Data notizia 31 Agosto 2026 Immagine Image Testo notizia Come seguire il comportamento di un gas una volta iniettato nelle profondità della Terra? È questa la sfida al centro di SBEM (Svelvik Borehole Electromagnetic Monitoring), la campagna sperimentale condotta in Norvegia da un team del Gruppo di Geofisica d’Esplorazione del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze (MIGE) dell’Università di Trieste.L’esperimento si è svolto presso lo Svelvik CO₂ Field Lab, vicino a Oslo, una struttura di ricerca gestita dal centro norvegese SINTEF e progettata per testare, in condizioni controllate ma realistiche, tecnologie destinate al monitoraggio dello stoccaggio sotterraneo dei gas.Al centro della campagna SBEM c’è il monitoraggio elettromagnetico in pozzo, una tecnica geofisica sperimentata per ricostruire la distribuzione e l’evoluzione del gas iniettato nel sottosuolo. Una capacità cruciale per lo sviluppo sicuro ed economicamente sostenibile sia della cattura, utilizzo e stoccaggio della CO₂ (CCUS), sia dello stoccaggio sotterraneo dell’idrogeno.Un laboratorio internazionale per portare la ricerca “sul campo”Lo Svelvik CO₂ Field Lab rappresenta un ponte tra la ricerca di laboratorio e le future applicazioni su scala industriale. La possibilità per il gruppo dell’Università di Trieste di accedere alla struttura e realizzare la campagna sperimentale è stata resa possibile da Geo-INQUIRE (Geosphere INfrastructures for QUestions into Integrated REsearch), progetto finanziato nell’ambito di Horizon Europe che favorisce l’accesso transnazionale alle principali infrastrutture di ricerca geoscientifica europee.La proposta presentata dal team triestino è stata selezionata attraverso una procedura competitiva nell’ambito del bando Geo-INQUIRE, consentendo ai ricercatori di progettare e realizzare direttamente sul campo l’attività sperimentale.Dalla proposta alla ricerca sul campo: la formazione passa dall’esperienzaUn elemento distintivo del progetto è stato il coinvolgimento diretto dei dottorandi Elisa Ligas e Giovanni Pantaleo, che hanno seguito l’intero percorso della ricerca: dalla preparazione della proposta alla progettazione dell’acquisizione geofisica, dalla messa a punto della strumentazione alle attività sul campo, fino all’elaborazione, all’analisi e all’interpretazione dei dati.“Questo progetto dimostra ciò che l’Università di Trieste offre ai suoi studenti e dottorandi: la possibilità di progettare e condurre un’attività di ricerca originale all’avanguardia della tecnologia attuale, in stretta collaborazione con organizzazioni internazionali di ricerca e industriali”, sottolinea Michele Pipan, coordinatore del Gruppo di Geofisica d’Esplorazione e del Corso di Laurea Magistrale in Geofisica e Geodati “Esperienze come questa a Svelvik trasformano i dottorandi in ricercatori indipendenti, pronti a contribuire alle tecnologie necessarie per la transizione energetica.”Le attività in Norvegia sono condotte nell'ambito del Progetto FUSE.Progetto FUSE (UNITS-UNIUD-OGS)Lo stoccaggio sotterraneo di idrogeno (UHS) e le riserve di idrogeno naturale ("bianco") si stanno affermando come componenti chiave della strategia europea di transizione energetica, offrendo soluzioni su larga scala, flessibili e a basse emissioni di carbonio che possono contribuire a mitigare l'intermittenza di alcune energie rinnovabili e a rafforzare la sicurezza energetica.Il raggiungimento degli obiettivi della Strategia europea per l'idrogeno e delle roadmap globali per le emissioni nette zero richiede solide prove geoscientifiche e capacità tecnologiche avanzate per identificare, caratterizzare e monitorare i giacimenti geologici idonei. La riduzione dei rischi delle operazioni nel sottosuolo – dal punto di vista tecnico, ambientale e dei rischi geologici – richiede nuove infrastrutture di ricerca integrate.Il progetto FUSE, avviato nell'aprile 2025, risponde a questa esigenza. Sviluppato attraverso una partnership strategica tra OGS, l'Università di Trieste e l'Università di Udine, FUSE sta costruendo un'infrastruttura aperta e distribuita che combina strumentazione geofisica all'avanguardia, strutture di laboratorio e ambienti di modellazione multiscala. L'infrastruttura integra sistemi di registrazione geofisica di pozzo, dispositivi sismici, geoelettrici ed elettromagnetici, soluzioni di monitoraggio a fibra ottica e con vibratori orbitali, nonché capacità di rilevamento magnetico e gravimetrico aereo/tramite droni, insieme a piattaforme di laboratorio avanzate per la petrofisica e la fluidodinamica. L'insieme di questi componenti consentirà una migliore visualizzazione, sperimentazione e simulazione delle interazioni idrogeno-roccia-fluido in Italia e altrove.