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Fondazione Pietro Pittini: formazione, impresa e impatto sociale

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Marina Pittini magazine

A colloquio con la presidente Marina Pittini: il rinnovo della convenzione con UniTS rafforza un rapporto costruito su giovani, competenze, innovazione sociale e responsabilità verso il territorio

Educazione, impresa, responsabilità sociale e futuro dei territori sono le coordinate lungo le quali si muove la Fondazione Pietro Pittini, ente filantropico nato da una storia industriale fortemente radicata in Friuli Venezia Giulia e oggi orientato in particolare alla crescita delle giovani generazioni. Una traiettoria che trova nell’Università di Trieste un interlocutore naturale, al centro di una partnership consolidata e ora rafforzata dal rinnovo della convenzione quadro. Alla guida della Fondazione dal 2017 c’è Marina Pittini, che dopo un lungo percorso nel Gruppo Pittini ha portato nell’ente una cultura della progettazione, della misurazione e della visione di lungo periodo.

Il rinnovo della convenzione quadro tra l’Università di Trieste e la Fondazione Pietro Pittini, firmato dalla rettrice Donata Vianelli e dalla presidente Marina Pittini, consolida una collaborazione che guarda alla cultura d’impresa, alla sostenibilità, all’autoimprenditorialità, all’innovazione sociale e ai percorsi formativi. È un’intesa che mette in relazione competenze accademiche, progettualità sociali, mondo produttivo e bisogni del territorio.

Il punto di partenza, per la Fondazione, resta l’accesso alle opportunità. «Ci dedichiamo con passione ai bambini, agli studenti e ai giovani in generale – spiega Marina Pittini – con l’obiettivo di garantire a tutti, soprattutto ai meno fortunati, l’accesso a opportunità di apprendimento di qualità». Una dichiarazione che restituisce bene il senso di un’azione ampia, costruita non solo sul sostegno economico, ma sulla possibilità di creare esperienze formative capaci di incidere sui percorsi personali.

La Fondazione promuove modelli di didattica non formale, percorsi di avvicinamento all’arte, alla storia locale, al teatro, alle STEM, ma anche occasioni più semplici e decisive nella crescita di bambine, bambini e adolescenti: sport, gite scolastiche, viaggi studio. «Riflettere, sollecitare il dubbio e l’approfondimento, soffermarsi su nuove discipline o sui saperi manuali, vivere luoghi nuovi ed esperienze diverse, scoprire le basi della scienza e del mondo digitale» sono, per Pittini, esempi concreti del lavoro della Fondazione, strutturato in modo diverso a seconda delle fasce d’età.

Accanto alla dimensione educativa, c’è un tema che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: il bisogno di socializzare, di stare insieme, di costruire relazioni inclusive. In questa prospettiva lo sport assume un ruolo particolare, perché consente di lavorare su autonomia, fiducia, collaborazione e appartenenza. Lo stesso vale per gli apprendimenti veicolati attraverso gruppi di lavoro, che aiutano a sviluppare competenze trasversali e capacità di confronto.

Per i giovani over 18, l’intervento della Fondazione si concentra in modo più diretto sull’autonomia lavorativa, sullo sviluppo delle competenze trasversali e su nuovi modelli di imprenditorialità sociale. L’obiettivo è sostenere una spinta imprenditoriale capace di trasformare i giovani in «agenti di un cambiamento positivo nelle proprie comunità». È qui che il linguaggio della filantropia incontra quello dell’impresa: economia, società e ambiente non vengono considerati ambiti separati, ma parti di uno stesso ecosistema.

Negli anni la Fondazione ha sostenuto percorsi di imprenditorialità legati prima all’innovazione e poi alla rigenerazione territoriale, intesa come promozione di nuove forme di economia rigenerativa. Non solo nuove idee, quindi, ma progetti capaci di produrre effetti nelle comunità di riferimento, soprattutto dove le fragilità territoriali o sociali chiedono strumenti più mirati e visioni meno convenzionali.

Questa impostazione si accompagna a un metodo di lavoro molto preciso. La Fondazione non si limita a finanziare iniziative, ma parte da un’analisi dei bisogni e segue i progetti lungo tutto il loro sviluppo. «Svolgiamo un monitoraggio su tutti i progetti che disegniamo al nostro interno – racconta Pittini – e cerchiamo di monitorare gli effetti dei contributi che eroghiamo». Per alcune iniziative viene promossa una vera e propria valutazione di impatto; in tutti i casi, la Fondazione osserva i processi che si attivano, coinvolgendo professionisti ed esperti sulle singole tematiche.

Un ruolo centrale è affidato anche all’ascolto dei destinatari. Le interviste, i feedback e il confronto con chi partecipa ai programmi servono a comprendere la qualità degli interventi e a migliorare costantemente le azioni. «È molto accurato il lavoro di analisi preliminare – sottolinea Pittini – poiché cerchiamo di rilevare i bisogni in modo fattuale tramite analisi dei dati, interviste, sondaggi e confronti». La progettazione nasce quindi da informazioni raccolte sul campo e prevede fin dall’inizio momenti di verifica, revisione e adattamento.

In questa cultura del progetto pesa anche l’esperienza aziendale della presidente. Prima della Fondazione, Marina Pittini ha maturato un lungo percorso nel Gruppo Pittini in ambito gestionale, amministrativo e finanziario. «La mia esperienza aziendale penso mi permetta di dare una dimensione progettuale e quantitativa alle singole azioni che svolgiamo», afferma. Una risposta sintetica, che però chiarisce un tratto distintivo: la filantropia come azione strutturata, costruita su obiettivi, metodo, misurazione e capacità di leggere l’evoluzione dei bisogni.

A questa dimensione si aggiunge lo studio costante. Pittini richiama la necessità di una visione a lungo termine, della ricerca dei migliori modelli di intervento e del confronto con molti interlocutori. È una postura che avvicina la Fondazione al mondo della formazione e della ricerca, e che rende naturale il dialogo con l’Università di Trieste.

Il rinnovo della convenzione quadro con UniTS si inserisce proprio in questo spazio comune. L’accordo prevede la possibilità di realizzare seminari, conferenze, attività formative e divulgative sui temi della creazione d’impresa, della sostenibilità, dell’innovazione sociale e del trasferimento della conoscenza. Tra gli ambiti di collaborazione rientrano anche la preparazione di tesi, lo svolgimento di stage e tirocini, l’attivazione di borse di avviamento alla ricerca e premi di laurea.

Per Marina Pittini, il rapporto con l’università ha un valore strategico. «Siamo consapevoli di quanto l’università sia il luogo deputato alla ricerca, allo studio e alla formazione delle generazioni future, come pure alla trasmissione della conoscenza all’intera società», osserva. La Fondazione dialoga con gli atenei regionali perché il confronto con il mondo universitario consente di costruire programmi rivolti agli studenti, ma anche di sviluppare studi preliminari e scambi utili a migliorare l’azione filantropica.

La collaborazione con l’Università di Trieste diventa così un terreno di lavoro in cui si incontrano formazione, impresa e responsabilità sociale. Da un lato l’Ateneo porta competenze scientifiche, didattiche e progettuali; dall’altro la Fondazione contribuisce con una capacità di lettura dei bisogni sociali, educativi e occupazionali, maturata attraverso progetti rivolti a diverse fasce d’età e a differenti contesti territoriali.

Dal 2025 Marina Pittini è anche componente esterno del Consiglio di Amministrazione dell’Università di Trieste. Un incarico che racconta un ulteriore punto di contatto tra la sua esperienza e il mondo universitario. «È stata per me una sorpresa questa nomina – racconta – che ho accettato con l’obiettivo di conoscere meglio le dinamiche di un ateneo e di conseguenza poter migliorare i nostri programmi rivolti ai giovani, alle loro esigenze e ai loro bisogni».

Il suo profilo si colloca quindi all’incrocio tra impresa, filantropia e istituzioni formative. Un passaggio che richiama anche il tema della leadership femminile nel mondo aziendale, dove le donne ai vertici restano ancora una minoranza. Secondo Pittini, «i modelli culturali incidono ancora tanto», ma non si può generalizzare. La crescita delle donne nei ruoli manageriali richiede un insieme di fattori: scelte individuali, cambiamenti culturali, dinamiche organizzative più favorevoli, ma anche «tanta disciplina e fatica affinché il merito venga giustamente riconosciuto, a prescindere dal genere».

Tra convenzione quadro, percorsi formativi, progetti per i giovani e presenza negli organi dell’Ateneo, il legame tra Fondazione Pietro Pittini e Università di Trieste si consolida attorno a un terreno condiviso: costruire opportunità educative e professionali, sostenere competenze trasversali, promuovere innovazione sociale e rafforzare il rapporto tra formazione, comunità e territorio.

Ultimo aggiornamento
Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2026