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Orientamento universitario: raggiunto e superato l’obiettivo PNRR di un milione di studenti

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È stato raggiunto e superato, con un mese di anticipo, l’obiettivo nazionale previsto dal PNRR per l’orientamento attivo nella transizione scuola-università: oltre un milione di studentesse e studenti delle scuole secondarie di secondo grado coinvolti nei percorsi promossi dagli Atenei italiani e in possesso dell’attestato finale.

L’annuncio è arrivato a Trieste, nella giornata di apertura del convegno nazionale “Orientati ad orientare. Dagli eventi ai processi partecipativi e attivi”, promosso dall’Università degli Studi di Trieste in collaborazione con Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Politecnico di Bari, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi di Ferrara e Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

L’appuntamento, in programma giovedì 25 e venerdì 26 giugno nel Salone di Rappresentanza della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, riunisce oltre 100 delegati, professionisti e professioniste dell’orientamento universitario, con 47 atenei rappresentati, per fare il punto sull’esperienza maturata nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Missione 4 “Istruzione e Ricerca”, Componente 1, Investimento 1.6 “Orientamento attivo nella transizione scuola-università”, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU.

Il convegno arriva alla vigilia della conclusione formale della misura PNRR e assume quindi il valore di un bilancio nazionale: non solo per misurare i risultati raggiunti, ma anche per discutere l’eredità di una sperimentazione che ha coinvolto università, scuole, territori e strutture professionali dell’orientamento su una scala senza precedenti.

A sottolineare il significato del risultato è stata Luisa De Paola, direttrice generale dell'ufficio per il Diritto allo studio del Ministero dell’Università e della Ricerca, che ha evidenziato come il raggiungimento dell’obiettivo sia stato possibile grazie alla capacità degli Atenei di lavorare in rete. Il PNRR, ha osservato, ha mostrato che le università non sono chiamate soltanto a insegnare, ma anche a offrire servizi, accompagnamento e assistenza agli studenti nella costruzione del proprio percorso formativo, professionale e di vita.

“Il PNRR ci ha insegnato che siamo capaci di fare”, ha ricordato De Paola, richiamando l’importanza di mantenere, anche oltre la stagione delle risorse straordinarie, le buone pratiche costruite in questi anni. La rete nata tra Atenei e scuole rappresenta infatti uno dei principali lasciti dell’esperienza, insieme alla consapevolezza che l’orientamento è ormai una funzione strategica del sistema universitario nazionale.

Il tema della continuità è al centro anche della nascita della Rete degli Orientatori delle Università Italiane, che raccoglie e valorizza l’esperienza maturata dagli operatori e dalle operatrici dell’orientamento universitario nel corso della sperimentazione PNRR. La nuova realtà nazionale nasce con l’obiettivo di promuovere il riconoscimento della figura dell’orientatore universitario, favorire la condivisione di strumenti e buone pratiche e contribuire allo sviluppo delle future politiche dell’orientamento nella formazione superiore.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali della rettrice dell’Università di Trieste Donata Vianelli, di Pierpaolo Olla, direttore generale dell’Agenzia regionale per il diritto allo studio, e di Patrizia Pavatti, direttrice generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Friuli Venezia Giulia.

Nel suo intervento, la rettrice Vianelli ha richiamato il valore strategico dell’orientamento per il sistema universitario e per il benessere degli studenti, invitando a superare l’idea dell’orientamento come semplice attività informativa o promozionale. Orientare, ha sottolineato, significa accompagnare le persone nella comprensione delle proprie inclinazioni, delle proprie competenze e delle scelte più coerenti con il loro progetto di vita.

La rettrice ha inoltre evidenziato come l’esperienza PNRR abbia permesso di mettere realmente in rete le università italiane, rafforzando il ruolo degli uffici, del personale tecnico-amministrativo e dei professionisti impegnati quotidianamente nei servizi di orientamento. Un patrimonio che, secondo la rettrice, non deve andare disperso, ma diventare una componente stabile e riconosciuta del sistema universitario.

A introdurre il senso delle due giornate è stata Elisabetta Madriz, delegata alle progettualità per l’Orientamento dell’Università di Trieste, che ha richiamato la necessità di trasformare le azioni avviate negli ultimi anni in veri percorsi di accompagnamento alla crescita personale, formativa e professionale degli studenti.

L’orientamento, ha ricordato Madriz, non si esaurisce nella scelta di un corso di laurea, ma ha una dimensione educativa più ampia: aiuta le persone a riconoscere le proprie risorse, dare significato alle esperienze, costruire visioni di futuro e affrontare le transizioni che caratterizzano l’intero percorso di vita.

La prima giornata del convegno è dedicata al bilancio dell’esperienza PNRR, alle prospettive future dell’orientamento universitario e al confronto tra istituzioni, Atenei ed esperti provenienti da ambiti differenti. Tra gli interventi in programma anche quello di Stefano Muroni, attore e imprenditore della creatività, fondatore della filiera creativa Ferrara La Città del Cinema, dedicato al tema “Quale orientamento per il futuro?”.

La seconda giornata, venerdì 26 giugno, sarà invece dedicata in particolare al ruolo degli orientatori universitari e alle competenze necessarie per operare in un contesto in continua evoluzione, con l’obiettivo di consolidare il patrimonio di esperienze, relazioni e buone pratiche costruito grazie al PNRR e di accompagnarne l’evoluzione nei prossimi anni.

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L'annuncio è arrivato dal MUR davanti a oltre 100 delegati di 47 atenei giunti al convegno organizzato da UniTS. Presentata anche la Rete degli orientatori universitari
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Il cordoglio di UniTS per la scomparsa di Antonios Varnavas

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È prematuramente scomparso Antonios Varnavas, professore associato di Chimica Farmaceutica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell'Università di Trieste.

Laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche nel 1987, in una nelle prime sessioni del corso di studi, e successivamente in Farmacia nel 1990, aveva preso servizio nel 1992 come ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell'Ateneo giuliano, occupandosi di ricerca e sviluppo di ligandi per i recettori del sistema peptidergico. Dal 2006 era Professore associato di Chimica Farmaceutica nel Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche. È stato relatore di numerose tesi di Laurea di studenti dei Corsi di Laurea in CTF e Farmacia, sia sperimentali che compilative.

Il Prof. Antonios Varnavas ha insegnato con continuità nell’ambito della Chimica Farmaceutica, dapprima nei corsi di studio della Facoltà di Farmacia e poi del Dipartimento, dove da numerosi anni era docente di Chimica farmaceutica I e II nel Corso di Laurea in Farmacia. 

Ha sempre svolto con passione la sua attività didattica, ricevendo l’apprezzamento degli studenti che gli riconoscevano vivacità delle lezioni e chiarezza nell’esposizione. La malattia che lo aveva colpito, pur avendolo grandemente debilitato, non gli ha impedito di continuare a insegnare, dimostrando un attaccamento al suo lavoro e una volontà encomiabili. 

La sua scomparsa colpisce profondamente la comunità accademica e lascia un vuoto didattico e umano ai suoi studenti, che sicuramente lo ricorderanno per la sua disponibilità e per la passione per la musica, che spesso allietava le pause durante le sue lezioni.

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Insegnava Chimica Farmaceutica al DSCF
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Il telescopio spaziale Euclid cattura il cuore della Via Lattea: ecco le straordinarie immagini

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L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha presentato la più grande e dettagliata immagine mai realizzata del centro della Via Lattea, il cosiddetto Bulge galattico, una zona estremamente luminosa e popolata di stelle. La straordinaria “fotografia” apre nuove possibilità per gli scienziati, che potranno confermare l’esistenza di eventuali esopianeti in questa regione e misurarne la massa attraverso le minime variazioni della luce stellare nel tempo.

Il telescopio spaziale Euclid ha acquisito questa enorme immagine in circa 26 ore. Si tratta di un mosaico composto da nove puntamenti della sua camera nel visibile, ciascuno dei quali copre una porzione di cielo più estesa dell’intera Luna.

Euclid ha catturato in questa fotografia oltre 60 milioni di stelle, insieme a nebulose e ammassi stellari. Questa regione estremamente popolata della nostra galassia rappresenta il luogo ideale per la ricerca di esopianeti mediante microlensing.

La notizia di Euclid è straordinaria: mappare con tale precisione il bulge galattico apre prospettive uniche – commenta Gabriele Cescutti, docente UniTS di Astrofisica Stellare - Sebbene questa specifica campagna osservativa sia nata per sfruttare il microlensing e cercare esopianeti, una simile densità di dati stellari è preziosissima anche per le nostre linee di ricerca a UniTS. Nel nostro Dipartimento di Fisica ci occupiamo da anni di evoluzione chimica e "astroarcheologia galattica". Utilizziamo i dati spettroscopici e chimici delle stelle per ricostruire, tramite modelli teorici, la storia primordiale, i tempi di formazione e l'origine degli elementi nel bulge e nel nucleo della Via Lattea. Mosaici ad alta risoluzione, come quello di Euclid, sono fondamentali per comprendere la distribuzione precisa e la natura di queste popolazioni stellari. 

L’Università di Trieste ha la responsabilità delle operazioni dei due strumenti scientifici che sono il cuore della missione Euclid: Vis (Visible Instrument) Nisp (Near Infrared Spectrometer Photometer).  In dettaglio, i ricercatori UniTS ricoprono ruoli di responsabilità e coordinamento di diversi Key Projects dedicati allo sfruttamento della Data Release 1 (DR1), che avverrà verso la metà del 2027, che riguarda lo studio della cosmologia attraverso le proprietà statistiche della distribuzione ed evoluzione delle galassie. UniTS partecipa inoltre alla produzione di simulazioni numeriche cosmologiche basate su metodologie di High Performance Computing.   

Crediti immagine: European Space Agency - ESA.

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Il ruolo UniTS nella missione di ESA che aprirà nuove frontiere nella cosmologia
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Audace Sailing Team protagonista alla SuMoth Challenge 2026

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L’Audace Sailing Team dell’Università di Trieste si è confermato tra i protagonisti della SuMoth Challenge, la competizione internazionale che riunisce a Malcesine, sul Lago di Garda, team universitari impegnati nella progettazione, costruzione e conduzione di imbarcazioni foil ad alte prestazioni e a ridotto impatto ambientale.

Il team UniTS ha chiuso la trasferta con risultati di grande rilievo: primo posto nella categoria S1 Design, davanti a UNICA Sailing Team dell’Università di Cagliari e a Impetus del Politecnico di Monaco di Baviera; terzo posto nella categoria S2 Manufacturing, alle spalle del Politecnico di Milano e del Politecnico di Karlsruhe; e primo posto nella categoria S3 Regatta, con oltre 20 punti di vantaggio sul secondo classificato.

In acqua, Audace Sailing Team ha saputo valorizzare la competenza velica e il lavoro svolto nei mesi di preparazione. Dopo un avvio prudente, l’equipaggio ha progressivamente consolidato la propria posizione, ottenendo sette primi posti su 17 prove. Decisivo il contributo dei due timonieri, Centuori nelle regate e Mutti nei test di velocità, capaci di sfruttare al meglio le caratteristiche dell’imbarcazione sia con vento sostenuto sia nelle condizioni più leggere, quando la barca è risultata tra le prime a sollevarsi sull’acqua.

Il risultato conferma il valore di un progetto che unisce formazione universitaria, innovazione tecnologica, sostenibilità e cultura nautica, portando in un contesto internazionale le competenze maturate all’interno dell’Ateneo e della tradizione velica triestina.

La partecipazione alla SuMoth Challenge 2026 si chiude così con un bilancio molto positivo e con lo sguardo già rivolto alla prossima edizione, per continuare a sviluppare soluzioni sempre più efficienti, sostenibili e competitive.

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Il team studentesco dell’Università di Trieste conquista il primo posto nelle categorie Design e Regatta nella competizione internazionale dedicata alla vela sostenibile
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Analisi genomiche fino a quaranta volte più veloci grazie a DEVIL

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Dieci milioni di cellule analizzate in meno di due ore, con un consumo di memoria circa tre volte inferiore rispetto ai migliori strumenti esistenti e una velocità fino a quaranta volte superiore sui dataset più grandi rispetto ai migliori strumenti esistenti. È questo lo straordinario risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Trieste e di Area Science Park, della SISSA e dello Human Technopole che ha sviluppato DEVIL (Differential Expression with Variational Inference Learning), un nuovo strumento di calcolo ad altissime prestazioni. Il lavoro è stato pubblicato su Nature Communications

Capire quali geni sono attivi nelle cellule è una delle chiavi per comprendere le malattie e sviluppare nuove terapie. Oggi le tecnologie più avanzate consentono di misurare l’attività genica in milioni di cellule provenienti da decine o centinaia di pazienti, generando una quantità di dati senza precedenti per la ricerca biomedica. Questa rivoluzione porta però con sé due grandi questioni: da un lato il rischio di errori nell’interpretazione dei dati, dall’altro la difficoltà di analizzare volumi così elevati di informazioni.  

La prima sfida è computazionale: analizzare milioni di cellule richiede una potenza di calcolo enorme. I metodi tradizionali sono troppo lenti e consumano troppa memoria per gestire questi volumi: un collo di bottiglia che rischia di vanificare il vantaggio delle nuove tecnologie di raccolta dati. La seconda sfida è statistica. Le cellule prelevate dallo stesso paziente si somigliano tra loro più di quanto si somiglino le cellule di pazienti diversi perché condividono la stessa biologia individuale, lo stesso ambiente e le stesse caratteristiche individuali. Ignorare questo fatto — come fanno molti degli strumenti attualmente in uso — può portare a conclusioni statistiche distorte, con il rischio di identificare come "significativi" cambiamenti cellulari che in realtà non lo sono, o viceversa di perderne di reali.  

Per tentare di risolvere i due problemi, i ricercatori, grazie a DEVIL, sono riusciti a unire in modo inedito il rigore statistico con la rapidità di calcolo. Sul piano computazionale, DEVIL, che è stato sviluppato anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC, è stato progettato per sfruttare in modo efficiente le più moderne architetture di calcolo parallelo tipiche dell’intelligenza artificiale. Inoltre, DEVIL non è solo più rapido, ma utilizza anche meno memoria, un dettaglio non da poco. Infatti, questo significa che analisi prima riservate ai grandi centri di calcolo, diventano ora accessibili ad infrastrutture e a laboratori di ricerca più piccoli. Sul piano statistico, DEVIL risolve il problema con un approccio bayesiano che tiene correttamente conto della struttura dei dati, trattando le cellule di uno stesso paziente come correlate, separando quindi le differenze tra pazienti dalle vere differenze nell’attività cellulare.  

“Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza ORFEO, il data center di Area Science Park, recentemente potenziato grazie ai fondi del PNRR – sottolinea Stefano Cozzini, Direttore Istituto Ricerca e Innovazione Tecnologica di Area. La disponibilità di GPU di ultima generazione, caratterizzate da prestazioni di calcolo estremamente elevate, insieme a un’attenta ottimizzazione degli algoritmi su questa architettura, sviluppata dal nostro team, permette ora di usare DEVIL  per affrontare e risolvere problemi su una scala significativamente più ampia. La soddisfazione è grande: non è frequente poter contare su una squadra di così elevata competenza, capace di valorizzare al meglio le risorse acquisite.”. 

”La differential expression, cioè l'analisi statistica che identifica quali geni sono significativamente più o meno attivi tra due o più condizioni biologiche diverse - spiega Giulio Caravagna dell’Università di Trieste - è una tecnologia matura. Tuttavia, il passaggio al single-cell ha introdotto problemi statistici e computazionali che rendono complessa l’analisi integrata di grandi coorti di pazienti. Il nostro lavoro nasce proprio per risolvere questo collo di bottiglia, combinando innovazione metodologica e calcolo ad alte prestazioni per scalare alla possibilità di analizzare milioni di cellule da centinaia di pazienti”. 

“Nello sviluppo di DEVIL, la sinergia di strumenti statistici classici e bayesiani rappresenta un fiore all’occhiello nel panorama della letteratura oncologica di riferimento – sottolinea Leonardo Egidi dell’Università di Trieste – e rende DEVIL un protocollo computazionale efficiente e dalla forte caratterizzazione metodologica. Sviluppi futuri potrebbero coinvolgere modelli spazio-temporali per più pazienti e apportare ulteriori approssimazioni di calcolo basate su alcune proprietà teoriche attualmente oggetto di studio: un bel mix di competenze statistiche, informatiche e biologiche”. 

DEVIL è stato testato su due casi biologici concreti. Nel primo, dedicato all’identificazione di cellule del sistema immunitario, lo strumento si è dimostrato più preciso e specifico nel riconoscere le funzioni biologiche rilevanti. Nel secondo, relativo all’invecchiamento del tessuto muscolare umano, ha individuato in modo più stabile e biologicamente fondato i cambiamenti trascrizionali legati all’età, riducendo il rumore e mettendo in evidenza i processi chiave per le analisi successive. 

DEVIL è stato rilasciato come software libero e gratuito, a disposizione di laboratori e ospedali di tutto il mondo, aprendo la strada a una nuova generazione di analisi genomiche su larga scala per lo studio dei tumori, delle malattie degenerative e per lo sviluppo della medicina personalizzata. 

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Il nuovo strumento sviluppato da UniTS, Area Science Park, SISSA e Human Technopole analizza oltre dieci milioni di cellule in meno di due ore
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Andrea Pappalardo designato Giovane Delegato d’Italia alle Nazioni Unite

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Andrea Pappalardo, studente del corso di Laurea Magistrale in Diplomazia e Cooperazione Internazionale dell’Università degli Studi di Trieste, è stato designato Giovane Delegato d’Italia alle Nazioni Unite per il mandato 2026/2027.

La designazione è stata annunciata dalla SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, che realizza in Italia, dal 2017, lo United Nations Youth Delegate Programme – UNYD d’intesa con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’edizione 2026/27 del Programma gode del patrocinio dell’Agenzia Italiana per la Gioventù e del supporto di Reale Foundation.

Pappalardo, classe 2003, è originario del sud-est della Sicilia e vive a Gorizia, dove ha conseguito la Laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche e dove prosegue il proprio percorso di formazione magistrale nell’ambito della diplomazia, della cooperazione e delle relazioni internazionali.

La sua designazione arriva al termine di una selezione nazionale che ha valutato oltre 300 candidature. Insieme a Sofia Gioria, studentessa dell’Università Roma Tre, Pappalardo rappresenterà le istanze, le idee e le priorità delle nuove generazioni italiane alla 81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite e nei principali contesti istituzionali nazionali e internazionali.

«Assumo questo incarico con grande senso di responsabilità e gratitudine – afferma Andrea Pappalardo –. Il mio obiettivo sarà contribuire a dare voce ai giovani italiani, promuovendo i valori del dialogo, della cooperazione e della partecipazione. Credo profondamente in una cultura della pace, capace di contrastare odio e intolleranza, e nel ruolo che le nuove generazioni possono avere nella costruzione del presente e del futuro».

Il percorso di Pappalardo unisce formazione accademica, impegno civile e partecipazione studentesca. Da oltre sei anni è volontario della Croce Rossa Italiana, esperienza che ha contribuito a rafforzare la sua attenzione per il servizio verso gli altri, la solidarietà e la costruzione di legami di fiducia. Da tre anni fa inoltre parte di MSOI Gorizia, sezione territoriale del Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, dove ha ricoperto il ruolo di Vicesegretario ed è stato poi eletto Segretario per due mandati consecutivi.

Il mandato dei Giovani Delegati alle Nazioni Unite prenderà avvio a settembre con il passaggio di consegne dai Delegati 2025/2026 e comprenderà, oltre alla missione a New York, anche l’organizzazione di eventi e incontri presso università, scuole, istituzioni, enti e associazioni.

La rettrice Donata Vianelli ha commentato la designazione come “motivo di grandissima soddisfazione e orgoglio per me e per l’intera comunità accademica dell'Università di Trieste. Questo traguardo non solo premia il talento e la dedizione di studenti come il dott. Pappalardo, ma conferma anche l'eccellenza del percorso formativo offerto dal nostro Ateneo nelle relazioni internazionali”.

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Lo studente della LM in Diplomazia e Cooperazione Internazionale rappresenterà le nuove generazioni italiane nel mandato 2026/2027 del programma UNYD
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Malattia di Kawasaki: finanziato da AIFA un progetto guidato da Andrea Taddio

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Un progetto dedicato alla malattia di Kawasaki, coordinato dall’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo con il contributo scientifico dell’Università di Trieste, è stato ammesso al finanziamento del bando di ricerca indipendente AIFA 2025 sulle malattie rare.

Lo studio, finanziato con 983.000 euro, è uno dei 19 progetti selezionati a livello nazionale dall’Agenzia Italiana del Farmaco e vede il Burlo capofila con il prof. Andrea Taddio, direttore della struttura di Reumatologia pediatrica e Immunologia clinica dell’Istituto e professore associato di Pediatria dell’Università di Trieste.

Il progetto nasce per valutare l’impiego dell’anakinra, un farmaco biologico diretto contro una proteina infiammatoria chiamata IL-1, come possibile trattamento di prima linea per la malattia di Kawasaki. L’approccio previsto è innovativo anche sul piano metodologico: la ricerca utilizzerà gruppi di controllo costruiti a partire da dati clinici preesistenti, analizzati anche attraverso strumenti di intelligenza artificiale.

La malattia di Kawasaki è una patologia infiammatoria rara dell’età pediatrica che colpisce i vasi sanguigni, in particolare le arterie coronarie, e può causare complicanze cardiache. La terapia standard prevede l’uso di immunoglobuline per via endovenosa, ma una quota significativa di pazienti — pari al 20-25% — non risponde adeguatamente al trattamento, con un aumento del rischio di esiti clinici severi.

L’obiettivo dello studio è quindi produrre nuove evidenze sull’efficacia dell’anakinra, valutandone anche sicurezza, tollerabilità, durata del ricovero ospedaliero e risultati clinici complessivi.

«Aver ricevuto quasi un milione di euro di finanziamento rappresenta un importante riconoscimento della qualità scientifica del progetto e della capacità dei centri coinvolti di collaborare per affrontare sfide cliniche complesse. L’obiettivo è produrre nuove evidenze scientifiche che possano tradursi in migliori opportunità di cura per i bambini affetti da questa patologia rara», dichiara il prof. Andrea Taddio, responsabile scientifico del progetto.

«Essere stati ammessi nella graduatoria nazionale AIFA attesta il valore della ricerca clinica sviluppata dalla rete dei professionisti del nostro IRCCS e delle istituzioni che collaborano all’interno del Consorzio Incipit. Un risultato che conferma l’efficacia della ricerca partecipata nel generare innovazione e nuove opportunità per i pazienti», dichiara Anna Arbo, direttrice della Farmacia Ospedaliera del Burlo.

La ricerca è stata messa a punto con il contributo del prof. Gabriele Simonini, direttore dell’Unità operativa di Reumatologia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria IRCCS Meyer di Firenze, e del prof. Marco Cattalini, responsabile della Reumatologia pediatrica dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale degli Spedali Civili di Brescia. 

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Lo studio sulla patologia rara coordinato dal docente UniTS di Pediatria è uno dei 19 selezionati a livello nazionale: previsto un finanziamento da 1 mln di euro
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Valutazione qualità della Ricerca 2020-2024: UniTS prima in Italia in 5 discipline

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Il Rapporto Finale della Valutazione della Qualità della Ricerca 2020-2024 (VQR4) di ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) colloca l’Università di Trieste prima tra gli atenei italiani nei seguenti settori scientifici disciplinari:

- Composizione architettonica e urbana
- Chimica generale e inorganica
- Genetica medica
- Fisica per le scienze della vita, l'ambiente e i beni culturali
- Psicologia sociale

UniTS risulta inoltre seconda nei settori:

- Chimica fisica
- Geologia stratigrafica e sedimentologia
- Anatomia patologica
- Malattie dell'apparato cardiovascolare 

“Il risultato dell’ultima indagine ANVUR fotografa un Ateneo con una valutazione complessiva delle pubblicazioni al di sopra della media nazionale, dove si promuovono i ricercatori meritevoli e, soprattutto, fucina di ricerca con un forte impatto sulla società – commenta Paolo Fornasiero, Prorettore alla Ricerca – gli ultimi dati presentati potrebbero anche essere sottostimati in quanto discipline che impiegano pochi ricercatori, o che non hanno presentato almeno 10 lavori scientifici, per privacy non sono considerate nel rapporto”.

Il rapporto finale conferma i dati diffusi da ANVUR lo scorso 16 aprile: non solo la valutazione media delle 1.789 pubblicazioni sottoposte alla valutazione è superiore a quella nazionale, ma per quanto riguarda la valorizzazione delle conoscenze, ossia l'impatto della ricerca sul territorio e la società, l'Ateneo si posiziona al sesto posto.

La VQR4 fotografa i risultati della produzione scientifica, delle attività di valorizzazione delle conoscenze, della capacità di attrarre progetti competitivi internazionali e, per la prima volta in via sperimentale e limitatamente agli enti di ricerca e alle istituzioni volontarie, delle infrastrutture di ricerca

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Anvur colloca l’Ateneo ai vertici nazionali
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Trovato il granato su Marte: è un nuovo tassello nella storia geologica del pianeta rosso

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Uno studio internazionale ha svelato un nuovo tassello del puzzle geologico di Marte. La ricerca guidata da Brock University (St. Catharines, ON, Canada), in collaborazione con il Royal Ontario Museum (Toronto, ON, Canada) e con il contributo dell’Università di Trieste, ha identificato per la prima volta la presenza di granato in una meteorite marziana, aprendo nuove prospettive sulla complessità dei processi che hanno modellato il pianeta rosso.

Allo studio, pubblicato sulla rivista internazionale peer-reviewed Geochemical Perspectives Letters della European Association of Geochemistry, ha partecipato la ricercatrice dell'ateneo triestino Ana Černok.

Il granato è un minerale molto comune sulla Terra, spesso associato a rocce metamorfiche e a processi che avvengono in condizioni di alte temperature, pressioni elevate o in presenza di fluidi caldi. Finora, tuttavia, non era mai stato riconosciuto in campioni provenienti da Marte né direttamente sulla superficie marziana. La sua identificazione amplia quindi la diversità mineralogica nota del pianeta e suggerisce la possibilità che Marte abbia conosciuto processi geologici più complessi di quanto documentato finora.

Il campione analizzato è un frammento della meteorite marziana NWA 8171, conservata nelle collezioni del Royal Ontario Museum. Durante le analisi mineralogiche e chimiche, il gruppo di ricerca ha individuato una composizione inattesa, inizialmente ricondotta a un minerale più comune come il pirosseno. Ulteriori verifiche, condotte con strumentazioni specialistiche, hanno invece permesso di riconoscere la presenza del granato.

La scoperta potrebbe indicare l’esistenza di una tipologia di roccia marziana finora sconosciuta, formatasi attraverso processi metamorfici, metasomatici o nuove forme di differenziazione magmatica. Gli autori dello studio mantengono tuttavia una posizione cauta: saranno necessarie ulteriori indagini, in particolare sulle firme isotopiche del campione, per stabilire se il granato si sia formato effettivamente su Marte o se abbia un’origine “extra-marziana”, legata a un corpo celeste successivamente incorporato nella superficie del pianeta.

Il contributo di Ana Černok si è concentrato sull’interpretazione mineralogica e geochimica del campione, valorizzando la sua esperienza nello studio delle meteoriti e dei materiali planetari. La collaborazione scientifica nasce nell’ambito del percorso di dottorato della prima autrice, Tanya Kizovski, allora al Royal Ontario Museum di Toronto e oggi docente a Brock University, al quale Černok ha contribuito come componente del team di supervisione e mentor scientifico.

«Se gli elementi chimici sono le lettere dell’alfabeto, allora i minerali sono le parole con cui i pianeti raccontano la loro storia – spiega Ana Černok –. Scoprire un nuovo minerale su un altro mondo è come ritrovare una parola perduta di un’antica lingua. Il granato ci racconta che Marte ha vissuto processi geologici più complessi di quanto pensassimo e aggiunge un nuovo tassello alla storia della sua evoluzione».

Il lavoro rappresenta il risultato di una collaborazione internazionale che coinvolge istituzioni di Canada, Regno Unito e Italia, tra cui Brock University, Royal Ontario Museum, University of Toronto, University of Portsmouth, The Open University e Università di Trieste.

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Lo studio Expanding Mars’ lithologic diversity: discovery of a garnet-bearing clast in NWA 8171 è stato pubblicato su Geochemical Perspectives Letters.

Publication link https://doi.org/10.7185/geochemlet.2619

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Identificato per la prima volta il minerale in una meteorite marziana, grazie a uno studio internazionale guidato da Brock University e Royal Ontario Museum con la collaborazione dell'Università di Trieste
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Oltre l’effetto calmante: nuovo studio rivela come il movimento ritmico può suscitare stati piacevoli nei pulcini

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Uno studio pubblicato su Annals of the New York Academy of Sciences ha rilevato, in modo inatteso, che i movimenti ritmici passivi, come il dondolio o le oscillazioni simili al trasporto, possono modificare lo stato emotivo dei pulcini domestici, inducendo sia risposte di calma sia risposte piacevoli. La ricerca, condotta da Cinzia Chiandetti, Andrea Dissegna e Paolo Gallina dell’Università di Trieste e Lorenzo Scalera dell’Università di Udine, indaga gli effetti del movimento ritmico in animali non appartenenti alla classe dei mammiferi.

Nei mammiferi, il movimento passivo ritmico lento è da tempo riconosciuto come una componente rilevante delle cure parentali: può ridurre il pianto, abbassare la frequenza cardiaca e favorire l’addormentamento. Nell’essere umano, inoltre, osservazioni di carattere aneddotico suggeriscono che movimenti ritmici più rapidi nei neonati e nei bambini piccoli, come il lancio giocoso in aria, il dondolio sull’altalena o le giostre come le montagne russe, possano suscitare piacere ed eccitazione.

Per verificare se questi effetti siano presenti anche al di fuori dei mammiferi, e per comprendere quando il movimento passi da una funzione prevalentemente calmante a una potenzialmente piacevole, il gruppo di ricerca ha osservato pulcini domestici mentre venivano sottoposti a dondolio. L’impiego dei pulcini per studiare questo fenomeno rappresenta un elemento inedito: questi animali, infatti, sono in grado di camminare subito dopo la schiusa e, a differenza dei piccoli dei mammiferi, non vengono trasportati dalla madre.

Nel corso dell’esperimento, i singoli pulcini sono stati collocati all’interno di una scatola opaca collegata a un braccio robotico di precisione, programmato per riprodurre movimenti di dondolio e oscillazioni simili al trasporto, variandone frequenza lenta o rapida e direzione orizzontale o verticale. Lo stato emotivo degli animali è stato monitorato in modo non invasivo attraverso la registrazione delle vocalizzazioni.

I risultati mostrano che il dondolio lento e i movimenti lenti simili al trasporto determinano una riduzione dei cosiddetti “richiami di contatto”, vocalizzazioni associate a condizioni di disagio, isolamento o separazione. Questo dato richiama gli effetti calmanti del trasporto materno già documentati nei mammiferi.

Un risultato particolarmente significativo riguarda però la possibilità che specifiche forme di movimento ritmico inducano anche una risposta positiva. Quando i pulcini venivano esposti a un dondolio orizzontale rapido o a movimenti rapidi simili al trasporto, emettevano infatti un numero significativamente maggiore di vocalizzazioni affiliative i cosiddetti brood calls normalmente prodotte in contesti sicuri e socialmente favorevoli, e considerate indicatori di uno stato piacevole.

Nel loro insieme, i risultati suggeriscono che gli effetti calmanti del trasporto e del dondolio osservati nei mammiferi possano derivare da una sensibilità diffusa degli animali al ritmo e al movimento.

Come osservano gli autori dello studio: “I nostri risultati ampliano l’ambito funzionale della stimolazione ritmica, configurandola come un regolatore dello stato affettivo, capace di produrre sia effetti calmanti sia esperienze piacevoli lungo diverse linee evolutive dei vertebrati”.

Poiché, nella loro storia naturale, i pulcini non sperimentano il trasporto materno, la loro sensibilità al movimento ritmico sembra riflettere un meccanismo profondamente conservato nei vertebrati, più che una risposta a specifiche strategie di cura parentale.

 

Annals of the New York Academy of Sciences è una rivista multidisciplinare con oltre due secoli di storia, che pubblica articoli di ricerca, rassegne e contributi prospettici ad alto impatto, dedicati a progressi significativi in tutti gli ambiti della conoscenza scientifica.

La rivista ha un profilo autenticamente multidisciplinare e accoglie contributi di ricercatori di tutto il mondo nelle scienze della vita, nelle scienze fisiche, nelle scienze sociali e comportamentali, nelle scienze ambientali e nelle aree di intersezione tra questi settori.

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Pubblicata su Annals of the News York Academy of Sciences, la ricerca suggerisce l’esistenza di meccanismi profondamente conservati nei vertebrati
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