Il telescopio spaziale Euclid cattura il cuore della Via Lattea: ecco le straordinarie immagini Read more about Il telescopio spaziale Euclid cattura il cuore della Via Lattea: ecco le straordinarie immagini Immagine Copia di EGBS-Cutout2-4K2K.jpg Data notizia Wed, 24/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Studiare Ricerca Destinatari target Futuri studenti Studenti iscritti Post lauream Territorio e società Testo notizia L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha presentato la più grande e dettagliata immagine mai realizzata del centro della Via Lattea, il cosiddetto Bulge galattico, una zona estremamente luminosa e popolata di stelle. La straordinaria “fotografia” apre nuove possibilità per gli scienziati, che potranno confermare l’esistenza di eventuali esopianeti in questa regione e misurarne la massa attraverso le minime variazioni della luce stellare nel tempo.Il telescopio spaziale Euclid ha acquisito questa enorme immagine in circa 26 ore. Si tratta di un mosaico composto da nove puntamenti della sua camera nel visibile, ciascuno dei quali copre una porzione di cielo più estesa dell’intera Luna.Euclid ha catturato in questa fotografia oltre 60 milioni di stelle, insieme a nebulose e ammassi stellari. Questa regione estremamente popolata della nostra galassia rappresenta il luogo ideale per la ricerca di esopianeti mediante microlensing.La notizia di Euclid è straordinaria: mappare con tale precisione il bulge galattico apre prospettive uniche – commenta Gabriele Cescutti, docente UniTS di Astrofisica Stellare - Sebbene questa specifica campagna osservativa sia nata per sfruttare il microlensing e cercare esopianeti, una simile densità di dati stellari è preziosissima anche per le nostre linee di ricerca a UniTS. Nel nostro Dipartimento di Fisica ci occupiamo da anni di evoluzione chimica e "astroarcheologia galattica". Utilizziamo i dati spettroscopici e chimici delle stelle per ricostruire, tramite modelli teorici, la storia primordiale, i tempi di formazione e l'origine degli elementi nel bulge e nel nucleo della Via Lattea. Mosaici ad alta risoluzione, come quello di Euclid, sono fondamentali per comprendere la distribuzione precisa e la natura di queste popolazioni stellari. L’Università di Trieste ha la responsabilità delle operazioni dei due strumenti scientifici che sono il cuore della missione Euclid: Vis (Visible Instrument) e Nisp (Near Infrared Spectrometer Photometer). In dettaglio, i ricercatori UniTS ricoprono ruoli di responsabilità e coordinamento di diversi Key Projects dedicati allo sfruttamento della Data Release 1 (DR1), che avverrà verso la metà del 2027, che riguarda lo studio della cosmologia attraverso le proprietà statistiche della distribuzione ed evoluzione delle galassie. UniTS partecipa inoltre alla produzione di simulazioni numeriche cosmologiche basate su metodologie di High Performance Computing. Crediti immagine: European Space Agency - ESA. Abstract Il ruolo UniTS nella missione di ESA che aprirà nuove frontiere nella cosmologia Mostra nel diario Off Fotogallery
Analisi genomiche fino a quaranta volte più veloci grazie a DEVIL Read more about Analisi genomiche fino a quaranta volte più veloci grazie a DEVIL Immagine DEVIL.png Data notizia Mon, 22/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Studiare Ricerca Destinatari target Futuri studenti Studenti iscritti Post lauream Testo notizia Dieci milioni di cellule analizzate in meno di due ore, con un consumo di memoria circa tre volte inferiore rispetto ai migliori strumenti esistenti e una velocità fino a quaranta volte superiore sui dataset più grandi rispetto ai migliori strumenti esistenti. È questo lo straordinario risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Trieste e di Area Science Park, della SISSA e dello Human Technopole che ha sviluppato DEVIL (Differential Expression with Variational Inference Learning), un nuovo strumento di calcolo ad altissime prestazioni. Il lavoro è stato pubblicato su Nature Communications. Capire quali geni sono attivi nelle cellule è una delle chiavi per comprendere le malattie e sviluppare nuove terapie. Oggi le tecnologie più avanzate consentono di misurare l’attività genica in milioni di cellule provenienti da decine o centinaia di pazienti, generando una quantità di dati senza precedenti per la ricerca biomedica. Questa rivoluzione porta però con sé due grandi questioni: da un lato il rischio di errori nell’interpretazione dei dati, dall’altro la difficoltà di analizzare volumi così elevati di informazioni. La prima sfida è computazionale: analizzare milioni di cellule richiede una potenza di calcolo enorme. I metodi tradizionali sono troppo lenti e consumano troppa memoria per gestire questi volumi: un collo di bottiglia che rischia di vanificare il vantaggio delle nuove tecnologie di raccolta dati. La seconda sfida è statistica. Le cellule prelevate dallo stesso paziente si somigliano tra loro più di quanto si somiglino le cellule di pazienti diversi perché condividono la stessa biologia individuale, lo stesso ambiente e le stesse caratteristiche individuali. Ignorare questo fatto — come fanno molti degli strumenti attualmente in uso — può portare a conclusioni statistiche distorte, con il rischio di identificare come "significativi" cambiamenti cellulari che in realtà non lo sono, o viceversa di perderne di reali. Per tentare di risolvere i due problemi, i ricercatori, grazie a DEVIL, sono riusciti a unire in modo inedito il rigore statistico con la rapidità di calcolo. Sul piano computazionale, DEVIL, che è stato sviluppato anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC, è stato progettato per sfruttare in modo efficiente le più moderne architetture di calcolo parallelo tipiche dell’intelligenza artificiale. Inoltre, DEVIL non è solo più rapido, ma utilizza anche meno memoria, un dettaglio non da poco. Infatti, questo significa che analisi prima riservate ai grandi centri di calcolo, diventano ora accessibili ad infrastrutture e a laboratori di ricerca più piccoli. Sul piano statistico, DEVIL risolve il problema con un approccio bayesiano che tiene correttamente conto della struttura dei dati, trattando le cellule di uno stesso paziente come correlate, separando quindi le differenze tra pazienti dalle vere differenze nell’attività cellulare. “Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza ORFEO, il data center di Area Science Park, recentemente potenziato grazie ai fondi del PNRR – sottolinea Stefano Cozzini, Direttore Istituto Ricerca e Innovazione Tecnologica di Area. La disponibilità di GPU di ultima generazione, caratterizzate da prestazioni di calcolo estremamente elevate, insieme a un’attenta ottimizzazione degli algoritmi su questa architettura, sviluppata dal nostro team, permette ora di usare DEVIL per affrontare e risolvere problemi su una scala significativamente più ampia. La soddisfazione è grande: non è frequente poter contare su una squadra di così elevata competenza, capace di valorizzare al meglio le risorse acquisite.”. ”La differential expression, cioè l'analisi statistica che identifica quali geni sono significativamente più o meno attivi tra due o più condizioni biologiche diverse - spiega Giulio Caravagna dell’Università di Trieste - è una tecnologia matura. Tuttavia, il passaggio al single-cell ha introdotto problemi statistici e computazionali che rendono complessa l’analisi integrata di grandi coorti di pazienti. Il nostro lavoro nasce proprio per risolvere questo collo di bottiglia, combinando innovazione metodologica e calcolo ad alte prestazioni per scalare alla possibilità di analizzare milioni di cellule da centinaia di pazienti”. “Nello sviluppo di DEVIL, la sinergia di strumenti statistici classici e bayesiani rappresenta un fiore all’occhiello nel panorama della letteratura oncologica di riferimento – sottolinea Leonardo Egidi dell’Università di Trieste – e rende DEVIL un protocollo computazionale efficiente e dalla forte caratterizzazione metodologica. Sviluppi futuri potrebbero coinvolgere modelli spazio-temporali per più pazienti e apportare ulteriori approssimazioni di calcolo basate su alcune proprietà teoriche attualmente oggetto di studio: un bel mix di competenze statistiche, informatiche e biologiche”. DEVIL è stato testato su due casi biologici concreti. Nel primo, dedicato all’identificazione di cellule del sistema immunitario, lo strumento si è dimostrato più preciso e specifico nel riconoscere le funzioni biologiche rilevanti. Nel secondo, relativo all’invecchiamento del tessuto muscolare umano, ha individuato in modo più stabile e biologicamente fondato i cambiamenti trascrizionali legati all’età, riducendo il rumore e mettendo in evidenza i processi chiave per le analisi successive. DEVIL è stato rilasciato come software libero e gratuito, a disposizione di laboratori e ospedali di tutto il mondo, aprendo la strada a una nuova generazione di analisi genomiche su larga scala per lo studio dei tumori, delle malattie degenerative e per lo sviluppo della medicina personalizzata. Abstract Il nuovo strumento sviluppato da UniTS, Area Science Park, SISSA e Human Technopole analizza oltre dieci milioni di cellule in meno di due ore Mostra nel diario Off
Malattia di Kawasaki: finanziato da AIFA un progetto guidato da Andrea Taddio Read more about Malattia di Kawasaki: finanziato da AIFA un progetto guidato da Andrea Taddio Immagine Andrea Taddio.png Data notizia Sat, 20/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Enti e aziende Testo notizia Un progetto dedicato alla malattia di Kawasaki, coordinato dall’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo con il contributo scientifico dell’Università di Trieste, è stato ammesso al finanziamento del bando di ricerca indipendente AIFA 2025 sulle malattie rare.Lo studio, finanziato con 983.000 euro, è uno dei 19 progetti selezionati a livello nazionale dall’Agenzia Italiana del Farmaco e vede il Burlo capofila con il prof. Andrea Taddio, direttore della struttura di Reumatologia pediatrica e Immunologia clinica dell’Istituto e professore associato di Pediatria dell’Università di Trieste.Il progetto nasce per valutare l’impiego dell’anakinra, un farmaco biologico diretto contro una proteina infiammatoria chiamata IL-1, come possibile trattamento di prima linea per la malattia di Kawasaki. L’approccio previsto è innovativo anche sul piano metodologico: la ricerca utilizzerà gruppi di controllo costruiti a partire da dati clinici preesistenti, analizzati anche attraverso strumenti di intelligenza artificiale.La malattia di Kawasaki è una patologia infiammatoria rara dell’età pediatrica che colpisce i vasi sanguigni, in particolare le arterie coronarie, e può causare complicanze cardiache. La terapia standard prevede l’uso di immunoglobuline per via endovenosa, ma una quota significativa di pazienti — pari al 20-25% — non risponde adeguatamente al trattamento, con un aumento del rischio di esiti clinici severi.L’obiettivo dello studio è quindi produrre nuove evidenze sull’efficacia dell’anakinra, valutandone anche sicurezza, tollerabilità, durata del ricovero ospedaliero e risultati clinici complessivi.«Aver ricevuto quasi un milione di euro di finanziamento rappresenta un importante riconoscimento della qualità scientifica del progetto e della capacità dei centri coinvolti di collaborare per affrontare sfide cliniche complesse. L’obiettivo è produrre nuove evidenze scientifiche che possano tradursi in migliori opportunità di cura per i bambini affetti da questa patologia rara», dichiara il prof. Andrea Taddio, responsabile scientifico del progetto.«Essere stati ammessi nella graduatoria nazionale AIFA attesta il valore della ricerca clinica sviluppata dalla rete dei professionisti del nostro IRCCS e delle istituzioni che collaborano all’interno del Consorzio Incipit. Un risultato che conferma l’efficacia della ricerca partecipata nel generare innovazione e nuove opportunità per i pazienti», dichiara Anna Arbo, direttrice della Farmacia Ospedaliera del Burlo.La ricerca è stata messa a punto con il contributo del prof. Gabriele Simonini, direttore dell’Unità operativa di Reumatologia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria IRCCS Meyer di Firenze, e del prof. Marco Cattalini, responsabile della Reumatologia pediatrica dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale degli Spedali Civili di Brescia. Abstract Lo studio sulla patologia rara coordinato dal docente UniTS di Pediatria è uno dei 19 selezionati a livello nazionale: previsto un finanziamento da 1 mln di euro Mostra nel diario Off
Valutazione qualità della Ricerca 2020-2024: UniTS prima in Italia in 5 discipline Read more about Valutazione qualità della Ricerca 2020-2024: UniTS prima in Italia in 5 discipline Immagine ANVUR News_1.png Data notizia Fri, 19/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Studiare Ricerca Destinatari target Futuri studenti Studenti iscritti Post lauream Testo notizia Il Rapporto Finale della Valutazione della Qualità della Ricerca 2020-2024 (VQR4) di ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) colloca l’Università di Trieste prima tra gli atenei italiani nei seguenti settori scientifici disciplinari:- Composizione architettonica e urbana- Chimica generale e inorganica- Genetica medica- Fisica per le scienze della vita, l'ambiente e i beni culturali- Psicologia socialeUniTS risulta inoltre seconda nei settori:- Chimica fisica- Geologia stratigrafica e sedimentologia- Anatomia patologica- Malattie dell'apparato cardiovascolare “Il risultato dell’ultima indagine ANVUR fotografa un Ateneo con una valutazione complessiva delle pubblicazioni al di sopra della media nazionale, dove si promuovono i ricercatori meritevoli e, soprattutto, fucina di ricerca con un forte impatto sulla società – commenta Paolo Fornasiero, Prorettore alla Ricerca – gli ultimi dati presentati potrebbero anche essere sottostimati in quanto discipline che impiegano pochi ricercatori, o che non hanno presentato almeno 10 lavori scientifici, per privacy non sono considerate nel rapporto”.Il rapporto finale conferma i dati diffusi da ANVUR lo scorso 16 aprile: non solo la valutazione media delle 1.789 pubblicazioni sottoposte alla valutazione è superiore a quella nazionale, ma per quanto riguarda la valorizzazione delle conoscenze, ossia l'impatto della ricerca sul territorio e la società, l'Ateneo si posiziona al sesto posto.La VQR4 fotografa i risultati della produzione scientifica, delle attività di valorizzazione delle conoscenze, della capacità di attrarre progetti competitivi internazionali e, per la prima volta in via sperimentale e limitatamente agli enti di ricerca e alle istituzioni volontarie, delle infrastrutture di ricerca. Abstract Anvur colloca l’Ateneo ai vertici nazionali Mostra nel diario Off
La Royal Society of Chemistry premia UniTS per risultati scientifici di eccellenza Read more about La Royal Society of Chemistry premia UniTS per risultati scientifici di eccellenza Immagine rosei fornasiero.png Data notizia Wed, 17/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Destinatari target Enti e aziende Territorio e società Testo notizia La Royal Society of Chemistry ha conferito a Federico Rosei il Centenary Prize for Chemistry and Communication 2026. Il riconoscimento gli è stato attribuito per il contributo alla progettazione, sintesi e caratterizzazione di nanomateriali con applicazioni nel campo delle energie rinnovabili, oltre che per la sua eccellenza nella comunicazione scientifica.Il premio fa parte dei Research & Innovation Prizes della Royal Society of Chemistry, istituiti per celebrare persone straordinarie che promuovono il progresso delle scienze chimiche sia nel mondo accademico che nell’industria. Nella lista dei vincitori delle edizioni precedenti troviamo oltre 20 premi Nobel.“Si tratta di un grande onore, soprattutto guardando la lista dei premiati in anni passati”, commenta il prof. Rosei.L’Università di Trieste è anche tra i vincitori dell’Environment, Sustainability and Energy Horizon Prize 2026, assieme al Dalian Institute of Chemical Physics della Chinese Academy of Sciences (Cina).Il riconoscimento premia lo sviluppo di nuovi approcci fotocatalitici per la produzione di idrogeno solare a partire da biomasse sostenibili, una tecnologia promettente per la transizione energetica e la decarbonizzazione.Per l’Università di Trieste il team comprende i proff. Tiziano Montini e Paolo Fornasiero, Prorettore alla Ricerca. Il gruppo internazionale include inoltre i proff. Nenchao Luo e Feng Wang del Dalian Institute of Chemical Physics, partner di una collaborazione scientifica consolidata da oltre dieci anni.La cooperazione tra i due gruppi è stata sostenuta nel tempo dal programma bilaterale finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e dal Ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese (MOST), a testimonianza del valore strategico delle relazioni scientifiche tra Italia e Cina.«Questo prestigioso riconoscimento conferma come solo attraverso collaborazioni internazionali solide e di lungo periodo sia possibile affrontare e risolvere le grandi sfide globali, dall’energia sostenibile alla tutela dell’ambiente», sottolineano i ricercatori coinvolti.A commento del conferimento dei premi ai ricercatori UniTS, Helen Pain, Amministratrice Delegata della Royal Society of Chemistry, ha dichiarato:«La chimica e i chimici sono presenti ovunque nella vita quotidiana e nella nostra società, e i nostri premi vogliono celebrare questa pervasività. I vincitori dei premi Research & Innovation comprendono gruppi e singoli individui, professori e studiosi, nonché persone provenienti da tutto il mondo e attive in una vasta gamma di ruoli e settori. Il contributo di ciascuno svolge un ruolo fondamentale nell’avanzamento della conoscenza umana e nel miglioramento del mondo in cui viviamo. Desidero porgere le mie più sentite congratulazioni ai docenti dell’Università di Trieste. Vincere un premio della RSC rappresenta un risultato straordinario: entrano a far parte di un prestigioso elenco di premiati che ha preso il via oltre 150 anni fa e comprende diverse decine di persone che hanno successivamente ricevuto il Premio Nobel”.La Royal Society of Chemistry è un’organizzazione internazionale che mette in contatto gli scienziati chimici tra loro, con altri scienziati e con la società nel suo complesso. Fondata nel 1841 e con sede a Londra, conta oltre 60.000 membri tra gli scienziati chimici a livello internazionale.FOTO: Federico Rosei, Paolo Fornasiero e Tiziano Montini Abstract Tre docenti del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Paolo Fornasiero, Tiziano Montini e Federico Rosei premiati per le loro attività di ricerca Mostra nel diario Off
Trovato il granato su Marte: è un nuovo tassello nella storia geologica del pianeta rosso Read more about Trovato il granato su Marte: è un nuovo tassello nella storia geologica del pianeta rosso Immagine Cernok.png Data notizia Wed, 17/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Internazionale Destinatari target Futuri studenti Studenti iscritti Post lauream Territorio e società Testo notizia Uno studio internazionale ha svelato un nuovo tassello del puzzle geologico di Marte. La ricerca guidata da Brock University (St. Catharines, ON, Canada), in collaborazione con il Royal Ontario Museum (Toronto, ON, Canada) e con il contributo dell’Università di Trieste, ha identificato per la prima volta la presenza di granato in una meteorite marziana, aprendo nuove prospettive sulla complessità dei processi che hanno modellato il pianeta rosso.Allo studio, pubblicato sulla rivista internazionale peer-reviewed Geochemical Perspectives Letters della European Association of Geochemistry, ha partecipato la ricercatrice dell'ateneo triestino Ana Černok.Il granato è un minerale molto comune sulla Terra, spesso associato a rocce metamorfiche e a processi che avvengono in condizioni di alte temperature, pressioni elevate o in presenza di fluidi caldi. Finora, tuttavia, non era mai stato riconosciuto in campioni provenienti da Marte né direttamente sulla superficie marziana. La sua identificazione amplia quindi la diversità mineralogica nota del pianeta e suggerisce la possibilità che Marte abbia conosciuto processi geologici più complessi di quanto documentato finora.Il campione analizzato è un frammento della meteorite marziana NWA 8171, conservata nelle collezioni del Royal Ontario Museum. Durante le analisi mineralogiche e chimiche, il gruppo di ricerca ha individuato una composizione inattesa, inizialmente ricondotta a un minerale più comune come il pirosseno. Ulteriori verifiche, condotte con strumentazioni specialistiche, hanno invece permesso di riconoscere la presenza del granato.La scoperta potrebbe indicare l’esistenza di una tipologia di roccia marziana finora sconosciuta, formatasi attraverso processi metamorfici, metasomatici o nuove forme di differenziazione magmatica. Gli autori dello studio mantengono tuttavia una posizione cauta: saranno necessarie ulteriori indagini, in particolare sulle firme isotopiche del campione, per stabilire se il granato si sia formato effettivamente su Marte o se abbia un’origine “extra-marziana”, legata a un corpo celeste successivamente incorporato nella superficie del pianeta.Il contributo di Ana Černok si è concentrato sull’interpretazione mineralogica e geochimica del campione, valorizzando la sua esperienza nello studio delle meteoriti e dei materiali planetari. La collaborazione scientifica nasce nell’ambito del percorso di dottorato della prima autrice, Tanya Kizovski, allora al Royal Ontario Museum di Toronto e oggi docente a Brock University, al quale Černok ha contribuito come componente del team di supervisione e mentor scientifico.«Se gli elementi chimici sono le lettere dell’alfabeto, allora i minerali sono le parole con cui i pianeti raccontano la loro storia – spiega Ana Černok –. Scoprire un nuovo minerale su un altro mondo è come ritrovare una parola perduta di un’antica lingua. Il granato ci racconta che Marte ha vissuto processi geologici più complessi di quanto pensassimo e aggiunge un nuovo tassello alla storia della sua evoluzione».Il lavoro rappresenta il risultato di una collaborazione internazionale che coinvolge istituzioni di Canada, Regno Unito e Italia, tra cui Brock University, Royal Ontario Museum, University of Toronto, University of Portsmouth, The Open University e Università di Trieste.******************Lo studio Expanding Mars’ lithologic diversity: discovery of a garnet-bearing clast in NWA 8171 è stato pubblicato su Geochemical Perspectives Letters.Publication link https://doi.org/10.7185/geochemlet.2619 Abstract Identificato per la prima volta il minerale in una meteorite marziana, grazie a uno studio internazionale guidato da Brock University e Royal Ontario Museum con la collaborazione dell'Università di Trieste Mostra nel diario Off
Oltre l’effetto calmante: nuovo studio rivela come il movimento ritmico può suscitare stati piacevoli nei pulcini Read more about Oltre l’effetto calmante: nuovo studio rivela come il movimento ritmico può suscitare stati piacevoli nei pulcini Immagine chiandetti + chick.png Data notizia Tue, 16/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Comunicati stampa Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Internazionale Destinatari target Futuri studenti Studenti iscritti Post lauream Testo notizia Uno studio pubblicato su Annals of the New York Academy of Sciences ha rilevato, in modo inatteso, che i movimenti ritmici passivi, come il dondolio o le oscillazioni simili al trasporto, possono modificare lo stato emotivo dei pulcini domestici, inducendo sia risposte di calma sia risposte piacevoli. La ricerca, condotta da Cinzia Chiandetti, Andrea Dissegna e Paolo Gallina dell’Università di Trieste e Lorenzo Scalera dell’Università di Udine, indaga gli effetti del movimento ritmico in animali non appartenenti alla classe dei mammiferi.Nei mammiferi, il movimento passivo ritmico lento è da tempo riconosciuto come una componente rilevante delle cure parentali: può ridurre il pianto, abbassare la frequenza cardiaca e favorire l’addormentamento. Nell’essere umano, inoltre, osservazioni di carattere aneddotico suggeriscono che movimenti ritmici più rapidi nei neonati e nei bambini piccoli, come il lancio giocoso in aria, il dondolio sull’altalena o le giostre come le montagne russe, possano suscitare piacere ed eccitazione.Per verificare se questi effetti siano presenti anche al di fuori dei mammiferi, e per comprendere quando il movimento passi da una funzione prevalentemente calmante a una potenzialmente piacevole, il gruppo di ricerca ha osservato pulcini domestici mentre venivano sottoposti a dondolio. L’impiego dei pulcini per studiare questo fenomeno rappresenta un elemento inedito: questi animali, infatti, sono in grado di camminare subito dopo la schiusa e, a differenza dei piccoli dei mammiferi, non vengono trasportati dalla madre.Nel corso dell’esperimento, i singoli pulcini sono stati collocati all’interno di una scatola opaca collegata a un braccio robotico di precisione, programmato per riprodurre movimenti di dondolio e oscillazioni simili al trasporto, variandone frequenza – lenta o rapida – e direzione – orizzontale o verticale. Lo stato emotivo degli animali è stato monitorato in modo non invasivo attraverso la registrazione delle vocalizzazioni.I risultati mostrano che il dondolio lento e i movimenti lenti simili al trasporto determinano una riduzione dei cosiddetti “richiami di contatto”, vocalizzazioni associate a condizioni di disagio, isolamento o separazione. Questo dato richiama gli effetti calmanti del trasporto materno già documentati nei mammiferi.Un risultato particolarmente significativo riguarda però la possibilità che specifiche forme di movimento ritmico inducano anche una risposta positiva. Quando i pulcini venivano esposti a un dondolio orizzontale rapido o a movimenti rapidi simili al trasporto, emettevano infatti un numero significativamente maggiore di vocalizzazioni affiliative – i cosiddetti brood calls – normalmente prodotte in contesti sicuri e socialmente favorevoli, e considerate indicatori di uno stato piacevole.Nel loro insieme, i risultati suggeriscono che gli effetti calmanti del trasporto e del dondolio osservati nei mammiferi possano derivare da una sensibilità diffusa degli animali al ritmo e al movimento.Come osservano gli autori dello studio: “I nostri risultati ampliano l’ambito funzionale della stimolazione ritmica, configurandola come un regolatore dello stato affettivo, capace di produrre sia effetti calmanti sia esperienze piacevoli lungo diverse linee evolutive dei vertebrati”.Poiché, nella loro storia naturale, i pulcini non sperimentano il trasporto materno, la loro sensibilità al movimento ritmico sembra riflettere un meccanismo profondamente conservato nei vertebrati, più che una risposta a specifiche strategie di cura parentale. Annals of the New York Academy of Sciences è una rivista multidisciplinare con oltre due secoli di storia, che pubblica articoli di ricerca, rassegne e contributi prospettici ad alto impatto, dedicati a progressi significativi in tutti gli ambiti della conoscenza scientifica.La rivista ha un profilo autenticamente multidisciplinare e accoglie contributi di ricercatori di tutto il mondo nelle scienze della vita, nelle scienze fisiche, nelle scienze sociali e comportamentali, nelle scienze ambientali e nelle aree di intersezione tra questi settori.www.nyas.org. Abstract Pubblicata su Annals of the News York Academy of Sciences, la ricerca suggerisce l’esistenza di meccanismi profondamente conservati nei vertebrati Mostra nel diario Off
UniTS in Tanzania per il lancio del progetto TNG sulla filiera sostenibile del caffè Read more about UniTS in Tanzania per il lancio del progetto TNG sulla filiera sostenibile del caffè Immagine Titolo (60).jpg Data notizia Wed, 03/06/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Internazionale Testo notizia Una delegazione ufficiale dell’Università di Trieste ha partecipato a Mbeya, in Tanzania, all’evento di lancio del progetto di cooperazione internazionale allo sviluppo Towards the next generation of sustainable quality coffee producers in South Tanzania (TNG), finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e coordinato dalla Regione Friuli Venezia Giulia.La missione nelle Southern Highlands ha rappresentato un passaggio importante per l’avvio operativo del progetto, che avrà la durata di 36 mesi, e per il consolidamento delle relazioni istituzionali, scientifiche e formative tra l’Ateneo triestino e i partner locali. Il coinvolgimento di UniTS nel progetto interessa tre Dipartimenti dell’Ateneo – IUSLIT, DEAMS e DSV – e conferma il carattere interdisciplinare del contributo triestino. La delegazione ufficiale presente in Tanzania era composta dalla prof.ssa Ilaria Micheli, del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione, coordinatrice delle attività progettuali previste per l’Università, e dal dott. Matteo Carzedda, del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e StatisticheIl progetto TNG nasce da un ampio partenariato che riunisce, oltre all’Università di Trieste, Illycaffè, la Fondazione Ernesto Illy, la sede di Bari del CIHEAM – Istituto Agronomico Mediterraneo, le Regioni di Mbeya, Songwe e Ruvuma e l’organizzazione della società civile Café Africa – Tanzanian Branch.L’obiettivo è raggiungere almeno 12.000 produttori locali di caffè nel Sud della Tanzania, contribuendo al miglioramento della filiera produttiva e alla crescita di un modello di sviluppo più sostenibile, consapevole e resiliente. In questo quadro, il ruolo di UniTS è duplice e unisce in maniera indissolubile ricerca scientifica applicata e trasferimento della conoscenza. Obiettivi delle ricerche sono: la comprensione degli effetti del cambiamento climatico sul territorio e l’individuazione di possibili strategie di mitigazione (a cura dei colleghi Giovanni Bacaro e Alberto Pallavicini del DSV), la valorizzare delle pratiche locali e la facilitazione della comunicazione tra contadini e formatori attraverso la realizzazione di vocabolari e manuali tecnico-culturali multilingue (a cura di Ilaria Micheli) e l’individuazione di strategie economiche e gestionali funzionali al rafforzamento degli agricoltori e a una migliore valorizzazione della materia prima nelle fasi iniziali della catena del valore (a cura di Matteo Carzedda, Gianluigi Gallenti, Giuseppe Borruso e Barbara Campisi). Sulla base delle evidenze che emergeranno nel quadro delle ricerche, saranno definiti i contenuti e le modalità più adatte per la formazione degli stakeholder e dei beneificiari locali.Il lancio ufficiale del progetto si è svolto nella sala conferenze dell’Eden Highlands Hotel di Mbeya, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Tanzania Giuseppe Sean Coppola, alumnus UniTS, del responsabile AICS in Tanzania Paolo Razzini, dell’Assessore regionale alle Risorse agroalimentari, forestali, ittiche e montagna Stefano Zannier, delle massime autorità dei governi delle tre Regioni del Sud della Tanzania coinvolte nel progetto e dei rappresentanti della Mbeya University of Science and Technology (MUST) e della Catholic University of Mbeya (CUoM), che supporteranno l’Ateneo triestino nelle attività in loco.Nel corso dell’incontro, l’Ambasciatore Giuseppe Sean Coppola e Paolo Razzini hanno sottolineato il valore di un partenariato particolarmente esteso e diversificato, in cui enti pubblici, università, enti di ricerca, imprese e organizzazioni della società civile collaborano per raggiungere obiettivi comuni. Ricerca, trasferimento tecnologico e formazione rappresentano i tre assi su cui costruire un percorso di sviluppo condiviso, capace di generare ricadute concrete per le comunità locali e per l’intera filiera del caffè.La presenza della delegazione UniTS in Tanzania ha permesso anche di rafforzare la collaborazione con le istituzioni accademiche locali. I docenti dell’Ateneo hanno incontrato i colleghi della MUST e della CUoM per definire le modalità di supporto al progetto e per porre le basi di future iniziative congiunte nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, della ricerca e dello scambio internazionale di docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti.Queste collaborazioni saranno sviluppate all’interno di Memorandum of Understanding riferiti all’intero Ateneo. Il primo accordo, quello con la Catholic University of Mbeya, è stato firmato proprio in occasione del lancio del progetto, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia, dell’Assessore regionale e del Vescovo di Mbeya, Wolfgang Pisa. È inoltre in fase conclusiva il percorso per la stipula dell’accordo con la Mbeya University of Science and Technology.La missione ha consentito alla delegazione triestina di entrare in contatto anche con altre esperienze di cooperazione internazionale finanziate da AICS nella regione di Mbeya, promosse da organizzazioni della società civile e da volontarie e volontari italiani, con particolare attenzione ai progetti dedicati alla disabilità infantile. In questo quadro si inserisce anche la visita alla Utengule Coffee Plantation, una delle realtà locali più avanzate nella coltivazione e nella selezione del caffè, con la quale sono state individuate possibili sinergie per le successive fasi del progetto.Una parte significativa della missione è stata inoltre dedicata all’osservazione delle attività di formazione sul campo rivolte agli operatori delle unità centrali di depolpazione del caffè e ai responsabili delle cooperative locali AMCOS delle regioni di Mbeya e Songwe. La formazione, curata da Francesca Pellis e Gianluca Malvicini di Illycaffè, ha offerto un primo momento di confronto operativo sulle esigenze della filiera e sulle modalità più efficaci per accompagnare i produttori locali nel miglioramento della qualità e della sostenibilità del processo produttivo.Il prossimo passaggio per l’Università di Trieste sarà la selezione di tre borsisti di ricerca che affiancheranno i docenti nelle attività sul terreno. I borsisti potranno acquisire competenze specifiche e lavorare a stretto contatto con le reti locali, contribuendo alla continuità delle azioni previste dal progetto e al loro radicamento nel territorio. Abstract IUSLIT, DEAMS e DSV nel progetto finaziato da AICS e coordinato da Regione FVG. Tra i partner anche Illycaffè e Fondazione Ernesto Illy Mostra nel diario Off
Turismo accessibile, presentati i risultati del progetto DATIS Read more about Turismo accessibile, presentati i risultati del progetto DATIS Immagine Titolo (58).jpg Data notizia Wed, 27/05/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Territorio e società Testo notizia Il turismo accessibile non comincia quando si arriva a destinazione, ma molto prima: nel momento in cui una persona cerca informazioni, verifica se una struttura è davvero adatta alle proprie esigenze e prova a capire se potrà vivere un’esperienza in autonomia e sicurezza.È questo uno dei messaggi principali emersi dall’evento finale del progetto DATIS – Pionieri digitali del turismo accessibile, finanziato dal programma Interreg VI-A Italia-Slovenia 2021-2027, che si è svolto martedì 19 maggio 2026 al Grand Hotel Entourage di Gorizia. L’incontro, intitolato Il turismo accessibile inizia da un’informazione accessibile, ha rappresentato un momento di restituzione dei risultati a operatori del settore turistico e sociale, istituzioni, organizzazioni delle persone con disabilità, ricercatori ed esperti di accessibilità provenienti dall’Italia e dalla Slovenia.In questo percorso, l’Università degli Studi di Trieste ha avuto un ruolo centrale attraverso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, contribuendo alla costruzione della base scientifica del progetto e alla lettura dei bisogni reali delle persone coinvolte. La ricerca coordinata da UniTS ha raccolto oltre 400 questionari con persone con disabilità, intervistate online e in presenza, e ha approfondito l’indagine attraverso interviste e focus group con una cinquantina di persone con disabilità visiva, cognitiva e mentale, oltre a operatori, caregiver e familiari.Il lavoro è stato seguito per UniTS da Moreno Zago, professore di Pratiche di turismo responsabile, con il supporto dello staff di Quolity, composto da Luca Bianchi, Marta Candussi e Francesca Samogizio. Il contributo dell’Ateneo ha permesso di tradurre dati, esperienze e testimonianze in indicazioni utili per operatori turistici, istituzioni e comunità locali, con l’obiettivo di progettare servizi più accessibili, informazioni più affidabili e percorsi realmente inclusivi.Attraverso una ricerca campionaria transfrontaliera, interviste in profondità con persone con disabilità, analisi delle strutture ricettive e dei siti web turistici, DATIS ha messo in relazione accessibilità fisica, digitale e comunicativa, evidenziando quanto la qualità dell’informazione sia decisiva per rendere il viaggio un’esperienza realmente possibile e inclusiva.Un dato restituisce con particolare chiarezza la rilevanza del tema: per oltre il 90 per cento delle persone con disabilità motoria, sensoriale, cognitiva o legata all’età avanzata, viaggiare è considerato abbastanza o molto importante. Il viaggio non è soltanto tempo libero, ma un’esperienza che contribuisce al benessere fisico e mentale, rafforza autonomia e fiducia in sé stessi e contrasta l’isolamento sociale.Allo stesso tempo, le barriere continuano a limitare il diritto di viaggiare per tutti. Non si tratta solo di ostacoli fisici, ma anche di informazioni incomplete, poco leggibili o non affidabili, che possono generare una “falsa accessibilità”: strutture o servizi presentati come accessibili, ma non realmente adeguati alle esigenze delle persone. Pur in presenza di un trattamento generalmente rispettoso, solo il 17 per cento delle persone coinvolte considera il personale preparato a rispondere in modo adeguato alle esigenze e alle aspettative delle persone con disabilità.Il digitale rappresenta oggi uno dei principali canali di accesso al viaggio: quasi il 60 per cento delle persone coinvolte utilizza strumenti online per organizzare le proprie esperienze turistiche. Tuttavia, un terzo del campione ha evitato di scegliere una destinazione proprio a causa della mancanza di informazioni accessibili online. Navigazione complessa, testi poco leggibili, assenza di supporti inclusivi e contenuti non accessibili possono diventare barriere concrete quanto un ostacolo architettonico.L’analisi condotta nell’ambito di DATIS su 100 siti web turistici dell’area transfrontaliera ha confermato questa criticità: molti portali risultano visivamente moderni e tecnicamente strutturati, ma non ancora pienamente utilizzabili da tutte le persone. Il livello medio di accessibilità digitale rilevato è pari al 37 per cento per gli operatori turistici sloveni e al 40 per cento per quelli italiani.Tra i risultati del progetto rientrano anche il database web DATIS, pensato per rendere più visibili e verificabili le informazioni sull’accessibilità digitale degli operatori turistici dell’area transfrontaliera, le linee guida e una strategia per una comunicazione turistica più accessibile. Si tratta di strumenti utili sia per le persone nella fase di pianificazione del viaggio, sia per gli operatori nel miglioramento della qualità e della chiarezza delle informazioni offerte.Un’attenzione specifica è stata dedicata anche alle attività pilota realizzate presso i Musei del Monte San Michele a Sagrado e del patrimonio industriale di Ajdovščina, con il coinvolgimento di persone con disabilità visiva, cognitiva e mentale. Le sperimentazioni hanno mostrato come tecnologie immersive, accessibilità digitale e contenuti multisensoriali possano trasformare il patrimonio culturale in un’esperienza più inclusiva, a condizione che le soluzioni siano semplici, accessibili e accompagnate da un adeguato supporto umano.Proprio il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità è uno degli elementi centrali emersi dal progetto. Le soluzioni accessibili non possono essere progettate soltanto sulla base di standard formali o verifiche tecniche, ma devono nascere dall’ascolto degli utenti, dalla co-progettazione e dalla valutazione concreta delle esperienze. Abstract Finanziato dal programma Interreg ITA-SLO, lo studio a cui ha partecipato il DiSPeS ha coinvolto oltre 400 persone, analizzato 100 siti turistici e svolto attività pilota nei musei transfrontalieri Mostra nel diario Off
Cambiamento climatico e qualità del vino: studio UniTS pubblicato su Journal of Cleaner Production Read more about Cambiamento climatico e qualità del vino: studio UniTS pubblicato su Journal of Cleaner Production Immagine DSC09661.jpg Data notizia Mon, 25/05/2026 - 12:00 Categoria notizia Ateneo ateneo Ricerca Società e territorio Destinatari canale Ateneo Ricerca Destinatari target Studenti iscritti Territorio e società Testo notizia Il cambiamento climatico può incidere in modo significativo sulla qualità del vino, ma i suoi effetti non sono uguali per tutte le varietà. È questo il tema al centro dello studio Climate and the quality of wine: Whites vs. reds, pubblicato in Open Access su Journal of Cleaner Production e condotto da un gruppo di ricerca UniTS.La ricerca è firmata da Giovanni Millo, Paolo Bogoni, Barbara Campisi, Matteo Carzedda, Gianluigi Gallenti, Valentino Riva e Gaetano Carmeci. Il lavoro si inserisce nel progetto “Cambiamento climatico e sostenibilità della viticoltura nel Collio Goriziano”, avviato nell’ambito del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti” (DEAMS) e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia.Lo studio prende in esame il Collio, area vitivinicola del Friuli Venezia Giulia in cui convivono produzioni bianche e rosse, offrendo un contesto adatto ad analizzare in modo comparato gli effetti delle condizioni meteorologiche sulla qualità del vino. L’obiettivo della ricerca è comprendere come variabili climatiche, quali temperature e andamento stagionale, possano influenzare la qualità finale del prodotto.La qualità del vino dipende da molti fattori. Alcuni sono relativamente stabili o controllabili, come il suolo, le tecniche di vinificazione e le caratteristiche del territorio. Altri, invece, sono esterni al controllo dei produttori, come il clima, la variabilità meteorologica e gli eventi estremi.I risultati mostrano che i vini bianchi reagiscono alle condizioni meteorologiche in modo diverso rispetto ai rossi. In particolare, emerge un equilibrio delicato tra temperature primaverili ed estive, con effetti che possono variare sensibilmente anche tra singole varietà. Il cambiamento climatico, quindi, non produce conseguenze uniformi, ma richiede analisi specifiche per territorio, vitigno e tipologia di vino.Lo studio offre elementi utili non solo dal punto di vista scientifico, ma anche per i produttori e per chi si occupa di politiche territoriali. Comprendere quali varietà risultino più o meno sensibili alle condizioni climatiche può contribuire a definire strategie di adattamento, anche attraverso scelte mirate nella gestione dei vigneti e nella selezione delle varietà più adatte ai nuovi scenari climatici.Il percorso di ricerca ha avuto inoltre una ricaduta formativa: il finanziamento ha consentito di sostenere un assegno di ricerca biennale, poi confluito in un percorso dottorale nell’ambito del Dottorato in Circular Economy dell’Ateneo. Abstract La ricerca prende in esame il Collio, eccellenza italiana nella produzione vitivinicola Mostra nel diario Off