di Malta e Italia ha finanziato un progetto di ricerca che porterà alla conferma della presenza di acqua dolce nel sottosuolo dell’Alto Adriatico tramite un sondaggio del sottosuolo in mare, il primo in Europa. Il progetto, coordinato dall’Università di Malta, con la partecipazione di OGS, Università di Trieste, Polo Tecnologico dell’Alto Adriatico e di altri istituti tedeschi e greci, beneficia di un finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

Il progetto RESCUE

RESCUE - Resources in Coastal Groundwater Under Hydroclimatic Extremes è un progetto cofinanziato dalla Partnership Water4All e dall’Unione Europea. Affronta il tema della scarsità d’acqua nelle regioni costiere attraverso lo studio delle falde acquifere presenti a grande profondità e sotto i fondali marini. L’iniziativa prevede la mappatura di queste risorse, la valutazione della loro sostenibilità e la definizione di politiche mirate al loro utilizzo.  L’Università degli Studi di Trieste coordina il progetto mentre l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS è partner. Gli altri partner sono: University of Derby (Regno Unito), Ruden AS (Norvegia) e l’Università di Malta. 

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A bordo della nave da ricerca Laura Bassi, in collaborazione con OGS
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WASTEREDUCE, da UniTS nuovi strumenti per prevenire e monitorare l’abbandono dei rifiuti nelle aree protette

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Comprendere dove si accumulano i rifiuti, individuare le aree maggiormente esposte all’abbandono e intervenire sui comportamenti che alimentano il fenomeno. È il contributo scientifico portato dall’Università di Trieste a WASTEREDUCE – Integrated waste reduction strategies and solutions in protected and Natura 2000 areas, progetto europeo giunto alla conclusione dopo due anni e mezzo di attività transfrontaliere.

Avviato nel febbraio 2024 e finanziato dal Programma Interreg Italia–Croazia 2021–2027, WASTEREDUCE ha avuto un valore complessivo di circa 1,66 milioni di euro, coperto per l’80% dal Fondo europeo di sviluppo regionale. Il progetto ha coinvolto otto partner italiani e croati e ha sperimentato soluzioni in tre aree pilota: il Medio Brenta, la costa occidentale dell’Istria e la baia di Sakarun, sull’isola croata di Dugi Otok.

L’obiettivo era sviluppare un approccio integrato per prevenire l’abbandono dei rifiuti, individuarne le zone di accumulo, migliorare la raccolta e ridurne gli effetti sugli ecosistemi terrestri, fluviali e marini.

Il contributo dell’Università di Trieste

Il Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS ha sviluppato due linee di ricerca complementari: l’analisi dei comportamenti umani e il monitoraggio ambientale mediante tecniche di osservazione da remoto.

La componente relativa alle scienze comportamentali, coordinata dal professor Fabio Del Missier, ha approfondito i fattori cognitivi, motivazionali e contestuali che favoriscono oppure ostacolano il corretto conferimento dei rifiuti. Il gruppo UniTS ha anche predisposto due indagini rivolte ai visitatori delle aree protette e agli stakeholder territoriali, per analizzare abitudini, percezione del problema e possibili soluzioni.

I risultati mostrano come la sola informazione non sia sufficiente a modificare i comportamenti. È necessario intervenire anche sull’organizzazione concreta degli spazi: posizione e riconoscibilità dei punti di raccolta, chiarezza delle indicazioni, accessibilità dei servizi e gestione delle aree ricreative.

«Per contrastare efficacemente l’abbandono dei rifiuti è necessario operare sulla consapevolezza, sulla motivazione e sulla facilitazione dei comportamenti corretti», sottolinea Del Missier. «Le infrastrutture ambientali devono quindi essere progettate tenendo conto non soltanto delle esigenze tecniche della raccolta, ma anche del modo in cui le persone percepiscono gli spazi e prendono le proprie decisioni».

Il professor Giovanni Bacaro ha coordinato le attività di analisi spaziale e monitoraggio degli accumuli negli ambienti terrestri e marini. Immagini satellitari, rilievi con droni, informazioni territoriali e verifiche sul campo sono stati integrati per individuare le aree più vulnerabili e indirizzare in maniera più efficace sopralluoghi e interventi. I rilievi con droni nel Medio Brenta sono stati condotti in collaborazione con ARPAV.

L’approccio consente di passare da interventi prevalentemente reattivi, avviati dopo una segnalazione, a una sorveglianza più sistematica del territorio. In ambiente marino sono state inoltre sperimentate procedure per riconoscere nelle immagini satellitari anomalie potenzialmente associate alla presenza di rifiuti, eutrofizzazione o contaminazioni superficiali, da verificare successivamente attraverso osservazioni dirette.

«La presenza dei rifiuti non è distribuita casualmente nello spazio», evidenzia Bacaro. «Gli accumuli riflettono le caratteristiche del paesaggio, l’accessibilità e la frequentazione delle aree, le attività ricreative e le dinamiche di trasporto terrestre e marino. Integrare telerilevamento, analisi spaziale e monitoraggio sul campo permette di indirizzare meglio le misure di prevenzione e gestione».

Dalla ricerca agli interventi sul territorio

WASTEREDUCE ha combinato ricerca scientifica, partecipazione degli enti locali e sperimentazione di soluzioni operative. Sono stati realizzati sopralluoghi, attività di videosorveglianza, raccolta e classificazione dei rifiuti, campagne di sensibilizzazione e incontri con amministrazioni, gestori delle aree protette, associazioni e operatori turistici.

Nel Medio Brenta il monitoraggio ha rilevato sia rifiuti prodotti dalle attività ricreative, come picnic e bivacchi, sia abbandoni di materiali ingombranti o potenzialmente pericolosi. Le operazioni condotte sul territorio hanno consentito di recuperare, in un solo anno, circa 40 tonnellate di rifiuti. Il coinvolgimento dei dieci Comuni dell’area ha inoltre portato alla sottoscrizione del Brenta Mayors’ Agreement, con il quale le amministrazioni hanno formalizzato il proprio impegno nella tutela del sito Natura 2000.

Sul versante croato è stato installato nella baia di Santa Marina, vicino a Parenzo, un sistema mobile per la raccolta dei rifiuti galleggianti. Le analisi condotte dai partner su oltre quaranta uccelli marini rinvenuti morti hanno inoltre rilevato plastica nell’apparato digerente della quasi totalità degli esemplari esaminati.

Tra i risultati finali figurano piani di azione, metodologie di monitoraggio, strumenti educativi e soluzioni pratiche destinate agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione territoriale ed è stato progettato per poter essere adattato ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico.

Un patrimonio di conoscenze per le aree protette

La conclusione di WASTEREDUCE lascia agli enti gestori delle aree protette e alle amministrazioni locali un insieme di metodologie, piani di azione, strumenti educativi e indicazioni operative utilizzabili anche oltre la durata del progetto. Il modello sviluppato integra analisi dei comportamenti, osservazione ambientale e collaborazione con i soggetti del territorio, offrendo un approccio adattabile ad altri siti Natura 2000 e ad altre aree naturali dell’Adriatico. Un patrimonio di conoscenze che potrà contribuire a rendere più tempestive le attività di monitoraggio e più efficaci gli interventi di prevenzione, raccolta e gestione dei rifiuti.

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Si conclude il progetto Interreg dedicato alla gestione dei rifiuti nelle aree Natura 2000. Il DSV ha integrato scienze comportamentali, telerilevamento e monitoraggio negli ambienti terrestri e marini. Nel Medio Brenta recuperate 40 tonnellate di rifiuti
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Cinquant'anni di Fisioterapia a UniTS: una storia di innovazione nella formazione e nella cura

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Le radici del Corso di Laurea in Fisioterapia di UniTS affondano nel 1976 quando, con Flavia Ruzzier, nacque la Scuola per Terapisti della Riabilitazione. Un progetto che si sviluppò a partire dall'esperienza del Centro di Riabilitazione Motoria e Funzionale, fondato dieci anni prima dal professor Vincenzo Zuccon, e che diede vita a quella che ancora oggi rappresenta uno degli elementi distintivi della formazione nell’ambito della Fisioterapia: la Palestra Didattica.

Per quasi mezzo secolo questo spazio ha costituito un ambiente unico nel panorama nazionale, nel quale assistenza clinica, attività didattica e ricerca hanno sempre convissuto. Ogni anno gli studenti del secondo e del terzo anno partecipano direttamente alla presa in carico di pazienti inviati dai servizi specialistici, affiancati da tutor didattici, fisioterapisti e docenti universitari. Non si limitano a osservare l'attività clinica, ma prendono parte all'intero percorso riabilitativo: dall'anamnesi alla valutazione fisioterapica, dalla definizione degli obiettivi terapeutici alla pianificazione del trattamento, fino alla rivalutazione finale, seguendo un percorso di progressiva acquisizione dell'autonomia professionale.

L'attività clinica è affiancata da un articolato ecosistema formativo che integra peer learning, cooperative learning, simulazione clinica, role playing, discussione multidisciplinare dei casi, journal club e tecnologie avanzate, come il tavolo anatomico virtuale e i sistemi per l'analisi del movimento. Un approccio che pone al centro lo sviluppo del ragionamento clinico e della capacità decisionale, competenze oggi fondamentali per il fisioterapista.

«Il cinquantesimo anniversario del Corso di Laurea in Fisioterapia è un'occasione per valorizzare una storia fatta di competenze, innovazione e visione», sottolinea Luigi Murena, direttore del Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Scienze della Salute dell'Università di Trieste. «La Palestra Didattica testimonia come il nostro Ateneo abbia saputo sviluppare, con largo anticipo rispetto ai modelli oggi riconosciuti a livello internazionale, un ambiente nel quale didattica, ricerca e assistenza si integrano in modo virtuoso. È un patrimonio che continua a formare professionisti preparati, capaci di coniugare competenze cliniche, pensiero critico, innovazione tecnologica e attenzione alla persona

Solo negli ultimi anni, infatti, la letteratura scientifica internazionale ha iniziato a descrivere modelli analoghi con il nome di Student-Led Physiotherapy Clinic, riconoscendone il valore educativo e assistenziale. Molte delle caratteristiche che oggi definiscono queste esperienze erano presenti nella Palestra Didattica dell'Università di Trieste fin dal 1976: pazienti reali, studenti protagonisti della presa in carico, supervisione costante di professionisti esperti, progressiva autonomia, apprendimento collaborativo e integrazione tra assistenza, formazione e ricerca.

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Il modello didattico triestino ha anticipato di decenni le moderne Student-Led Physiotherapy Clinics oggi diffuse a livello internazionale
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Premio Mattador, alla Fenice premiata la nuova generazione della sceneggiatura

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Storie capaci di interrogare il presente, immaginare il futuro e offrire nuovi sguardi sulla realtà. Sono quelle delle giovani autrici e dei giovani autori premiati venerdì 17 luglio nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia, in occasione della cerimonia conclusiva della 17ª edizione del Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador, dedicato a Matteo Caenazzo.

Rivolto ad autori italiani e stranieri tra i 16 e i 30 anni, il Premio nasce per fare emergere e accompagnare giovani talenti interessati alla scrittura cinematografica e audiovisiva. La premiazione rappresenta il traguardo di un percorso di ricerca e creatività, ma anche l’inizio di nuove opportunità per una generazione di sceneggiatori chiamata a trasformare la propria passione in un percorso artistico e professionale.

A decretare i vincitori è stata la giuria presieduta dal regista Andrea De Sica e composta da Habib Mestiri, Giuditta Tarantelli, Gianfilippo Pedote e Claudia De Angelis. Il Premio Mattador per la migliore sceneggiatura per lungometraggio è stato assegnato a Costantinopoli di Sim Levi Tezel, 27 anni, di Istanbul. La menzione speciale è andata a Santissimi di Giacomo Collesei, 25 anni, di Este.

Per la sezione dedicata al miglior soggetto sono stati selezionati Le portatrici di Giovanna De Luca, 29 anni, di Mercato San Severino, ed Erica Benvenuti, 29 anni, di Foggia; La colonia di Andrea Cantafio, 29 anni, di Soveria Mannelli; e Madda di Andrea Maddalena Bernardi, 27 anni, di Como.

Nella sezione Series, riservata ai progetti di serie televisive, sono stati premiati Superpensionati di Elisa Gattuso, 27 anni, di Roma, Matteo Fasan, 22 anni, di San Vito al Tagliamento, e Mariam Ugolini, 23 anni, di Senigallia; e Altitudine 1079 di Chiara Marta Federica Sofia Cappiello, 29 anni, di Como.

Il Premio Dolly per la migliore storia raccontata per immagini è andato a I Sobros di Sara Elizabeth Dui, 26 anni, di Bologna. A In questo freddo di Jacopo Milani, 30 anni, di Roma, è stato infine assegnato il Premio Corto86 per la migliore sceneggiatura per cortometraggio.

Alla cerimonia ha partecipato, in rappresentanza dell’Università degli Studi di Trieste, il Prorettore vicario Mauro Tretiach. «Dietro la convenzione che lega l’Università di Trieste all’Associazione Mattador c’è un’idea semplice ma ambiziosa: costruire ponti concreti tra le aule in cui si studia il cinema e la realtà in cui il cinema si fa davvero. Siamo fieri di appartenere a questo ecosistema del talento, capace di dare gambe alle idee e alle storie dei giovani autori», ha sottolineato Tretiach. «Il valore di questo Premio va ben oltre i verdetti: vincere può offrire la conferma e la fiducia necessarie per proseguire, ma anche chi non sarà premiato non deve pensare di avere fallito. Aver scritto, concluso e affidato agli altri la propria sceneggiatura significa avere già superato la sfida più difficile, quella del foglio bianco».

Il legame tra il Premio e l’Università di Trieste si è rafforzato nel 2025 con la sottoscrizione di una convenzione tra l’Ateneo e l’Associazione Culturale Mattador. L’accordo prevede la costituzione, presso il Sistema Museale di Ateneo – smaTs, del Fondo multimediale “Matteo Caenazzo e Premio Mattador”, destinato a raccogliere, conservare, rendere accessibile e valorizzare il patrimonio culturale prodotto dall’Associazione nel corso degli anni.

Il Fondo comprende sceneggiature, cortometraggi, video di backstage, pubblicazioni e altri materiali legati alle attività del Premio. Un patrimonio che potrà alimentare nuove iniziative culturali, di ricerca, formazione e impegno pubblico rivolte ai giovani, alla comunità universitaria e al mondo delle industrie creative.

Il Premio mantiene così viva la memoria di Matteo Caenazzo, giovane artista triestino capace di esprimersi attraverso la pittura, la fotografia, il video e la scrittura, prima di scegliere la sceneggiatura come proprio orizzonte artistico e professionale. Un sogno interrotto dalla sua prematura scomparsa, che continua oggi a generare occasioni concrete perché nuovi talenti possano trovare una voce e dare forma alle proprie storie.

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L’Università di Trieste conserva il patrimonio culturale del Premio nel Fondo multimediale dedicato a Matteo Caenazzo
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